Dal Catechismo all’esperienza cristiana

Questa rubrica è il proseguimento di quella dedicata all’esposizione del Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica.

Il materiale qui presentato è disponibile nel suo insieme nel volume: A. Strumia, Dal Catechismo all’esperienza cristiana, Amazon 2022. E in formato testo e audio sul sito albertostrumia.it/Fides-et-Ratio e sul canale YouTube www.youtube.com/c/AlbertoStrumiaA

 

tentazione

 

Puntata n. 11 La coscienza della Redenzione (III)

Il peccato nel libro della Genesi: il peccato originale (1)

Nello sviluppo della nostra meditazione sulla coscienza della Redenzione dobbiamo allora esaminare, almeno sommariamente, ciò che la Scrittura ci dice riguardo all’uomo che ha conosciuto l’esperienza del peccato e le sue conseguenze sulla sua natura, la spiegazione che la Rivelazione giudeo-cristiana ci propone per motivare questa situazione presente nella quale tutta l’umanità si viene a trovare.

Il terzo capitolo della Genesi, che descrive il peccato originale, per essere compreso, richiede la premessa inserita, in maniera apparentemente incidentale, al v. 16 del capitolo precedente: «Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, tra cui l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male […].

Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse […].

Il Signore Dio diede questo comando all’uomo: “Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti” [v. 16]» (Gen 2,9-16).

Questa descrizione è molto indicativa: forse possiamo intendere, simbolicamente, che gli alberi presenti nel giardino rappresentino le “leggi fondamentali della natura”, secondo le quali anche l’uomo, in quanto creatura vive la propria esistenza. Per l’uomo ci sono due alberi fondamentali, due “complessi di leggi” più importanti, che lo caratterizzano in quanto essere razionale:

– l’“albero della vita” dal quale attinge l’essere (legge della creaturalità) e lo stato di grazia (legge della grazia, della preternaturalità) in cui è creato;

– e l’“albero della conoscenza del bene e del male”, la cui esistenza è legata alla legge della libertà.

Secondo la sacra Scrittura l’uomo è libero in quello che fa: anche se può essere condizionato, non lo è totalmente. Questo dato corrisponde ad un’esperienza profondamente umana: quella di orientarsi verso ciò che si fa mediante un “giudizio” e una “scelta libera”. Nelle società dove l’uomo si sente schiavo, ciò è perché la sua umanità è schiacciata: la libertà fa parte della natura dell’uomo.

La libertà si esercita nella scelta dell’albero al quale mangiare. Mangiare di questo secondo albero è una scelta, almeno in parte, alternativa e opposta all’attingere all’altro, è un non riconoscere la propria condizione di creatura elevata dalla Grazia. Il non riconoscere che tutto è dono (“creaturalità”), e dono addirittura superiore a quello che la natura di per sé esigerebbe (“Grazia” e “preternaturalità”) comporta come conseguenza la scelta di non attingere più, per quanto possibile, all’albero della vita e questo è ciò che il Signore definisce con il verbo «moriresti».

Nella società in cui viviamo il mito della libertà come “autonomia da” è diventato l’origine di un culto vero e proprio (apparente perché è impossibile non “dipendere da”): l’uomo di oggi, i giovani e i meno giovani, devono spesso arrivare a fare l’esperienza del fallimento di una vita impostata all’insegna dell’istintività e dell’arbitrio per arrivare a rendersi conto che ci deve essere un altro modo per vivere una vita umana degna, che non conduca a questo «moriresti»: un morire del gusto della vita, della bellezza di ciò che ci circonda, e perfino dei rapporti più cari, delle cose più stimate.

La prova della bontà di una scelta di vita è verificata dalla sua durata nel tempo. Ciò che non regge alla prova del tempo inganna l’uomo lasciandolo “con un pugno di mosche” e in preda alla tristezza, alla disperazione e quindi alla paura del presente e del futuro. Adamo non ha fatto ancora l’esperienza di questo «moriresti», ma ha ben chiara l’altra esperienza, quella dell’albero della vita, ha la consapevolezza che tutto ciò che lui è viene dal Signore: la sua esistenza, la sua signoria sulla creazione, la sua capacità di coltivare e di custodire il giardino, sono un dono. Per inciso, è importante rilevare come la coltivazione del giardino sia citata prima del peccato: essa non è qualcosa che contrasta il fatto che la terra dia spontaneamente il suo frutto, non è un lavoro faticoso, ma è un segno della superiorità dell’uomo, che ordina come “signore” la creazione, e in questo l’uomo è già simile a Dio, essendo “signore”. Dio vuole che l’uomo eserciti la sua intelligenza e la sua libertà anche per custodire il giardino, cioè per ordinarlo al fine ultimo che è la gloria di Dio.

I fattori che preparano e quelli che caratterizzano il peccato

  1. a) Il tentatore

Ma il termine “custodire”, presente nel testo ci fa pensare alla presenza di possibili pericoli, all’esistenza di un “nemico”, che si manifesterà poco dopo, come “tentatore”. Per cui l’uomo, cedendo al tentatore, smettendo di cogliere il frutto dell’albero della vita per cogliere all’altro albero, oltre a privare se stesso della Grazia e della pienezza dell’essere che a quello attingeva, priva di conseguenza anche la creazione, a lui sottoposta, di quella coltivazione e di quella custodia che le spettavano ed essa rimane perciò incolta e incustodita, divenendo selvatica.

«Il mondo inselvatichì, ed inselvatichì l’uomo: inselvatichirono cioè sia il mondo della natura sia il mondo umano» (Santa Caterina da Siena, Dialogo della Divina Provvidenza, Edizioni Studio Domenicano, Bologna 1989, n. 140).

Esistenzialmente questo dato biblico è molto importante: il gusto del lavoro quotidiano si perde, il terreno dell’ambiente di lavoro e della vita di ogni giorno diventano aridi e incolti, la giornata diviene “selvatica”, se non è dato il senso delle cose. O perché non lo si è ancora conosciuto, o perché lo si è rifiutato. La realtà tende a divenire ostile ed estranea, qualcosa che va sfuggito per trovare la pace: è un’esperienza di sconfitta che caratterizza un essere umano diviso, non in pace.

Il primo fattore che contribuisce all’attuarsi del peccato dell’uomo è l’azione di un “tentatore” estraneo all’uomo: è la tentazione. La Scrittura ci lascia intendere che l’uomo, da solo, non avrebbe avuto probabilmente neppure la fantasia sufficiente per non pensarsi come creatura, per sentirsi autonomo, contrapposto a Dio.

Il peccato è una scelta irragionevole perché equivale a staccarsi liberamente dalla sorgente dell’essere. Provvidenzialmente il Signore non consente che questo distacco sia totale, altrimenti la creatura si annichilerebbe, perdendo anche l’esistenza. Questo dato è espresso, nel testo biblico là dove si fa vedere che la familiarità con Dio non è completamente distrutta dal peccato, pur essendo gravemente compromessa. Dopo il peccato Adamo ed Eva riconoscono il rumore dei passi del Signore nel giardino, e come abbiamo già osservato in precedenza, questo indica un’esperienza di familiarità che non è stata dimenticata del tutto nonostante il peccato.

Il distacco riguarda quel livello dell’esistenza che eccede l’essere e la natura, comportando la perdita del “di più” aggiunto alla natura, cioè della Grazia e la perdita di quei doni che alla natura erano stati aggiunti ( i doni “preternaturali”). Allora, perché il peccato possa realizzarsi deve essere presentato da qualcuno, estraneo all’uomo, come “un bene”, come qualcosa di conveniente, come una scelta che appaia ragionevole, perché non si fa se non ciò che si presenta in qualche modo conveniente. L’azione del tentatore si colloca a questo livello.

 

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