Natività di Gesù - Giotto 1303-1305- Cappella degli Scrovegni a Padova
Natività di Gesù – Giotto 1303-1305- Cappella degli Scrovegni a Padova

 

Natale del Signore

(Is 9,1-6; Sal 95; Tt 2,11-14; Lc 2,1-14 – Is 62,11-12; Sal 96; Tt 3,4-7; Lc 2,15-20 – Is 52,7-10; Sal 97; Eb 1,1-6; Gv 1,1-18)

 

di Alberto Strumia

 

C’è qualcosa di speciale nel Natale di quest’anno della storia dell’umanità, che sembra “cambiare le carte in tavola”, rispetto a ciò che tristemente ci siamo abituati a vedere, con una certa rassegnazione.

C’è una luce di Cristo («era la luce degli uomini», Vangelo del giorno) che rispunta e il Natale la fa riaffiorare agli occhi di quanti, come i pastori di allora, la notarono per primi, essendo più vicini al luogo in cui compariva, seguiti poi da altri che, invece vennero da lontano, come i Magi, che ci arrivarono grazie alla loro scienza illuminata dalla Grazia («Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse», Prima lettura della Notte).

La storia dell’umanità conosce, attraverso gli occhi di chi ha la fede vera in Gesù Cristo, unigenito Figlio di Dio – grazie alla scansione dei tempi e delle feste della liturgia – dei momenti nei quali il Cielo offre alla terra dei “contatti diretti” con l’Eternità («È apparsa la grazia di Dio, che porta Salvezza a tutti gli uomini», Seconda lettura della Notte). Chi se ne accorge, perché ha conservato la fede – non ostante tutto e non ostante quasi tutti… – rimane come “incantato”, in adorazione dell’opera di Dio che, come amava dire con lucida consapevole commozione, don Luigi Giussani, ha fatto accadere «una cosa dell’Altro Mondo in questo mondo» (Difficilmente una formula semplice può esprimere meglio il significato dell’Incarnazione del Verbo).

In quei gesti liturgici, in quei momenti di “incanto contemplativo”, in adorazione del Signore – Dio fatto uomo per farci capire tutto e salvare tutto ciò che vogliamo affidargli – il tempo sembra fermarsi, esso stesso, come fosse una persona in adorazione dinanzi al Mistero di Cristo che rende in qualche modo visibile Dio ai nostri occhi umani.

La Solennità del Natale è uno di questi momenti liturgici nei quali il Cielo mostra il suo legame solido (la parola giusta è “ontologico”) con la terra. E la terra sembra lasciarlo vedere. Se uno ha la fede, tutto questo lo vede… («Un giorno santo è spuntato per noi: venite tutti ad adorare il Signore; oggi una splendida luce è discesa sulla terra», versetto dell’Alleluia del Giorno).

Sembrano vederlo i “santi bambini” dei quali i nostri ultimi anni di storia umana si stanno disseminando. Dio sta realizzando prodigiosamente la santità nei bambini, come in un’estasi dell’umanità. Quasi volesse dire: voi adulti rifiutate la Verità della vita, rifiutate di credere in Me e alla Divinità del Mio Verbo in Gesù Cristo? Io la faccio spuntare come l’acqua, che si infila dappertutto, là dove voi nemmeno ve l’aspettereste! «Perché Io sono Dio, e non uomo» (Osea, 11,9).

La nascita di un Bambino, Gesù, il Verbo fatto carne, non è forse la manifestazione di questo modo di agire di Dio verso l’umanità intera? Il Natale non è forse il “segnale liturgico” di questa grandiosa libertà di Dio, che si è potuto permettere perfino di lasciare sbagliare gli uomini (è il “peccato originale” con tutto quello che ne segue), per poi andarli a ripescare attraverso la Santità Sua propria, che ha preso carne in un Bambino?

La santità che riaffiora in non pochi bambini, fino da piccoli, di oggi – là dove non si sarebbe neppure potuta immaginare, dato il contesto sempre più scristianizzato nel quale la gente vive oggi, quasi fosse cosa normale e giusta – è la Santità del Bambino, del Figlio di Dio, che vuole riaffacciarsi per ricordare alla storia che Lui c’è e ha in mano la Salvezza, per chi la vuole seriamente. Si rimane meravigliati per come questo fenomeno inimmaginabile stia accadendo («Tutti quelli che udivano si stupirono», Vangelo dell’Aurora). Chi ha insegnato loro la via della Verità, lo sguardo “normale” della Fede, quando tutto e tutti dicono il contrario? Non sono questi bambini figli di famiglie comuni? («Non è egli forse il figlio del carpentiere? […] Da dove gli vengono dunque tutte queste cose?», Mt 13,55-56).

Forse, anzi, certamente, questo è proprio il Natale di Cristo che riemerge in questi nostri tempi di cattiveria, di bruttura nel mondo e nella Chiesa. Bisogna solo imparare ad accorgersene, fino a che ci sarà il tempo per farlo: «Ecco, faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?» (Is 43,19).

Oggi siamo noi i pastori che si trovano vicino alla grotta di Betlemme: chi ha avuto, tra tutti, una storia così segnata dalla Grazia di avere avuto dei maestri di fede come li abbiamo avuti noi, che abbiamo conosciuto dei santi, abbiamo avuto familiarità con loro?

Chi ha avuto una “scuola di cristianesimo” testimoniata, dottrinalmente insegnata, pazientemente guidata come l’abbiamo avuta in molti di noi?

Per questo, oggi, accostarsi in adorazione, alla grotta dove è nato il Bambino, Dio-Uomo, significa avvicinarsi a Lui con Maria e Giuseppe, con la preghiera del Rosario e la frequenza ai Sacramenti, con la pace nella mente e nel cuore che vengono da Lui. Come i Santi bambini, chiediamo di stare bene con Lui, per essere in grado di affrontare senza smarrimento ciò che saremo chiamati ad affrontare. Sappiamo che quel Bambino, divenuto adulto, ha riparato tutto quanto era stato rovinato dagli uomini allontanandosi da Lui e che non c’è un capello, un frammento doloroso che sono derivati da quell’allontanamento, che Lui non abbia preso in sé per ripararlo. E a noi è offerta la possibilità di collaborare, in certo modo, a quella riparazione («completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo», Col 1,24).

Chi vive il Natale sotto la persecuzione e la guerra può saperlo meglio di noi e vogliamo pregare per loro, come loro stanno pregando e offrendo anche per noi, forse con la semplicità di fede dei santi bambini.

Nel Santo Bambino di Betlemme è stato raccolto e santificato tutto, così che nulla vada perduto, ma venga custodito nella Gloria dell’Eternità.

Buon Natale. Puer natus est nobis!

 

Bologna, 25 dicembre 2022

 

Alberto Strumia, sacerdote, teologo, già docente ordinario di fisica-matematica presso le università di Bologna e Bari.

 


 

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