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di Anima Misteriosa

 

In un mio libretto di preghiere si trova una serie di orazioni per una “famiglia aperta”. All’inizio del nuovo anno, quando le famiglie si ritrovano abitualmente per le feste e la liturgia evoca molto spesso la Santa Famiglia di Nazareth, non stona una riflessione un po’ atipica sull’importanza della famiglia. Questa volta però non mi occuperò di questioni gravi, quali divorzio, aborto e simili, bensì di qualche cosa di apparentemente più sfumato: l’apertura di una famiglia agli altri; e questo in sintonia con la gioia cristiana. Come vedremo, però, la questione tocca anche il nocciolo fondamentale di che cos’è una famiglia cristiana autentica.

Vivo da sola e non ho quasi più parenti. Dopo essere tornata dall’estero, in cui avevo molte amicizie e conoscenze, negli ultimi dieci anni il numero dei miei contatti si è progressivamente, inesorabilmente assottigliato, e questo nonostante tutti i miei sforzi di socializzazione. Nella mia città sono in genere apprezzata, specie come insegnante, e conosco molte persone; eppure, ogni anno a Natale mi ritrovo a lottare con la solitudine. Per di più, man mano che il tempo passa e che le tecnologie e i social media diventano sempre più invasivi e rampanti, i contatti umani o le telefonate diradano; quindi, da alcuni anni a questa parte, salvo un’eccezione o due, mi ritrovo da sola davanti al pranzo da me preparato e nessuno risponde ai miei inviti (neanche i poveri della Caritas! Giuro, ho provato a invitare anche qualcuno di quel settore e senza successo). Tutto quel che mi arriva è qualche sparuto sms, magari inviato con copia e incolla a decine e decine di contatti; in cambio io cerco di fare quante più telefonate possibile. La ragione mi pare evidente: la maggior parte ha una famiglia propria e circoscrive i suoi sforzi su quella (almeno nella città dove vivo, dato che altrove ho notato che è diverso). Insomma, i più a Natale non hanno tempo per amicizie o conoscenze. “Natale con i tuoi”, come suol dirsi. Tuttavia, nutro l’impressione che non pochi interpretino questo antico detto in modo restrittivo, quasi che invitare un conoscente o un amico a Natale fosse una specie di sacrilegio o potesse dare fastidio agli altri membri del nucleo familiare. Non che voglia farmi invitare a tutti i costi: ma quando scompaiono anche le telefonate, due o tre domande me le pongo per forza.

Grazie a Dio, quest’anno le cose sono andate diversamente. Sono stata invitata in un’altra città da una vecchia amica di famiglia, Rita, che mi conosce da quando ero bambina. A dire il vero, lei è l’unica che sistematicamente mi invita tutti gli anni, solo che in passato non me la sentivo di mettermi in autostrada proprio il giorno di Natale; quest’anno però sono riuscita a far combaciare i suoi orari con i miei e sono arrivata nel primo pomeriggio. Da lei sono veramente di famiglia, anche se non appartengo strettamente alla famiglia; e, devo ammetterlo, dove vivo conosco quasi altrettanto bene altre persone, che però non si rendono conto per Natale del fatto che io esista. Ora, mi dico: almeno io sono ancora giovane e posso andare a cercarmi dei contatti dove voglio; ma un anziano, solo e bloccato a casa? Deve stare ad aspettare che i carabinieri vengano a festeggiare con lui[1]? (Prima o poi lo farò anch’io. La notte di Natale o di S.Silvestro mi presento al centro operativo mobile con un panettone). D’altronde, l’atteggiamento di una famiglia dipende molto da abitudini, formazione, cultura. Mia mamma, pur tra varie imperfezioni, mostrava però una virtù innegabile: non voleva assolutamente che nessuno fosse solo per Natale e, quindi, invitava regolarmente qualche persona anziana che conosceva e sapeva sola per le feste. In effetti, il focolare di una famiglia non dovrebbe essere ermeticamente riservato soltanto ai membri che appartengono anagraficamente a quella famiglia, quasi che invitare qualcun altro potesse offenderli; il Natale dovrebbe essere una dimostrazione di affetto e calore umano per tutti; tanto più che in quel giorno festeggiamo Qualcuno che si è ritrovato anche Lui chiuso fuori casa, tanto da dovere trovare riparo in una stalla (Venne tra i suoi, ma i suoi non lo hanno accolto: cfr. Giovanni 1,11).

Tuttavia, oggi mi voglio soffermare sugli esempi positivi di famiglia aperta che ho incontrato per sottolineare che questa generosità è possibile anche oggi: e nelle famiglie che descriverò, non ha riguardato solo me, ma anche vari altri. Parto proprio da quella della mia amica, Rita, una famiglia che si sforza di essere cristiana, pur tra mille difficoltà. Ci conosciamo da quando ero bambina e mi mettevano in braccio suo figlio neonato (sorreggendolo accanto a me da tutte le parti); ora lui insegna! Lei è perennemente oberata di cose da fare e spesso si lamenta di non riuscire a tenere dietro alla casa come vorrebbe: certo, da lei è sempre tutto pulito, ma per badare a marito, due figli, un genero, tre nipoti, con tutta la sfilza di giocattoli, compiti, impegni scolastici ed extra- scolastici e via dicendo che i nipoti si tirano dietro (e in più ci sono anche i due cani dei nipotini), vi potete immaginare quanto lei debba sgobbare in questa specie di arca di Noé e come fatichi a raggiungere quell’ordine impeccabile che costituisce il sogno di ogni massaia provetta e che, in condizioni del genere, assomiglia un po’ al mitico Eldorado o alla quadratura del cerchio. Ammiro infinitamente come, nonostante che lei non sia più giovanissima, riesce a tener dietro praticamente a tutto (tanto che mi era venuta persino l’idea di regalarle per Natale una copertina, stile Linus, per augurarle un sonno ristoratore). Eppure Rita ha sempre tempo per gli altri. Me lo diceva proprio l’altro ieri sera: anche stare con gli altri è importante. Va preparata la cena, come va accolta una persona; ci sono le lavatrici da fare, ma pure le persone da ascoltare. Proprio per questo da lei e famiglia sto benissimo e mi sento a casa. Perciò, la casa di Rita secondo me è un genuino modello e mi piacerebbe un giorno averne una proprio così.

Tornando indietro nel tempo, mi ricordo però anche un altro esempio, magari di ceto un po’ meno modesto, ma ugualmente caloroso. Quando frequentavo Filologia Classica all’università, andavo a dare ripetizioni di greco e di latino a casa di un mio ex-compagno di classe, che aveva un fratello di 8 anni più piccolo. Il padre era un distinto avvocato con incarichi istituzionali, la madre, la signora Maria, un’insegnante e poi c’erano i tre figli maschi in scala (io ero coetanea di quello di mezzo). Anche loro, come la mia amica, erano cattolici praticanti; in più, appartenevano all’Opus Dei. Lo so: il 90% delle volte che qualcuno cita l’Opus Dei viene dipinta a tinte fosche, come una specie di mafia per ricchi; ora, non nego che i problemi ci saranno e, del resto, in tutte le organizzazioni umane di solito c’è il buono e il cattivo; devo dire però che questa famiglia rappresenta praticamente l’unica occorrenza in cui io abbia veramente incontrato qualcuno dell’Opus Dei e che costituiva una testimonianza cristiana e umana esemplare di autentica gioia vissuta nella quotidianità. Mi divertivo letteralmente ad andare a casa loro, come non mi è mai più successo per nessun’altra lezione, anche in famiglie dove ero molto benvoluta. Innanzitutto, i rapporti col mio allievo, Giovanni, erano particolarmente distesi e ispirati a simpatia, anche se comunque lui obbediva alla sua insegnante e mi rispettava. Mi ricordo ad esempio che, quando andarono in vacanza negli Stati Uniti, mi portarono in regalo una collanina dal parco di Yellowstone (ce l’ho ancora); mentre ringraziavo di cuore, chiesi sorridendo a Giovanni:

  • Hai incontrato l’orso Yoghi?-

E lui ridendo:

  • No, e neanche Bubu. –

 

Ma questo tono rifletteva quello dell’ambiente. Con tre figli maschi in casa, l’atmosfera era perennemente viva e c’era un continuo viavai, anche se entro i limiti di rispetto posti dai genitori, del resto molto presenti. Mi ricordo una volta che il padre, l’avvocato, si era tremendamente arrabbiato (con ragione pover’uomo, lo si capiva) perché uno dei figli (o tutti e tre) ne aveva combinata una delle sue; così, mentre nello studio facevo pacificamente lezione a Giovanni sui verbi greci, si sentiva la sua sfuriata dall’altra parte del muro, con i due fratelli maggiori che cercavano di rabbonirlo in tutti i modi proprio perché io ero nell’altra stanza. Persino di quella sfuriata conservo un ricordo simpatico: infatti, la situazione era comunque bonaria, proprio perché i genitori badavano alla sostanza, non alla facciata; erano molto presenti, educavano seriamente i loro figli, ma al tempo stesso con serenità, senza farsi remore a sgridarli, e magari con un pizzico di humour. Di questo aspetto era garante soprattutto la mamma, la signora Maria. Per esempio, una volta, dopo la lezione mi fermai a parlare con lei, mentre Giovanni, da bravo adolescente perennemente affamato, si precipitava a rimpinzarsi in cucina; riemerse dopo qualche minuto con la bocca piena di pane e le guance talmente gonfie che sembrava un criceto. Siccome non riusciva ad articolare neanche mezza parola mentre tentava disperatamente di masticare e ingurgitare il tutto, sua mamma gli si rivolse con un tono di simpatica ironia, cosa che ho imparato essere molto utile nell’educazione dei ragazzi:

  • Ma ti sembra educato presentarti davanti alla tua insegnante in queste condizioni, con la bocca piena?

E lui che non riusciva a rispondere, tanto aveva le guance gonfie. A me veniva veramente da ridere…Ma non c’era solo lo humour. Mi ricordo con gratitudine quanto la signora fu comprensiva con me quando morì mio padre; una comprensione intrisa di speranza cristiana. Anche in quel caso ho spesso pensato che in futuro mi sarebbe piaciuto un focolare così.

Ma non posso finire il mio articolo senza ricordare la casa dei miei amici Franco e Antonietta, che frequentavo abitualmente quando vivevo all’estero. Erano immigrati ed erano riusciti a costruire un discreto benessere lavorando per tanti anni, con dedizione e sacrificio, in un paese che non era il loro. Anche da loro prevaleva il sorriso e lei ci tiene molto alla sua fede. Nel 2006 ho seguito pressocché tutte le partite dell’Italia ai mondiali a casa loro, con il figlio Sandro che nei momenti più fatidici andava letteralmente in tilt; ad esempio, durante la famigerata partita Italia – Australia, quando Totti fu chiamato a calciare il rigore decisivo a fine partita, lui dalla fifa…andò a chiudersi in bagno. Tralascio i festeggiamenti della vittoria contro la Germania o contro la Francia; proprio perché vivevamo all’estero, noi Italiani festeggiavano doppio (abbiamo fatto più volte il giro del centro con la macchina e la bandiera). Mi trattano ancora come una figlia e quando torno su vado regolarmente a trovarli. Anche lì l’accoglienza era ispirata a una vita di fede semplice, sorridente, cordiale. E qualche giorno fa, quando ci siamo sentite al telefono, Antonietta ci teneva a sottolineare che lei non ha nessuna intenzione di ricorrere agli sms per fare gli auguri: lei preferisce sentire le persone a viva voce e ha perfettamente ragione. Chioso io: l’SMS può avere senso quando è specifico (non seriale) e tra persone che si frequentano abitualmente; ma in molti altri casi, specie quando è l’unica maniera di mantenere i contatti, ammettiamolo, è davvero penoso.

Ripenso spesso a questi esempi, perché costituiscono un modello anche per me: in effetti, io predico qui, in pubblico, ma sicuramente devo correggere qualcosa anch’io in merito a generosità, accoglienza ed apertura. Però, non posso fare a meno di riflettere su alcuni aspetti dell’evoluzione della famiglia in questi ultimi decenni e le feste natalizie mi offrono uno spunto ineludibile. Mi sembra che prevalga sempre di più oggi un modello individualistico della famiglia, come se fosse (o dovesse essere) un cerchio chiuso, esclusivo; ma così facendo, la famiglia assomiglia sempre più a un pugno chiuso e diventa uno spazio asfittico, per non dire asfissiante. Forse è per questo che poi, passate le feste natalizie, i più si mostrano delusi, stanchi, addirittura arrabbiati, e rivelano che incontrare i familiari sia stato una pesante corvée? Qual è la differenza rispetto alle famiglie che ho descritto sopra, dove i problemi ci sono, anzi, eccome se ci sono, ma in fin dei conti prevalgono la serenità, la gioia, il senso dell’humour? Un senso dell’humour che, secondo me, è la manifestazione più brillante della speranza: serve a ridimensionare i problemi e, soprattutto, il nostro io che tende a trasformarli in montagne. Così si riesce ad accogliere anche gli altri. Invece, temo che in molti prevalga un atteggiamento opposto: mi focalizzo sul mio io e sui miei perché mi attacco a questo per ricevere, più che per donare. E così trasformo la famiglia in una prigione.

Forse una concezione del genere dipende molto da come è concepito, da due secoli a questa parte, l’amore romantico: “Solo io, solo tu”, diceva una vecchia canzone di Celentano. Però, vabbé che una coppia ha bisogno di momenti di solitudine e intimità, ma non pochi li trasformano in capestro. Mi ricordo una coppia di amici dell’università, che erano sempre insieme, sempre insieme, seeeeempre insieme (con 5 e): sembravano il poster dei Baci Perugina, o meglio, la pubblicità del Vinavil. Dopo alcuni mesi così si lasciarono. Perché? “Non potevamo più vederci” mi ha spiegato lei. In effetti: quando ci si chiude, si soffoca. Si soffoca perché le priorità slittano dalle persone alle cose, dal fine al mezzo, dal tu all’io, che si chiude perché vuole assicurarsi uno spazio ristretto in cui non avere fastidi e godere il più possibile; per questo motivo, in fin dei conti, si chiudono le porte al prossimo. Ci si chiude perché l’altro diventa un idolo e, quindi, una prigione. E gli idoli, ricordiamolo, sono cannibali. Mi vengono in mente quelle feste di matrimonio talmente sontuose e pantagrueliche che alla fine, dopo il matrimonio e durante il viaggio di nozze, gli sposi, specie le sposine, vanno in depressione; come se il fasto della cerimonia fosse più importate del succo del matrimonio stesso. E magari, proprio il peso e il costo dei festeggiamenti impedisce ai fidanzati di riflettere seriamente sul senso della loro unione e di rendersi conto, magari, dei problemi che potrebbero renderla nulla, cioè insussistente.

Nell’Ottocento, la vicenda di Paolo e Francesca (Inferno V) è diventata la storia del grande amore per antonomasia: generazioni hanno favoleggiato sugli splendidi versi di Dante: Amor che nullo amato amar perdona…Sembrava la concretizzazione dell’amore romantico per eccellenza, forte e inesorabile contro tutto e tutti. Niente di più stupido: Dante la intendeva ben altrimenti. Paolo e Francesca sono incatenati l’uno all’altra per l’eternità: una cosa orribile, un ergastolo senza fine. Il problema per cui sono all’Inferno, come risulta chiaro da chi legge quei versi con attenzione, non è neanche che fossero adulteri, o persino cognati e, quindi, praticamente in odore d’incesto: il problema vero è che, per quanto belli, gentili e nobili, non hanno amato secondo Dio. L’altro è divenuto un idolo, da godere egoisticamente, e loro si sono rinchiusi nel loro amore come in una prigione dorata. Invece dice il grande poeta Kahlil Gibran a proposito degli sposi:

Ma vi sia spazio nella vostra unione,

e tra voi danzino i venti dei cieli.

Amatevi l’un l’altro, ma non fatene una prigione d’amore:

piuttosto vi sia un moto di mare tra le sponde delle vostre anime.

 

Oggi va molto di moda dipingere le famiglie come soffocanti e fare di tutto per minarle: però è l’egoismo che le rende tali. Forse, ancora prima che lottare, come è giusto, contro certe devianze, bisognerebbe interrogarsi su quanto egoismo infiliamo nella nostra concezione di famiglia. La vogliamo per dare o per ricevere? E questo, in fin dei conti, non è un interrogativo marginale, anzi: è il nocciolo della questione, della nostra civiltà e dello stesso cristianesimo.

 

 

[1] Di storie così ce ne sono a bizzeffe: cfr. ad es. Anziano chiama i carabinieri per un brindisi: “Ho 94 anni e i figli lontani”, Bologna Today 25 dicembre 2020, https://www.bolognatoday.it/cronaca/anziano-solo-chiama-carabinieri-brindisi.html; Rita Sparano, 2La Vita in diretta”, anziano solo a Natale chiama i carabinieri: il gesto dei militari commuove il web, Tutto notizie 27 dicembre 2022, https://tuttonotizie.eu/2022/12/27/la-vita-in-diretta-anziano-solo-a-natale-chiama-i-carabinieri-il-gesto-dei-militari-commuove-il-web/

 


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