Volodymyr Oleksandrovyč Zelenskyy, Presidente dell'Ucraina
Volodymyr Oleksandrovyč Zelenskyy, Presidente dell’Ucraina

 

di Michael Galster

 

Con queste parole il presidente Zelensky, in collegamento con il Forum Ambrosetti 2023 a Cernobbio, davanti a numerosi protagonisti della scena politico-economica italiana e internazionale conferma la linea politica di Kiev tesa a continuare la guerra fino alla “sconfitta del nemico” e la riconquista di tutti i territori occupati dalla Russia. Tuttavia, e seppur minoritari, in questa fine estate in Occidente aumentano le voci che esprimono dubbi sulla fattibilità dell’impresa, considerando i limitati successi sul campo militare e il tremendo costo in termini di vite umane.

Nessuno invece mette in questione la legittimità etica in sé del piano di riconquista dei territori in questione, sebbene oggettivamente in violazione del diritto internazionale occupati dalla Russia. Quante volte i nostri media riportano testualmente le parole degli ucraini quando questi usano il termine “nostre terre” a proposito del Donbass e della Crimea, senza indagare la fondatezza di tale locuzione. 

Il Donbass e la Crimea sono davvero soltanto terre ucraine? In realtà in questi due territori vivono – e in passato hanno vissuto pochi ucraini -, i cittadini di nazionalità ucraini nelle terre contese formano una minoranza piuttosto limitata. La grande maggioranza della popolazione è di nazionalità russa e lo ha confermato con un “voto etnico” in ogni consultazione elettorale svoltasi sin dall’inizio dell’indipendenza dell’Ucraina trent’anni fa, dando puntualmente preferenza a partiti cosiddetti “filorussi” nel frattempo dissolti o vietati dalla legge.

La pace in Europa dopo il 1945 in larga misura è stata conservata in base al principio dell’inviolabilità dei confini d’un lato e dal rispetto dell’esistenza delle minoranze che si trovano sul territorio di uno Stato di nazionalità diversa. I casi sono conosciuti: i tedeschi dell’Alto Adige in Italia, i cittadini dei Paesi baschi e della Catalogna in Spagna, i fiamminghi, valloni e tedeschi nel Belgio, gli ungheresi in Romania, ecc.

L’Ucraina, negli anni seguiti alla rivoluzione del Maidan nel 2014, non solo ha abolito ogni forma di autonomia delle minoranze ma ha messo in atto una politica volta alla cancellazione totale della lingua e cultura russa dalla vita pubblica (vedasi la legge 5670-d del 2019 https://www.sabinopaciolla.com/ucraina-legge-n-5670-d-del-2019-vietato-luso-della-lingua-russa-nella-sfera-pubblica/ e la relativa bocciatura della politica linguistica dell’Ucraina da parte della Venice Commissione dell’UE https://www.sabinopaciolla.com/ucraina-dicembre-2019-esperti-del-consiglio-europeo-bocciano-la-legge-ucraina-sul-divieto-della-lingua-russa-e-avvertono-dei-pericoli-ma-nulla-succede/  ).

L’Europa democratica giustamente non ha problemi a chiamare analoghe politiche “genocidio” o “genocidio culturale”, come nel caso dei Curdi in Turchia e di altri popoli ancora, non lo fa però se le vittime sono russe. In quest’ultimo caso i media tacciono o giustificano la violazione dei diritti della minoranza di oggi con le ingiustizie subite dagli ucraini ai tempi di Catarina la Grande o di Stalin (in tale contesto vedasi la revisione storica dell’Holodomor). Oppure in alcuni casi si cerca di negare l’esistenza stessa di un’identità russa sui territori in questione, declassificando i russofoni con identità etnica russa in discendenti di immigrati come se in quanto tali non potessero vantare diritti sul territorio di un altro Stato. Si intende da sé che il supporto tacito o esplicito dei paesi Nato alla politica ultranazionalista dell’Ucraina contribuisce a confermare l’idea dei doppi standard che il resto del mondo tende a farsi dell’Occidente e a delegittimare lo stesso ideale di democrazia per il quale si dice di volere combattere.  

Il governo italiano, così come tutti gli altri governi UE (ad eccezione dell’Ungheria) supportano in modo incondizionato la politica di riconquista dei territori occupati da parte dell’Ucraina. In questo modo di fatto i nostri governi sostengono l’applicazione del principio di pulizia etnico-culturale a spese di milioni di concittadini russofoni. È ovvio che una tale ingiustizia non giustifica l’intervento militare russo. Resta comunque la domanda: a prescindere dal probabile o non probabile successo dell’impresa militare di Kiev, è questa l’idea di pace di un’Europa democratica?

 



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