Dana Gioia, poeta e scrittore americano

 

 

di Nicola Lorenzo Barile

 

In una inchiesta del Catholic News Agency (25 aprile 2019), dopo essersi interrogata sulla vitalità della poesia, Mary Farrow si chiedeva se i cattolici si dovessero occupare di poesia e, in generale di cultura (Should Catholics Care About Poetry?). A queste domande capitali, i cattolici intervistati (per lo più religiosi e scrittori statunitensi) non poterono che rispondere affermativamente: non aveva forse gridato lo scrittore russo Fëdor Dostoevskij (1821-1881) che «la bellezza salverà il mondo»?

Per la pacatezza e l’articolazione degli argomenti, tuttavia, merita di essere considerata la riflessione del poeta californiano Dana Gioia: un nome noto negli Stati Uniti, ma non altrettanto per il lettore italiano. Pertanto, riservandomi successivamente l’esame di alcune sue poesie, presenterò prima Gioia, per poi considerare la sua risposta a Mary Farrow, facendo riferimento ad alcune sue interviste e, soprattutto, al saggio The Catholic Writer Today (Lo scrittore cattolico oggi, First Things, dicembre 2013, poi variamente ristampato).

Dana Gioia è nato il 24 dicembre del 1952 a Hawthorne, città a sud della contea di Los Angeles (stato della California) da una famiglia di umili origini (il padre, tassista di origini siciliane e la madre, impiegata in un’azienda di telefonia, di origini messicane) e di fede cattolica, che lo educò all’amore per la poesia e la letteratura. Gioia conseguì una laurea di primo livello in poesia presso la Stanford University (1973) e si specializzò in letteratura comparata presso Harvard (1975); successivamente, tornò a Stanford per un Master in Business Administration (1977), per poi impiegarsi presso la General Foods Corporations (azienda leader in America nella produzione di generi alimentari confezionati, oggi Kraft General Foods) a White Plains (stato di New York), divenendone vice-presidente, senza mai dimenticare, tuttavia, il suo amore originario per la letteratura e la poesia. Gioia ha rivelato che poté conciliare la sua vocazione alla scrittura con l’attività di manager grazie alla lettura della Città di Dio di Sant’Agostino (composta fra il 413 e il 426), che gli insegnò a evitare il pericolo di lasciare alle istituzioni di cui si fa parte il compito di modellare i propri valori; pubblicò così due libri di versi, Daily Horoscope (1986) e Gods of Winter (1991) e scrisse saggi importanti, come il discusso Can’t Poetry Matter? (in The Atlantic, maggio 1991).

Nel 1992, Gioia decise però di dimettersi per dedicarsi a tempo pieno all’attività di poeta e scrittore, trasferendosi nella natia California, dove scrisse i successivi libri di versi: Gods of Winter (1991), Interrogations at Noon (2001, vincitore dell’American Book Award), Pity the Beautiful (2012) e 99 Poems: New & Selected (2016), ispirandosi alla natura e alla tradizione storica di quello stato: «My blessed California, you are so wise. You render death abstract, efficient, clean (…)» (Mia benedetta California, tu sei così saggia. Tu rendi la morte astratta, efficace, pulita) (A California Requiem).

Benché associato generalmente agli eccessi della controcultura hippie degli Anni Sessanta del secolo scorso, infatti, non si devono mai dimenticare le radici cattoliche e mediterranee di questo stato ricco e popoloso, evangelizzato da missionari gesuiti, francescani e domenicani e retto dagli spagnoli fino alla metà del XIX secolo, segnato da caratteristiche ambientali e sociali tali da renderlo diverso, ad esempio, dagli stati yankee dove Gioia aveva lavorato.

All’attività letteraria, Gioia ha alternato la nomina a prestigiosi incarichi accademici e istituzionali. Dal 1997 al 2003 è stato critico musicale per il San Francisco Magazine; dal 2003 al 2009, su nomina del presidente George W. Bush, Jr. (2001-2009), è stato chairman del National Endowment for the Arts, un’agenzia federale statunitense fondata da John F. Kennedy (1965) che offre supporto e fondi ai più promettenti progetti artistici. Gioia, primo poeta a presiederla, la rivitalizzò, portando i programmi elaborati in scuole, basi militari e città di tutto il paese. Nel 2010, l’università di Notre Dame (stato dell’Indiana) gli ha conferito la medaglia Laetare (il più importante riconoscimento a un cattolico americano), primo poeta a riceverla.

Dal 2011 è Judge Widney Professor of Poetry and Public Culture presso la University of Southern California e nel 2015 il governatore democratico Jerry Brown (2011-2019) lo ha nominato poeta laureato della California: incarico che Gioia ha mantenuto fino al 2018, battendo palmo a palmo le 58 contee dello stato per diffondere l’amore per la poesia attraverso iniziative e incontri aperti a tutti.

Nonostante i numerosi incarichi e i prestigiosi riconoscimenti, Dana Gioia si è sempre definito, nell’ordine, «un cattolico» e «uno scrittore»: definizione che non implica tanto l’inseparabilità dei due termini quanto, significativamente, la prevalenza del primo sul secondo; se ciò che distingue uno scrittore è il potere dell’immaginazione e l’intensità espressiva della sua opera, il suo cattolicesimo è ciò che entra, ad esempio, nella violenza dei personaggi e negli ambienti della Georgia rurale descritti da Flannery O’Connor (1925-1964), per citare una voce del cattolicesimo e della cultura del sud degli Stati Uniti molto nota e apprezzata in Italia anche dalla letteratura mainstream.

Gioia si considera cioè uno scrittore indirettamente cattolico, cioè non in quanto autore direttamente di poemi sulla crocifissione di Cristo o sulla Vergine Maria, ma in quanto tocca tali temi affrontandone di profani come l’amore, la guerra, la famiglia, la violenza, il sesso, la morte, i soldi e il potere: ciò che fa veramente cattolico uno scrittore è, secondo Gioia, che la resa di questi temi sia intrisa della visione cattolica del mondo. Come ha scritto una volta Flannery O’Connor: «Quando mi son sentita dire che siccome sono cattolica non posso essere un’artista, mi è toccato rispondere sconsolata che proprio perché sono cattolica non posso permettermi di esser meno di un’artista»: The Church and the Fiction Writer (=La Chiesa e lo scrittore di narrativa), in America, 30 marzo 1957.

The Catholic Writer Today si apre con un singolare paradosso: benché il cattolicesimo attualmente costituisca la religione più diffusa negli Stati Uniti, professata da quasi un quarto della popolazione, esso non sembra avere, tuttavia, il medesimo peso nelle arti, ponendosi di fatto come la più grande minoranza culturale che, nonostante la varietà delle lingue, della provenienza e dello status dei suoi aderenti, non gode però degli stessi privilegi e dell’attenzione riservati alle minoranze.

Com’è testimoniato dalla sua diffusa popolarità, Flannery O’Connor, invece, visse in una sorta di epoca d’oro (all’incirca gli anni 1945-1964), quando si ebbe negli Stati Uniti una vera e propria fioritura della letteratura cattolica, che quasi rubò la scena a quella protestante, fin lì dominante, tant’è che la scrittrice georgiana, benché minata dalla malattia, girò instancabilmente colleges e università non solo cattolici, non disdegnando mai il contatto con tutti; la metà delle sue interviste, infatti, furono concesse anche a periodici mainstream e arrivò a vincere il National Book Awards (seppur postumo, nel 1972).

Se allora, spiega Gioia, c’era un milieu accademico ed editoriale, anche mainstream, che discuteva e supportava gli scrittori cattolici migliori, oggi le cose sembrano essere cambiate: ci sono sì una messe (però ristretta) di periodici cattolici come Commonweal, America e Crisis, poi alcune pubblicazioni come First Things e Image e, infine riviste di ambito accademico come Christianity & Literature e Renascense, ma tutti, comunque, a più grande distanza dalla cultura mainstream che i loro equivalenti di sessanta anni fa e, pertanto, dotati di un impatto minore sul grande pubblico, né in grado di diffondere gli autori e i loro scritti più rappresentativi.

Secondo Gioia, la condizione della cultura letteraria cattolica nell’America odierna sembra ricordare uno di quei «vecchi quartieri di periferia abitati da immigrati» (old, immigrant neighborhood), in cui lo stesso poeta era cresciuto, da cui tuttavia non si vedeva l’ora di emanciparsi, per andare incontro alle maggiori opportunità offerte dalla cultura mainstream, attraverso la sua editoria, il suo cinema e le sue università.

Questa resa alla società secolare e il conseguente disimpegno dalla cultura artistica da parte del cattolicesimo americano potranno forse rappresentare un segno di progresso, se considerati in nome della conquista di una maggiore creatività e intelligenza ma, secondo Gioia, si tratta comunque di una posizione miope e, a ben vedere, controproducente.

Gioia avverte che non si tratta di considerare l’arte ancora come completa e assoluta espressione della religione perché, come ricorda lo stesso poeta, ci sono anche capolavori che non sono ispirati da valori trascendenti; il punto è che il ritiro della più ampia minoranza culturale di una nazione dal dibattito e dall’attività letterari certamente non contribuisce alla fecondità delle arti. Prova ne sia l’appiattimento del linguaggio e dell’immaginario degli artisti e degli scrittori, soprattutto quelli delle generazioni più giovani che, benché cresciuti in luoghi diversi, sono, a ben vedere, accomunati da creatività e espressività simili; sebbene privi di profondi riferimenti a una regione, storia o tradizione comuni, la loro educazione è affidata ai medesimi mezzi di comunicazione di massa e di intrattenimento, che modellano e uniformano i loro valori.

Esaminando poi questa marginalizzazione della cultura cattolica dal punto di vista della Chiesa, la perdita di sensibilità estetica nella Chiesa è, se possibile, più grave, secondo il poeta, perché mina la sua vocazione di far sentire la sua voce nel mondo; ogni volta che la Chiesa trascura l’importanza della nozione del bello, essa erode il suo potere, ovvero la sua abilità di attirare a sé l’anima degli uomini, anche quelli più lontani.

Infatti, la fede non è mai stata esposta solamente dal punto di vista della dottrina, ma anche in quanto riflessa nell’arte sacra, nella profondità della musica, negli spazi disegnati dall’architettura e nella poesia della liturgia. La teologia e il pensiero sono sempre importanti, ma non sono stati sempre i mezzi principali per mezzo dei quali la maggior parte dei fedeli accetta o rifiuta una religione; essi fanno esperienza della fede nella interezza della loro umanità, non solo con il loro intelletto, ma anche attraverso le loro emozioni e la loro immaginazione.

Da nessuna parte infatti, rincara la dose Gioia, questo «scisma» (schism) fra arte e cattolicesimo è più dolorosamente evidente che nella costruzione delle chiese moderne e nella loro architettura senza grazia, nei dipinti stereotipati e nelle sculture banali, nelle omelie piene di clichés e, allo stesso tempo, prive di profondità e, soprattutto, in una liturgia eccessivamente semplificata da un clero ben intenzionato a renderla legittimamente più accessibile ai fedeli ma che, poco pratico della storia delle varie arti, l’ha ridotta a gesti ispirati da concetti essenzialmente razionali e astorici, dimenticando quell’essenziale connessione fra verità e bellezza, corpo e anima che è al centro del cattolicesimo. Il significato di un’opera d’arte, ricorda Gioia, deve essere incarnati nella sua esecuzione, perché la bellezza o è incarnata, o rimane un’astrazione inaccessibile. Per dirla ancora con Flannery O’Connor: «Questo è quanto mai lo spirito moderno, e per la sensibilità che ne è contagiata è difficile se non impossibile scrivere narrativa poiché la narrativa è più che mai un’arte incarnatoria» (an incarnational art) (The Nature and Aim of Fiction=Natura e scopo della narrativa, in Mystery and Manners: Occasional Prose, a cura di Sally e Robert Fitzgerald).

Nessuna meraviglia, allora, che anche molti artisti e scrittori le abbiano voltato le spalle. Com’è stato possibile questo «scisma» da parte di una religione tanto rappresentativa del popolo americano come il cattolicesimo, proprio poco dopo aver guadagnato posizioni importanti in ambito culturale con una Flannery O’Connor, e proprio nel momento in cui la società si dichiarava più attenta ai diritti e ai valori delle minoranze?

Varie le risposte offerte Gioia. Innanzi tutto, sorprende che solo raramente ci sia un dibattito nella Chiesa o una controversia con la cultura mainstream sullo «scisma» fra arte e cattolicesimo ma, al contrario, quasi una tacita presa d’atto della situazione e della sua irreversibilità. Colpisce ancora di più, a parte generici riferimenti all’importanza della cultura in qualche occasione pubblica, il maggiore interesse della gerarchia per i problemi che concernono la povertà, l’educazione, la salute e la giustizia sociale, ritenuti evidentemente più pressanti e concreti.

Forse è giusto che sia così dato che, negli Stati Uniti, come spiega Gioia, la religione cattolica è sempre stata vista come la religione dei poveri e degli immigrati in difficoltà, aggiungendo però che anche la gente più umile e bisognosa, anzi forse soprattutto essa, ha bisogno di godere della bellezza e di attingere al trascendente: la bellezza non deve essere un bene di lusso riservato solo a chi se la può permettere, perché è la risposta naturale dell’uomo allo splendore e al mistero della creazione. Certa freddezza ecclesiastica, ammette alla fin fine Gioia, non va vista però come un fatto negativo, dato che il risveglio della cultura cattolica e la riscoperta del nesso fra bellezza e verità, più che dipendere dalla volontà dei vescovi, possono avvenire solo attraverso la consapevolezza da parte degli artisti e dei poeti che lo «scisma» deve essere ricomposto, perché la relazione verità e bellezza non è un accidente della cultura, ma una essenziale forma di conoscenza da parte dell’uomo, grazie alla quale la poesia cristiana ha l’enorme potere di raffigurare il mondo sensibile, rivelando al contempo la sua dimensione invisibile ed eterna.

Si ricordino, all’uopo, i già versi citati «My blessed California…», in cui il ricordo, come ha scritto il critico Robert McPhilipps, infonde ai dettagli del mondo naturale una sensualità luminosa, rendendoli alla portata di tutti, eppure nello stesso modo sfuggenti in modo allettante. Pertanto, è ora che il poeta cattolico oggi ritrovi il coraggio lasciarsi alle spalle il «vecchio quartiere di periferia abitati da immigrati» dove, secondo Gioia, è stata finora confinata la cultura cattolica in America, e ripopoli le grandi città, rinnovandole con il dono della grazia e la luce della propria personalità.

Qualche osservazione s’impone. Una certa conferma delle tesi esposte da Dana Gioia è venuta da un recente convegno proprio sul futuro dell’immaginario cattolico letterario (27-29 aprile 2017) presso la Fordham University a New York. Dopo aver riconosciuto i fasti del ventennio d’oro cui appartenne anche Flannery O’Connor, si è sottolineata effettivamente la progressiva perdita di rilevanza della cultura cattolica nella società americana, spiegandola con la circostanza che, diventando molto più laica la cultura, quelli cattolici oggi vengono considerati come qualsiasi altro scrittore, che sia ebreo, protestante, musulmano, agnostico o ateo.

Se la secolarizzazione della cultura e società odierni è un dato di fatto incontrovertibile, forse non dovremmo allora classificare la letteratura solo in base all’argomento trattato, se cioè ha a che vedere con il sacro o no: tale letteralismo è non solo riduttivo, ma ignora precisamente quegli elementi spirituali che infondono speciali valori ai lavori migliori.

È singolare però che le tesi esposte da Dana Gioia nei suoi saggi, più o meno condivisibili, siano state dibattute più dalla cultura mainstream che da quella cattolica: si pensi all’eco suscitato da Can’t Poetry Matter? e, soprattutto, alle critiche nei confronti di Fallen Western Star (Hungry Mind Review, inverno 1999-2000), in cui Gioia criticava la cultura beat della baia di San Francisco.

Gioia osserva sconsolato che oggi, infatti, una delle principali ossessioni dell’intellettuale cattolico sembra essere piuttosto la battaglia politica, combattuta per lo più nei termini della cultura secolare, all’interno della Chiesa per la conquista delle anime. Se l’anima della Chiesa deve consistere in una politica di fazione, probabilmente allora è tempo di chiudere le chiese. Se la Chiesa universale non riesce più ad abbracciare un ampio spettro di sensibilità, la fede regredisce a mero fattore divisorio, senza più possibilità di riconoscersi in essa da parte dei fedeli. Forse tutto ciò, conclude Gioia, avviene perché la Chiesa ha perduto in gran parte la sua immaginazione e creatività.

 

 

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