sacerdote

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di Aurelio Porfiri

 

Nei miei ultimi scritti mi sono molto soffermato sulle magagne del clericalismo e voglio continuare a farlo, consapevole che esso sia la malattia letale del cattolicesimo, come di tutte le religioni.

C’è tanto di male nella Chiesa e mai come in questi giorni abbiamo occhi ed orecchi pieni di complotti tra cardinali, corvi, tradimenti, corruzione e via dicendo. Non è uno spettacolo edificante, fa anzi francamente inorridire. Sono sicuro che ogni buon fedele cattolico fa fatica a mantenere fiducia pur se risuonano nelle sue orecchie quelle parole definitive, “non praevalebunt”.

Proprio per questo mi sento anche di parlare di sacerdoti che invece testimoniano il messaggio evangelico con le loro debolezze di uomini ma con impegno, dedizione e coraggio. Spesso mi sono trovato in certe difficioltà a cui non sono stati estranei uomini di Chiesa (sono un maestro di diplomazia!). Quando ci si trova in queste situazioni si sperimenta il clericalismo nella sua forma più detestabile, fatta di protezioni e garantismo unilaterale. Ho naturalmente chiesto aiuto a chi mi poteva aiutare. Tra queste persone c’erano alcuni sacerdoti, anche alcuni in alto nella gerarchia ecclesiastica.

Due casi vorrei brevemente citare.

Uno, sacerdote che mi conosce da tanti anni e che ora è assurto alla dignita’ episcopale. Quando gli ho accennato della mia situazione, durante una mia veloce visita in Roma al tempo in cui vivevo più in Asia, non ha esitato ad incontrarmi pure se so come sia preso da cento cose insieme e mi ha offerto incondizionatamente il suo aiuto e soprattutto mi ha ascoltato, capendo che essere sacerdoti non ti esime dal giudizio di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Non solo; mi ha incontrato anche una seconda volta per darmi consigli su come uscirne, non considerando la mia condizione di laico come di quello che “deve starci”. Davanti alla sopraffazione e all’abuso, pur proveniendo da altri sacerdoti (anzi, soprattutto da essi), bisogna reagire.

Un altro caso è quello di un Monsignore che anche lui mi conosce da decenni, anche lui una persona con una certa posizione e conosciuta. Pure lui, pur consapevole delle politiche vaticane, non ha esitato ad ascoltarmi e capita la situazione ad appoggiare il mio diritto a difendermi. Talvolta il clericalismo diventa sistemico, come detto già precedentemente, impregnando anche coloro che non sarebbero affetti dal “morbo”. Ma anche in questo caso, pur fra dubbi umani, questo sacerdote ha capito che la fedeltà al Vangelo vale di più che la fedeltà a coloro che ne usano ed abusano.

Ci sono sacerdoti che soffrono per  le vessazioni che talvolta vengono perpetrate in nome della Chiesa da coloro che invece di servire la Chiesa, si servono della Chiesa. Ci sono sacerdoti che si macchiano di crimini orrendi o che semplicemente accettano come una cosa dovuta certi privilegi che derivano dalla loro condizone sacerdotale. Ma non è tutto uguale. Ce ne sono altri, forse pochi, che accanto a noi soffrono e sperano. Quando ci indigniamo contro quelli marci, pensiamo anche a quelli buoni, la speranza che questo male del clericalismo possa essere un giorno controllato per far rifiorire la vita cristiana autentica, anonima, non urlata ogni mattina nei titoloni di cento giornali.

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