Di seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori di questo blog l’articolo scritto da Regis Martin e pubblicato su Crisis Magazine. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella traduzione da me curata. 

 

tentazione

 

Quando si parla di tentazioni, siamo tutti esperti. È una materia che tutti padroneggiamo, un corso che tutti potremmo insegnare. È anche, paradossalmente, un’area della nostra vita in cui il fallimento è fin troppo frequente. L’insegnante non è migliore dell’allievo; anzi, sono due facce della stessa medaglia.

Voglio dire, chi di noi non ha mai provato il minimo senso di colpa risvegliato dal divario tra le virtù che professa e i vizi che pratica? Non c’è nessuno là fuori che non si sia commosso per la grandezza a cui aspiriamo nei nostri momenti migliori, seguita dalla miseria in cui siamo così spesso impantanati? Con l’eccezione della Beata Madre – “il vanto solitario della nostra natura”, ci ricorda il poeta Wordsworth – abbiamo tutti le mani sporche di sangue. Per quale altro motivo Cristo sarebbe morto per la razza umana se ogni membro di essa non avesse già cospirato per crocifiggerlo?

E così, sia che ci arrendiamo sia che riusciamo per un po’ di tempo a farla sparire, non c’è via d’uscita, non si può sfuggire alla rete della tentazione. Nemmeno il cinismo è un’opzione. Quando Oscar Wilde annunciava allegramente: “L’unico modo per liberarsi di una tentazione è cedervi”, era solo furbo. “Posso resistere a tutto”, aggiungeva divertito, “ma non alla tentazione di fare una battuta intelligente”.

L’esperienza di essere tentati, quindi, è un evento che riguarda tutti; non è stato risparmiato nemmeno il più piccolo dei bambini che, se dobbiamo credere a Sant’Agostino, non pecca solo per mancanza di opportunità. Perché anche il nostro Signore è stato tentato, non una volta, ma più volte. Ciò che conta, ovviamente, è cosa fare quando succede. E troppo spesso, ovviamente, non riusciamo a resistere affatto, trasformando così i nostri peccati in abitudini che minacciano seriamente l’anima, oppure quando opponiamo una qualche resistenza, per quanto tiepida, il risultato è spesso una sorta di moralismo disperato che conosce troppo bene la propria debolezza per immaginare di poterla mai superare del tutto.

Perché? È possibile che chiedendo a Dio: “Dammi la grazia oggi di resistere alle tentazioni in ogni modo”, non stiamo facendo la domanda giusta, non stiamo supplicando Dio per la cosa giusta? La cosa giusta, in altre parole, che si dimostrerebbe più grande persino della forza più vantata che riusciamo a evocare per resistere a questa o quella tentazione?

Affrontare le tenebre di petto potrebbe non essere la mossa più intelligente, ecco cosa voglio dire. Certo, è un gesto eroico, un colpo di sfida contro le forze del male che sono così spesso e pericolosamente schierate contro di noi. Ma perché mai dovremmo sentire il bisogno di tenerle sempre a bada? Hanno forse una qualche presa su di noi che ci obbliga a scacciarle continuamente? Perché non chiedere invece che Dio si mostri in modo tale che qualsiasi peccato che siamo tentati di commettere si ritrovi tutto in una volta spogliato del suo falso fascino? Che i nostri occhi siano immersi in una luce così celestiale da non riuscire più a vedere il peccato, tanto meno a soccombere alle sue spurie seduzioni?

Non potrebbe essere una strategia migliore? Sarebbe certamente meno faticosa. E poi, a cosa ci sono serviti i peccati che abbiamo commesso? Sulla scala dell’essere che misura il peso di tutto ciò che è, non sono nulla, l’ombra dell’amore, non di più. Perché, allora, dovremmo dare al peccato un palcoscenico su cui esibire il suo nulla? Per analogia, non è altro che un piatto vuoto sul quale non apparirà mai alcun cibo. Perché ci si aspetta che paghiamo per un pasto che non mangeremo mai, un hamburger da niente? Non importa che il ristorante sia affollato e rumoroso, non c’è ancora nulla.

In un bellissimo inno composto nel IV secolo da Sant’Ambrogio, intitolato “O splendore della gloria di Dio”, tra le tante strofe ce n’è una che chiede a Dio proprio quella cosa che, con la sua pura intensità luminosa, priverà il peccato di tutta la sua apparente dolcezza e delizia:

Anche il Padre che le nostre preghiere implorano,
Padre della gloria eterna,
Padre di ogni grazia e potenza,
di bandire il peccato dalle nostre delizie…

Pensateci! Una grazia che permette all’anima, come ci esorta Ambrogio a chiedere a Dio, “di bandire il peccato dalla nostra gioia”. In altre parole, di diventare non solo indifferenti al falso fascino del peccato, ma di essere talmente concentrati su Dio, talmente inghiottiti dalla gloria divina che risplende sul volto di Cristo, che il peccato non ha più alcun appiglio di quanto non ne abbia, ad esempio, il richiamo delle feci per un uomo intento a gustare un filetto.

Questa è la lezione che Dante, il poeta-pellegrino, impartisce nel corso del suo lungo viaggio sul monte del Purgatorio in quella grande sezione centrale della Divina Commedia. Non è un percorso facile. Ma il risultato lo renderà libero, benedettamente e finalmente libero – non solo dalla pratica del peccato, che è lo scopo del viaggio in primo luogo; liberarlo completamente dal peccato è il motivo per cui è venuto. Ma, cosa ancora più importante, lo libererà da qualsiasi ricordo persistente dei piaceri assaporati un tempo. Questa sarà la liberazione più dolce e soddisfacente di tutte.

E così, una volta raggiunta la vetta, cade in un svenimento di tale dolore per i suoi peccati da perdere completamente i sensi. Al suo risveglio, però, avverte la presenza di un altro, di una persona che ha fatto il viaggio in prima persona e che ora è venuta ad offrirgli conforto nella sua angoscia. Ma non solo. In realtà è venuta per attirarlo nel ruscello sacro dove lo attende l’oblio del peccato. È Matilde, naturalmente, la prima delle anime redente a salire sul monte del Purgatorio dopo la completa vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte. Così, le viene affidato il compito di immergere tutti coloro che hanno intrapreso il viaggio in quelle stesse acque purganti che un tempo la purificarono. “Tieni duro!”, mi disse, “Tieni duro”!

Mi aveva trascinato nel torrente fino alla gola e, tirandomi dietro di sé, sfrecciava sull’acqua, leggera come una barca.

In prossimità della riva sacra, la sentii dire con toni così dolci che non posso richiamarli e tanto meno descriverli qui: “Asperges me”.

È la preghiera di assoluzione di cui parla il salmista, che chiede a Dio di purificarlo con l’issopo per essere più bianco della neve. Fallo ora, sembra dire. Non può aspettare. È quella santa impazienza di essere resi puri, di chiedere al Signore di immergerci nelle acque della vita nuova, di aprire panorami di delizia che ci permettano sempre di ricominciare. La preghiera perfetta per la Quaresima…

Regis Martin

 

Regis Martin è professore di teologia e associato alla facoltà del Centro Veritas per l’etica nella vita pubblica dell’Università Francescana di Steubenville. Ha conseguito la licenza e il dottorato in sacra teologia presso la Pontificia Università di San Tommaso d’Aquino a Roma. Martin è autore di numerosi libri, tra cui Still Point: Loss, Longing, and Our Search for God (2012) e The Beggar’s Banquet (Emmaus Road). Il suo libro più recente, pubblicato da Scepter, si intitola Looking for Lazarus: A Preview of the Resurrection.

 


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