Gesù e Nicodemo, di Crijn Hendricksz Volmarijn, pittore olandese del XVII secolo.
Gesù e Nicodemo, di Crijn Hendricksz Volmarijn, pittore olandese del XVII secolo.

 

 

di Pierluigi Pavone

 

Pescatori ed esattori delle tasse, soldati e profeti, maestri e traditori, ricche donne e prostitute, ciechi e lebbrosi. Ci sono tutti. Eppure, non sono molti i filosofi che compaiono nelle Scritture. Di fatto nessuno, se si fa eccezione dei greci di Atene che deridono la fede di Paolo. La Croce restava stoltezza, sia per coloro (Aristotele) che dimostravano l’esistenza di Dio come Causa prima del mondo – in virtù del divenire dei cieli –, sia per coloro (Epicuro) che dimostravano l’impassibilità degli dèi – in virtù del dolore dell’uomo.

Ma forse Giovanni ci regala una eccezione: non è sicuro che si tratti della stessa persona che Luca indica – senza nome – come “notabile ricco”, il quale diventa triste di fronte alla rivendicazione di Cristo: l’essere Dio. Questo è il vero significato di quel “seguimi”, con cui Gesù sintetizza i primi tre Comandamenti di Mosè, considerando che gli altri sono citati e adempiuti da quel giovane (cfr. Lc 18, 18-23).

Giovanni però ci regala la figura storica di un fariseo. Molto diverso per temperamento da Paolo. Nicodemo. È ragionevole supporre che i due si siano conosciuti e non pochi siano stati i confronti teologici. Ed è degno di riflessione vedere come Nicodemo sintetizzi perfettamente colui che per mezzo della filosofia giunge alla Verità.

San Giuseppe raggiunge la perfetta giustizia uniformando in modo ineguagliabile la sua ragione alla Grazia. Nicodemo raggiunge la perfezione della Legge, ne rivendica legittimità e rispetto anche contro le perverse manipolazioni degli altri farisei (Gv 7, 51), copre le sue contraddizioni con la generosità di mirra e aloe, per il Corpo di quel Signore che amava (Gv 19, 29). La profondità del suo amore è ancora una profondità nebbiosa – tanto da andare di notte da Gesù –, ma Nicodemo non appartiene a quelle tenebre che coscientemente hanno riconosciuto la Verità e l’hanno rifiutata.

Il peccato attuale di apostasia o blasfemia, di perversione sessuale o profanazione pubblica, meschina e “spettacolare” della fede (come nei nostrani festival canori) non deve stupire. Corrisponde esattamente al giudizio sul mondo che proprio lo Spirito Santo realizzerà. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie (Gv 3, 19). Così si conclude il noto confronto tra Gesù e Nicodemo. Ma Nicodemo è già oltre le tenebre: non pervertendo Legge e Profeti va lui da Gesù. Non pervertendo Legge e Profeti, lascia che siano proprio Legge e Profeti a condurlo nell’unica Persona in grado di compierli e realizzarli, per la salvezza del mondo. Ma ha ancora paura, è legato al giudizio degli uomini e alla gloria del mondo. Ma ha incrociato i suoi occhi con quelli del Cristo: ha visto la Verità.

Nicodemo non è l’anima platonica che ha contemplato il vero ma cadendo nel corpo ha dimenticato. Non esiste, per Nicodemo, nessuna maieutica, perché conosce il peccato e il bisogno di redenzione. Cerca il Signore, perché aspira alla vita eterna, non ad una buona pedagogia etica.

Nicodemo non è un asceta tibetano, che raggiunge interiormente la nullificazione di ogni intelligenza e volontà, rifuggendo l’illusorietà del mondo. Non esiste, per Nicodemo, nessuna mistica dell’interiorità. Cerca la giustizia di Dio, rinnegando la sua stessa interiorità e contrastando le opere di falsità di falsi dottori.

Nicodemo non è neppure un saggio stoico, che si uniforma alla razionalità divina del destino universale. Sa che non “tutto ciò che è reale è razionale”, perché esiste il male, la tentazione. E sa che il principe di questo mondo può essere vinto solo per mezzo della espiazione del peccato. Solo così sarà possibile rinascere dall’alto. È l’altezza del Golgota ciò di cui parla Gesù. L’altezza della Sua Ascensione, perché sia dato lo Spirito Santo.

Nicodemo non è l’homo faber fortunae suae. La ragione mostra a Nicodemo che l’umanità non redime se stessa. Né senza Dio, tanto meno contro Dio. Conosce la Giustizia di Dio secondo la carne: in questo è maestro in Israele. Ha da aderire alla Misericordia secondo il sangue. Ma non ha capito in che modo e a che motivo bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo (Gv 3, 15): lo capirà asciugando quel Sangue, quando oramai il suo riscatto era stato così pagato. Lo capisce quando dalla Legge si convertirà alla Grazia. Lo capisce da amico e uomo libero dalle catene antiche. Ma il suo servizio, razionale, equilibrato e giusto non gli è stato di ostacolo. Proprio quel servire, gli è valso come servizio perché giungesse alla Verità. Così è della ragione filosofica, rettamente intesa. Se la ragione serve la Verità, quando la trova la riconosce e la volontà vi aderisce!

Nicodemo è paradigma della retta ragione davanti al Mistero. Non è un sofista che manipola la parola dell’uomo perché – con l’ambiguità – il vero sia mostrato come falso e il falso diventi vero, per opera di sinistra persuasione. Nicodemo è l’immagine più pura del filosofo: non di colui che si compiace che non esiste nessuna verità, per legittimare le proprie tenebre. Ma di colui che davvero cerca la Verità e scopre che è la Verità – il Logos eterno del Padre – che si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi.

 

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