Battaglia di Stalingrado

Battaglia di Stalingrado

di Giorgio Canu
… Una scintilla capace di accendersi su uno dei campi di battaglia più strazianti del novecento: Stalingrado, la città dove comunismo e nazismo si incontrano e specchiandosi trovano la loro inaspettata, stupefacente e tragica somiglianza. 

È nella battaglia di Stalingrado che Grossman scoprì il volto ultimo della propria libertà e lo intravide, nascosto, in tutti i gesti degli uomini: 

l’assoluta irriducibilità del singolo uomo  a qualsiasi forma di potere

Qui siamo nel bel mezzo della battaglia. I Sovietici sono assediati dall’esercito tedesco. Le trincee sul Volga sono a ferro e fuoco e i pochi soldati sovietici rimasti difendono strenuamente i loro capisaldi, ultimo ostacolo di fronte alle truppe nemiche che stanno per conquistare la città. 
 
Katja Vengrova, una marconista, viene mandata in quella trincea, una trincea di soli uomini che da mesi non vedono una donna, e che, fin da subito, discutono su chi ha maggiori possibilità di portarsela a letto.
Poi una granata le distrugge la radio, e senza radio una marconista non serve, ma il comandante la tiene ancora in trincea… suscitando illazioni sulle sue intenzioni. 

Intanto Katja fa conoscenza con il giovane mortaista Sergiej Saposnikov.
 

Mentre non si sa se si uscirà vivi da quella trincea e da quella notte, e mentre il male sembra vincere su tutto… 

«Lei invece gli accarezzava i capelli sporchi e ispidi come fosse un bambino; sapeva che quanto stava per accadere era inevitabile.

Lui l’abbracciò, ma le sue dita erano di colpo fredde, e un brivido freddo attraversò anche il suo petto.
Lei era sdraiata sul cappotto, lui le sfiorava il tessuto rozzo e polveroso della camicia e della gonna, poi gli stivali di finta pelle. La sua mano sentiva il calore del suo corpo.
Katja cercò di mettersi seduta, ma lui riprese a baciarla.

…..”Perché non mi guardi?”.
“Non voglio…..”.

Non avere paura, è per tutta la vita

se mai ne avremo una.”

Si addormentarono sul cappotto, abbracciati.
Il capocasa si avvicinò e li guardò dormire. La testa del mortaista Saposnikov era poggiata sulla spalla della marconista, il suo braccio le cingeva la schiena, quasi temesse di perderla.

All’alba li svegliò un grido:
“Saposnikov, Vengrova, vi vuole il capocasa, veloci però, gambe al culo”.

Nella penombra fumosa e fredda Grekov aveva un’espressione implacabile e austera.
I due ragazzi stavano in piedi di fronte a lui, imbarazzati, e si tenevano per mano senza neppure rendersene conto.

“Saposnikov”, disse, “tu ora raggiungerai lo stato maggiore del reggimento, ti trasferisco lì”.

Sergej sentì un fremito nelle dita di Katja, e le strinse. Il silenzio invase il cielo nuvoloso e la terra, quasi tutto aspettasse con il fiato sospeso. Tutto intorno era meraviglioso, caldo.

“Mi caccia dal paradiso, pensò Sergiej, ci separa come due schiavi”, e fissò il comandante con occhi pieni di odio, e insieme di supplica.
Grekov lanciò uno sguardo al viso della ragazza, e a Sergiej quello sguardo parve ripugnante, tanto era spietato e impudente.

“È tutto” disse Grekov.
“La marconista viene con te, intanto qui non ha niente da fare senza un trasmettitore. L’accompagnerai tu al comando. Là troverete da soli la vostra strada”.

E d’un tratto Sergiej si accorse che a guardarlo erano due occhi bellissimi, affettuosi, intelligenti e tristi come mai ne aveva visti in vita sua».

«Nella lotta contro il male non è l’uomo a essere impotente: per quanto poderoso, il male non può nulla nella sua guerra contro l’uomo. La bontà è debole, fragile, [ma] è invincibile. (…) se anche in momenti come questi, persino sul ciglio di una fossa sanguinante o sulla soglia di una camera a gas, l’uomo serba qualcosa di umano, il male è destinato a soccombere».

Vasilij Grossman, Vita e destino.
Biblioteca Adelphi – pag. 396-397
«Sono vite tutte massacrate e pestate, eppure o era giusto che si suicidassero, o era giusto che vivessero: era giusto che vivessero, perché vivendo accettavano, senza saperlo, la strada che conduceva al loro destino. 
È ragionevole vivere! ».  
(L. Giussani,”Sì può vivere così?”  Bur, 1994, pag 85).
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