Kramskoy, Cristo nel deserto (particolare)
Kramskoy, Cristo nel deserto (particolare)

 

I Domenica di Quaresima (Anno A) – 22 febbraio 2026

Gen 2,7-9. 3,1-7; Rm 5,12-19; Mt 4, 1-11



don Ambrogio Clavadei

 

Se Cristo è, e dovrebbe essere sempre, il protagonista della nostra vita, più che mai il tempo della Quaresima si preoccupa di ricordarcelo chiaramente. Il cammino della Quaresima inizia così veramente dal cammino del Signore, il cammino del Verbo che si è incarnato per porsi là dove l’itinerario dell’uomo è finito, perché dopo il peccato originale il Paradiso Terrestre è diventato un deserto dove domina, certo solo apparentemente e temporaneamente, ma anche purtroppo nefastamente, l’antiprotagonista che serpentinamente si è opposto a Dio, ponendosi subdolamente con il suo fare dubbioso davanti alla prima coppia umana per tentarla: “«È vero che Dio ha detto: ‘Non dovete mangiare di alcun albero del giardino?»”.

Perché Cristo accetta di lasciarsi portare nel deserto dalla forza dello Spirito? È una domanda che sorge spontanea perché è indubitabile che egli non possa uscire che vittorioso nella lotta contro il dubitatore! Cui prodest allora? Ma vale qui, come sempre varrà, quanto egli ha detto a Giovanni Battista in occasione del suo battesimo al Giordano. Perché chiedi essere battezzato quando invece “io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?” (Mt 4, 14). “Ma Gesù gli disse: «Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia»” (Mt 4, 15). Compiere ogni giustizia significa per Cristo immedesimarsi totalmente – lui il senza peccato – nella situazione dell’uomo peccatore che ha bisogno di conversione. È la manifestazione reiterata della sua kenosis, della sua umiliazione che si abbassa per innalzare, solo così facendo, noi in lui. Egli infatti “pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre” (Fil 2, 6-11).

Come accaduto al Giordano, così allora accade anche nel deserto delle tentazioni, dopo aver lungamente digiunato, lui che è “il Pane della vita” (Gv 6, 35). Altra umiliazione! Ma il suo agire non è un teatrino dove domina la finzione, è il dramma della salvezza dove egli, il nuovo Adamo, patisce l’assalto demoniaco – come se fosse un peccatore come tutti – “al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa [la nuova Eva] tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata” (Ef 5, 27) e di cui la Vergine Maria è l’icona perfetta. Ecco il deserto che rifiorisce: “Chi è Colei che sale dal deserto, appoggiata al suo Diletto?” (Cant 8, 5).

È allora guardando alla vittoria di Cristo, lui che si fatto Via (odos) dentro il deserto per farci uscire dal deserto, che noi possiamo sfuggire a quell’agguato che non manca mai nel pellegrinaggio della nostra vita, e ciò seguendo il suo metodos (meta odos), imitando il suo metodo.

Qual è il metodo di Cristo? Uno e uno solo: affermare la sua appartenenza al Padre che lo ha mandato nel mondo. Cristo ha un’unica coscienza, un unico Io che lo identifica, così che potrà dire: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono e non faccio nulla da me stesso, ma come mi ha insegnato il Padre, così io parlo” (Gv 8, 28) e ciò in antitesi al diavolo che “è menzognero e padre della menzogna” (Gv 8, 44) e quindi “quando dice il falso, parla del suo” (Gv 8, 44), inventa le sue parole o deforma quelle di Dio.

Infatti nella prima tentazione il diavolo fa un “suo” discorso capzioso, invita Gesù a fare del bene, intanto a se stesso visto che ha fame e come Figlio di Dio potrebbe benissimo trasformare le pietre in pane, e poi così anche per tutta la gente che patisce o muore di fame. Naturalmente Cristo risponde che non di solo pane vive l’uomo, e che se non ci si nutre di ogni parola che esce dalla bocca di Dio a che serve mangiare, bere e ridursi alla pura materialità dell’esistere? Ecco perché dopo la grande moltiplicazione dei pani per i cinquemila, Gesù se ne fuggì via perché “la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, cominciò a dire: «Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo” (Gv 6, 14-15). Gesù non voleva essere considerato come un grande benefattore, come si dirà dell’anticristo, ma colui che “ha fatto bene ogni cosa” (Mc 7, 37).

La prima tentazione rivela quindi la preoccupazione carnale che c’è sotto, perché il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Insomma, l’indizio è che il suo primo criterio è carnale, vale a dire: la stima del mondo, la preoccupazione del mondo, la stima della carne e delle sue esigenze autonome da Dio. Questa è la reale differenza. Il diavolo appartiene alle esigenze mondane, Cristo appartiene al Padre. Ciò a cui apparteniamo definisce la nostra personalità.

Poi, visto che Gesù ha citato la Scrittura, ecco allora che il diavolo cita anche lui una parola di Dio, deformandone però il significato e lo scopo, tentando Gesù perché metta alla prova quel Padre a cui appartiene. Ma egli tace sul fatto che l’inizio del salmo da lui ricordato dice: “Tu che abiti al riparo dell’Altissimo e dimori all’ombra dell’Onnipotente, di’ al Signore: «Mio rifugio e mia fortezza, mio Dio, in cui confido” (Sal 90, 1-2). Non dunque il numero circense di librarsi in alto sostenuto dagli angeli, che sono gli inviati di Dio, per così stupire le folle e strappare applausi e consensi (come fanno oggi più che mai i potenti di questo mondo innalzandosi sulle ali di quei nuovi “angeli” che sono i mass media prezzolati che li osannano), ma l’abbassarsi umile di chi confida tutto nel Padre, appartenendo a lui per la riuscita della sua missione di inviato.

Di conseguenza, terza tentazione, quando uno ha tutto nel Padre appartenendo a lui, che se ne fa di cercare di possedere vanamente tutto fuori da lui? Gesù dirà drammaticamente: “Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi si perde o rovina se stesso?” (Lc 9, 25). Quindi non l’adorazione del diavolo, perché a partire da Cristo “è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori” (Gv 4, 23). Oggi invece è più che mai il tempo degli adulatori!

In definitiva la Quaresima ci mette davanti un’alternativa che, piaccia o no, non si può sfuggire, e che la lettura del Deuteronomio di ieri così poneva: “Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male” (Dt 30, 15). La scelta giusta o sbagliata decide dell’avverarsi o no del nostro destino futuro, così come ha deciso di quello delle origini, quella catastrofe che solo l’appartenenza di Cristo al Padre ha potuto riscattare: “Come dunque per la caduta di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera giusta di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione, che dà vita. Infatti, come per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti”.

Senza dimenticare che “non ha Dio per Padre chi non ha la Chiesa per Madre” (san Cipriano), e che è vera Madre se non parla del “suo”, ma parla di Cristo senza mezzi termini: “Non c’è niente di più pericoloso di una Chiesa semi-cattolica. Una Chiesa che benedice senza convertire. Una Chiesa che accoglie senza invitare al pentimento. Una Chiesa che parla senza sosta ma insegna con timidezza. Una Chiesa così non salva le anime. Le anestetizza. Dà loro quel tanto di religione che basta a placare la coscienza ma non abbastanza verità da cambiare il cuore. Questa non è misericordia. È negligenza. Non è il momento per un cattolicesimo cauto. Non è il momento per sussurrare la verità. Non è il momento per evasioni educate. È l’ora della testimonianza. E la testimonianza ha sempre un costo. È costata agli Apostoli la loro libertà. È costata ai martiri il loro sangue. È costata a Cristo la sua vita. Perché pensiamo che a noi non debba costare nulla? […]. Il mondo non ha bisogno di cattolici compiacenti. Ha bisogno di cattolici fedeli. Scegliete Cristo. Servite solo Lui” (Vescovo Joseph Strickland, 7 febbraio 2026, in Maurizio Blondet). Solo così si appartiene al Padre!

 

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