La prof. Ines Murzaku ci propone un interessante articolo che riflette sulle facili ma pericolose soluzioni avanzate al Sinodo dell’Amazzonia per porre rimedio alla carenza di sacerdoti nel territorio pan-amazzonico. Soluzioni profeticamente rigettate da Papa Pio X già un secolo fa perché considerate moderniste. L’articolo è già stato pubblicato su The Catholic World Report.

 

Mission - (foto dal film di Roland Joffè del 1985)

Mission – (foto dal film di Roland Joffè del 1985)

 

di Ines Murzaku 

 

Gli occhi e le menti dei cattolici sono fissi su Roma, nel mentre si è appena conclusa la prima settimana del tanto atteso Sinodo amazzonico. La discussione è incentrata sulla regione periferica dell’Amazzonia e sui problemi legati all’evangelizzazione di quella regione. Ma c’è naturalmente di più al Sinodo amazzonico [della sola] Amazzonia: c’è una spinta a trasformare le soluzioni pastorali ritenute adatte all’Amazzonia in soluzioni universali applicabili a tutta la Chiesa.

Ma una cosa è certa, anche se non la si dice spesso: non c’è nulla in Amazzonia e nell’evangelizzazione dei popoli che la Chiesa missionaria/evangelizzatrice non abbia incontrato prima. Infatti, la Chiesa cattolica e i suoi innumerevoli e impavidi missionari hanno una lunga e notevole permanenza nelle missioni, sia nazionali che internazionali. Per secoli, i missionari cattolici hanno attraversato deserti e oceani, hanno attraversato con canoe fiumi pericolosi e scalato montagne, andando verso le periferie più estreme per diffondere la Buona Novella. Erano uomini e donne senza paura, pieni di zelo e spirito evangelistici, compiendo atti di amore disinteressato e persino di martirio per le popolazioni che vivono nella periferia e ai margini della società.

Le esigenze evangelistiche della Chiesa e dei missionari in passato sono state tanto pressanti quanto lo sono ora in Amazzonia e altrove nel mondo secolarizzato; le sfide che i missionari cattolici e le loro missioni erano così pressanti allora come lo sono ora. Ma poi la Chiesa ha proposto soluzioni innovative che hanno rafforzato la fede, sia coltivando il seme che altri missionari avevano seminato prima di loro, sia partendo da zero. L’evangelizzazione non consisteva nell’adattare o cambiare la dottrina, né nell’introdurre nuove regole morali. Invece, per questi missionari, le tribù e gli aborigeni – siano essi dell’Amazzonia o di altre parti del mondo – meritavano il meglio che una Chiesa evangelizzatrice e missionaria potesse offrire. Come ha spiegato la Lumen gentium del Vaticano II:

[M]emore del comando del Signore che dice: «predicate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15), mette ogni cura nell’incoraggiare e sostenere le missioni.

Come infatti il Figlio è stato mandato dal Padre, così ha mandato egli stesso gli apostoli (cfr. Gv 20,21) dicendo: «Andate dunque e ammaestrate tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto quanto vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo » (Mt 28,18-20). E questo solenne comando di Cristo di annunziare la verità salvifica, la Chiesa l’ha ricevuto dagli apostoli per proseguirne l’adempimento sino all’ultimo confine della terra (cfr. At 1,8). Essa fa quindi sue le parole dell’apostolo: « Guai… a me se non predicassi! » (l Cor 9,16) e continua a mandare araldi del Vangelo, fino a che le nuove Chiese siano pienamente costituite e continuino a loro volta l’opera di evangelizzazione. (pars 16-17)

Perché trattare le missioni in Amazzonia in modo diverso? Perché non lavorare per far crescere la gente o per trovare le vere cause della mancanza di vocazioni sacerdotali autoctone tra gli amazzonici? Perché le missioni protestanti pentecostali ed evangeliche hanno avuto tanto successo in Brasile, ad esempio, ed ha visto diminuire il numero dei cattolici del 64,4%? Questa tendenza al ribasso è in atto dagli anni Sessanta.

Prima del Concilio Vaticano II, i missionari gesuiti cercavano soluzioni, che non rompevano con la tradizione e l’insegnamento della Chiesa, per rispondere al disperato bisogno del clero tra le tribù irraggiungibili e completamente isolate dell’Albania settentrionale e del Kosovo, fondando la Jesuit Traveling Mission. La ragione principale per l’istituzione della Jesuit Traveling Mission (Missione itinerante dei gesuiti, ndr) fu la carenza di clero nel vasto territorio degli altipiani albanesi. Se “alcune persone [in Amazzonia] potrebbero non vedere un sacerdote per un anno” come riportato da Crux il 9 ottobre 2019, nel 1888 le tribù cattoliche dell’Albania e del Kosovo non avevano visto un sacerdote da dieci anni. E, parlando di distanza, questa regione non era così lontana dal centro – Roma – come l’Amazzonia. Ciò che i missionari gesuiti della Missione itinerante trovarono tra le remote e isolate tribù albanesi del nord non era molto diverso dalla situazione degli indigeni dell’Amazzonia. Trovarono uomini e donne che non si erano confessati da vent’anni, cattolici che non si erano mai confessati in vita e giovani che non erano mai stati battezzati o che non avevano mai visto un sacerdote. Abbondavano anche gli abusi morali: uomini che convivevano con molteplici mogli, matrimoni combinati, superstizioni, animismo, vendette o faide sanguinose tra le famiglie. La Chiesa non pensò mai di cambiare dottrina o tradizione, di ordinare gli anziani della tribù (che erano molto rispettati dal popolo), o di ordinare donne diacono per rimpiazzare celibi, sacerdoti formati in seminario e missionari che predicavano, ascoltavano confessioni e con il loro zelo e dedizione disinteressate sollevavano la gente e promuovevano vocazioni sacerdotali nativo-locali. Infatti, nonostante le numerose conversioni forzate all’Islam, il cattolicesimo fu salvato e le vocazioni sacerdotali tra i locali si susseguirono negli altipiani dell’Albania e del Kosovo.

La verità è che la Chiesa allora non ha optato per la riforma secondo l’agenda modernista, né per la facile via d’uscita. I missionari gesuiti della Missione itinerante non si sono arresi, ma si sono alzati per affrontare le sfide e le difficoltà dell’evangelizzazione. Nel 1907, Papa Pio X, nella sua enciclica Pascendi Dominici Gregis (Nutrire il gregge del Signore), metteva in guardia contro i pericoli della riforma modernista, che mirava a cambiare la filosofia, la teologia, la storia, il dogma, il culto e il celibato ecclesiastico del cattolicesimo:

Riformare la filosofia, soprattutto nei seminari: la filosofia scolastica deve essere relegata alla storia della filosofia tra sistemi obsoleti, e ai giovani deve essere insegnata la filosofia moderna, che è l’unica vera e adatta ai tempi in cui viviamo. Riformare la teologia; la teologia razionale deve avere una filosofia moderna per il suo fondamento, e la teologia positiva deve fondarsi sulla storia del dogma. Quanto alla storia, essa deve essere per il futuro scritta e insegnata solo secondo i loro metodi e principi moderni. I dogmi e la loro evoluzione devono essere armonizzati con la scienza e la storia. Nel catechismo non devono essere inseriti dogmi, tranne quelli che sono stati debitamente riformati e che rientrano nelle capacità del popolo. Per quanto riguarda il culto, il numero di devozioni esterne deve essere ridotto, o almeno si devono prendere misure per evitare che aumentino ulteriormente, anche se, in effetti, alcuni degli ammiratori del simbolismo sono disposti ad essere più indulgenti su questo capo. Il governo ecclesiastico richiede di essere riformato in tutti i suoi rami, ma soprattutto nelle sue parti disciplinari e dogmatiche. Il suo spirito con la coscienza pubblica, che non è tutta per la democrazia; la partecipazione al governo ecclesiastico dovrebbe quindi essere data ai ceti inferiori del clero, e anche ai laici, e l’autorità dovrebbe essere decentrata. Le congregazioni romane, e specialmente l’indice e il Sant’Uffizio, devono essere riformate. L’autorità ecclesiastica deve cambiare la sua linea di condotta nel mondo sociale e politico; pur tenendosi fuori dell’organizzazione politica e sociale, deve adattarsi a quelle esistenti per penetrarle con il suo spirito. Per quanto riguarda la morale, essi adottano il principio degli specialisti della cultura americana, secondo cui le virtù attive sono più importanti di quelle passive, sia nella stima in cui devono essere tenute che nell’esercizio di esse. Ai chierici viene chiesto di tornare alla loro antica umiltà e povertà, e nelle loro idee e azioni di essere guidati dai principi del modernismo; e c’è chi, facendo eco all’insegnamento dei loro maestri protestanti, vorrebbe la soppressione del celibato ecclesiastico. Che cosa c’è nella Chiesa che non deve essere riformata secondo i loro principi?

Profeticamente, Papa Pio X ha previsto la lotta del post Vaticano II per sostituire localmente [in Amazzonia] il celibato ecclesiastico. Infatti, quella che è stata offerta come opzione per l’Amazzonia è la soluzione facile e modernista di cui Papa Pio X aveva avvertito la Chiesa nel 1907. Fare un passo verso la soppressione del celibato ecclesiastico e l’ordinazione degli anziani al sacerdozio, il Sinodo pan-amazzonico. Il Documento di lavoro [l’Instrumentum laboris] per il Sinodo dei vescovi propone l’ordinazione di [uomini]:

…. preferibilmente indigeni, rispettati e accettati dalla loro comunità, anche se hanno una famiglia esistente e stabile, per assicurare la disponibilità dei Sacramenti che accompagnano e sostengono la vita cristiana.

La Chiesa post-Vaticana II ha esaurito le soluzioni? O semplicemente è a corto di attenzione e fervore evangelistico? Papa Francesco, nella sua Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium del 2013, offre una chiave e una soluzione per promuovere le vocazioni locali al sacerdozio, che è diversa dalla soluzione modernista e facile del Sinodo pan-amazzonico. Il documento di lavoro [Instrumentum Laboris] per il Sinodo dei vescovi:

Molti luoghi stanno sperimentando una carenza di vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata. Ciò è spesso dovuto alla mancanza di un contagioso fervore apostolico nelle comunità, che si traduce in un raffreddamento di entusiasmo e attrattiva. Ovunque ci sia vita, fervore e desiderio di portare Cristo agli altri, sorgeranno autentiche vocazioni. Anche nelle parrocchie dove i sacerdoti non sono particolarmente impegnati e gioiosi, la vita fraterna e il fervore della comunità possono risvegliare nei giovani il desiderio di consacrarsi completamente a Dio e alla predicazione del Vangelo.

Secondo Papa Francesco, il problema non è la mancanza di vocazioni; la mancanza di vocazioni autoctone è il risultato della mancanza di fervore apostolico e della mancanza di processi evangelistici seri e profondi. Una seria, autentica e continua evangelizzazione porterà autentiche vocazioni autoctone al sacerdozio in Amazzonia come altrove. Il popolo amazzonico, così come i cattolici in altre parti del mondo, ha bisogno di essere evangelizzato e convertito a Cristo. (Come scrisse Paolo VI nel 1975: “La Chiesa è evangelizzatrice, ma essa stessa inizia con l’essere evangelizzata”). Se il Sinodo cerca di trovare una soluzione, l’ordinazione di viri probati – uomini di provata fiducia – non è una soluzione. I missionari dovrebbero prendere la fiaccola e iniziare a correre la corsa con fervore e sete per portare Cristo agli altri, sulla strada che una grande e illustre schiera di missionari ha posto davanti a loro. La Chiesa non deve accontentarsi di meno, ma riportare il meglio delle sue pratiche missionarie.

 

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