Domenica XXVII del Tempo Ordinario (Anno B)

(Gen 2,18-24; Sal 127; Eb 2,9-11; Mc 10,2-16)

 

di Alberto Strumia

 

Nelle letture di questa domenica troviamo alcune “informazioni” che, con la Rivelazione, Dio ha inteso comunicare all’umanità di ogni epoca della storia, perché gli uomini sappiano “regolarsi”, in merito alla “realtà” delle cose e alle “leggi” che governano il loro “buon funzionamento”. Non si tratta tanto delle “leggi fisiche” che sono alla base del mondo inanimato o puramente biologico: quelle gli uomini possono e devono scoprirsele, un po’ alla volta, anche da soli, con la loro intelligenza. La “scienza” servirà per questo. Ma si tratta, soprattutto, delle “leggi” che governano la vita “umana”. Anche se possono bastare “l’intelligenza” e “il senso comune” per arrivare a conoscerle, esse sono talmente importanti – per ottenere una “qualità della vita” che possa definirsi “buona”, così che la vita valga la pena di essere vissuta per il suo “grado di dignità” – che Dio le ha “rivelate”.

Tra queste “leggi” che regolano la vita degli uomini, perché la sua “qualità” possa essere “buona”, che Dio ha rivelato nei Dieci Comandamenti, oggi le letture della liturgia, pongono la loro attenzione sul “sesto comandamento”: «Non commettere adulterio» (Es 20,14; Deut 5,18), e quindi anche sul nono: «Non desiderare la moglie del tuo prossimo» (Es 20,17; Deut 5,21).

– Nel Vangelo, Gesù precisa che c’è un modo di violare questa “legge” che non è appena occasionale – come un singolo “atto” – ma è durevole – come un “vizio” con il quale l’atto viene ripetuto sistematicamente e addirittura teorizzato come buono. L’atteggiamento culturale del “teorizzare come buono” (come progresso civile, come diritto fondamentale della persona”, ecc.) ciò che va contro una legge che governa la vita degli uomini perché “funzioni bene”, viene definito dal Signore come “durezza di cuore”. Un’espressione che indica “insensibilità” nei confronti della realtà delle cose, frutto di un esercizio deviato dell’intelligenza. Non è ragionevole non tenere conto delle leggi di natura, fingendo addirittura che esse non ci siano o che possano essere cambiate a nostro arbitrio. Prima o poi la “durezza di cuore” si paga. E certamente nel nostro mondo attuale la gente la sta pagando, anche se non è più in grado e non vuole capirne le cause vere. Si ha tanta attenzione per l’ambiente (oggi è molto di moda!) per non rovinarlo e non ci si preoccupa di non distruggere la vita degli esseri umani. Anzi si fa di tutto perché degradi progressivamente!

Se si teorizza il divorzio come un diritto e un progresso civile, i passi successivi sono quelli che abbiamo visto e vediamo attuarsi nelle nostre società contemporanee: aborto, eutanasia, perversione, pedofilia, traffico di esseri umani, deportazioni, satanismo. Fino all’autodistruzione della società, divenuta “invivibile” e preda di chiunque voglia impossessarsene con l’astuzia e/o con la forza.

Nel passo parallelo del Vangelo di Matteo, più esteso di quello di Marco che si legge in quest’anno, si riferisce che Gesù disse che «da principio non fu così». Questa parola principio non indica solo il tempo delle origini, ma anche quel principio che è la legge di natura che governa la “qualità della vita” degli esseri umani.

Subito dopo queste considerazioni, nel brano del Vangelo di oggi, Gesù si trova a contatto con i bambini, quasi ad indicare che i primi a pagare le conseguenze degli errori degli adulti sono proprio loro, perché perdono il punto di riferimento degli affetti, degli insegnamenti, degli esempi di un’unica madre e di un unico padre, del clima di un’unica famiglia, di un’educazione cristiana che permette loro di avvicinarsi a Cristo («Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite»).

Come allora, anche oggi, può accadere che siano addirittura i discepoli di Gesù ad ostacolare l’avvicinarsi dei bambini al Signore («i discepoli li rimproverarono»).

– La prima lettura, chiarisce un altro aspetto della “realtà” della vita umana che oggi di fatto viene negato. Ed è il dato di fatto che l’uomo non è Dio e se si vuole illudere di esserlo, per la “durezza del suo cuore”, finisce per pagarla, tragicamente. Non è insignificante il fatto che il libro della Genesi presenti due distinti racconti della creazione dell’uomo e della donna. Ognuno di essi, infatti, mette in luce, rivelandolo, un preciso aspetto di ciò che è l’essere umano.

= Nel primo racconto della creazione dell’uomo e della donna, essi vengono creati insieme con un unico atto di Dio, come un’unità inseparabile, definita dalla loro mutua relazione («Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò», Gen 1,27). L’«immagine e somiglianza» con la Trinità sta tutta nella “relazione” tra l’uomo e la donna, che vengono al mondo insieme, “inseparabili”, quasi come accade nelle relazioni tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Questa è però solo un’analogia (“somiglianza”), perché c’è anche un’evidente differenza tra Dio e la creatura umana, tra la Trinità e la famiglia dell’uomo e della donna.

= Il secondo racconto della creazione dell’uomo – quello che abbiamo letto oggi – la chiarisce, descrivendo la creazione dell’uomo e della donna come avvenuta non contemporaneamente, ma in tempi successivi. Sembra volere rivelare che ciascuno di essi è una “sostanza” autonoma che può esistere anche indipendentemente dall’altro. Ciò è evidente quando uno dei due coniugi viene a mancare e l’altro rimane solo in vita. La persona umana, a differenza di quella divina non è essenzialmente “relazione”, per cui non può sussistere indipendentemente dall’altro, ma è una “sostanza individua” di natura razionale (secondo la bella definizione di Boezio), che riesce a sussistere “fisicamente” anche indipendentemente dall’altro. Ma la pienezza della vita esige anche la relazione come elemento ulteriore che completa la semplice esistenza “fisica” individuale.

Solo Dio sa se e quando l’umanità arriverà nuovamente a comprendere la rilevanza antropologica della concezione della persona umana che si trova in questo insegnamento di Cristo. Oggi sembriamo allontanarcene sempre di più, fino a manipolarlo adattandolo alle ideologie del momento.

Per questa conversione dell’uomo e della donna, per il bene loro e dei bambini, occorre pregare il Signore che sia Lui stesso ad intervenire per illuminare le menti e i cuori, sciogliendone la durezza. Pregarlo con l’intercessione di Maria Sua madre che ha capito tutto fin dall’inizio, quando ha accettato di essere la prima a collaborare al piano della Salvezza dell’umanità, offrendosi perché si realizzasse in lei l’Incarnazione del Verbo.

È di questa Salvezza che l’umanità oggi ha più bisogno che mai, per vivere bene sulla terra, comprendendo di essere istruita a guardare prima di tutto il Cielo.

 

Bologna, 3 ottobre 2021

 

Alberto Strumia, sacerdote, teologo, già docente ordinario di fisica-matematica presso le università di Bologna e Bari. È direttore del sito albertostrumia.it

 

 

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