Interessante l’intervista apparsa su Tempi allo scienziato don Roberto Colombo, docente alla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e membro della Pontificia Accademia per la Vita. In tutta l’intervista egli parla dei numeri che ci vengono snocciolati ogni giorno a proposito della diffusione del coronavirus, degli infettati, dei deceduti ecc. e di quanto sia facile non riuscire a comprendere il fenomeno sottostante. Interessante dunque leggerla tutta. Voglio però proporvi solo la risposta all’ultima domanda. 

 

Coronavirus (fonte ANSA)

Coronavirus (fonte ANSA)

 

Possiamo dunque sperare che ci venga restituita presto la libertà di muoverci da casa, di tornare ai luoghi di lavoro o di studio, di incontrare i nostri amici e di gustare quello che di bello e buono la vita ci offre?

La speranza, nel suo fondamento, non si appoggia ai numeri né si alimenta di dati scientifici, clinici o epidemiologici. Ma non è neppure estranea ad essi. La speranza è una certezza realistica, ragionevole e morale. Non è una utopia, che fa a meno di confrontarsi con la realtà concreta dell’esistenza, fatta di persone e anche di virus, di salute e anche di malattia, di bellezza e di orrore, di vita e di morte.

La speranza non è una utopia. L’utopia (anche quella salutista, cioè cancellare la malattia) è illudersi che il mondo possa essere come lo vogliamo noi: così anticipa la delusione. La speranza non corrisponde neppure a una elevata probabilità. Confidare nella sola probabilità (anche quella di uscire presto e bene da un pericolo come l’epidemia) affida ad una misura e a un calcolo anche ciò che non può essere misurato e calcolato, e dunque non è pienamente ragionevole. La categoria suprema della ragione è la possibilità che possa accadere l’imprevedibile (cioè lasciare spazio all’intervento di altro o di Dio). Negare l’accadibilità dell’imprevedibile è il vertice dell’autoreferenzialità dell’uomo, la tomba della sua speranza. E chi uccide la speranza, uccide l’uomo.

I dati sulla Covid-19 che raccogliamo, analizziamo, presentiamo e discutiamo non possono essere censuranti, perché sarebbe chiudere gli occhi di fronte alla realtà. In questo momento della vicenda epidemica del nostro paese ci suggeriscono che siamo nel mezzo del guado di un torrente impetuoso. L’acqua è ancora alta e siamo immersi fino al collo, ma la forza della corrente sta diminuendo e le nostre gambe e braccia ancora reggono bene, perché non ci manca l’aiuto di un volto amico. Questa è la nostra unica speranza: la certezza che Qualcuno ci tende la mano per farci arrivare all’altra sponda, dove riprenderemo il cammino interrotto dal torrente insidioso della pandemia.

San Tommaso ci ricorda che «l’oggetto della speranza è un bene futuro, arduo e possibile da raggiungere. Ma una cosa è per noi possibile in due modi: primo, [conquistandola] direttamente da noi stessi; secondo, [ottenendola] per mezzo di altri, come spiega Aristotele. In quanto dunque speriamo qualcosa come raggiungibile da noi mediante l’aiuto di Dio, la nostra speranza si adegua a Dio stesso, sul cui aiuto essa si fonda» (Summa theologiae II-II, q. 17, a. 1).

Siamo nelle mani di Dio. E in quali mani migliori potremmo essere?

 

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