VERSIONE INTEGRALE

Per il card. Muller, già prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, le aperture dei vescovi tedeschi alla Comunione ai coniugi protestanti è fonte di confusione, banalizzazione dei sacramenti e divisione Chiesa Cattolica. Solo i battezzati che sono in piena comunione ecclesiale con l’unica Chiesa di Cristo possono ricevere la comunione sacramentale.

Ecco il suo importantissimo e chiarissimo intervento del card. Gerhard L. Muller pubblicato ieri su First Thing (qui).

Foto: card. Gerhard L. Müller

Foto: card. Gerhard L. Müller

Secondo il cardinale Reinhard Marx, i vescovi tedeschi hanno recentemente preparato delle linee guida che contemplano la possibile ammissione alla Santa Comunione dei protestanti sposati con un coniuge cattolico. L’unica condizione assoluta sarebbe che questi protestanti affermino la fede della Chiesa cattolica. (Relazioni più recenti indicano che la Congregazione per la Dottrina della Fede, con l’appoggio del Papa, ha respinto la proposta dei vescovi tedeschi. I vescovi tedeschi, tuttavia, negano che questo sia il caso.)

Il cardinale Marx ha aggiunto che aprire questa possibilità non significherebbe cambiare la dottrina, ma solo modificare il proprio approccio pastorale. Tuttavia, questa nuova procedura “pastorale” non avrebbe implicazioni dottrinali? Basta affermare la fede della Chiesa cattolica per poter ricevere l’Eucaristia, o è necessario appartenere effettivamente alla Chiesa cattolica?

Per la fede cattolica il legame tra la Chiesa e l’Eucaristia è costitutivo. Pertanto, in linea di principio, solo i battezzati possono ricevere la comunione sacramentale che sono in piena comunione ecclesiale con “l’unica Chiesa di Cristo… costituita e organizzata nel mondo come società, che sussiste nella Chiesa cattolica ed è governata dal successore di Pietro e dai Vescovi in comunione con Lui” (Lumen Gentium n. 8, Vaticano II). Chiunque metta in discussione questa verità rivelata in teoria o la sostituisca in pratica, entra in aperto contrasto con la fede cattolica. Procedendo ora a mostrare la connessione che esiste tra la comunione sacramentale da un lato e la comunione ecclesiale dall’altro, lo farò dal punto di vista della Rivelazione, come è fedelmente e completamente conservata nella Chiesa cattolica, senza discutere le controverse linee guida della Conferenza episcopale tedesca.

Oggi la teologia è spesso subordinata all’ideologia e alla politica ecclesiastica. Invece di scambiare argomenti in un dibattito aperto, si screditano le persone. Ogni problema è fatto per concentrarsi sulle persone, e quindi è neutralizzato. Anche se qualcuno conosce a memoria la Sacra Scrittura, ha studiato i Padri della Chiesa e si dimostra un esperto di filosofia e scienza moderna, per screditarlo basta che qualche giornalista o teologo amatoriale lo definisca “conservatore”, e tutte le sue conoscenze saranno neutralizzate, così come il vino migliore diventa imbevibile quando vi si mescola una goccia di veleno. Ogni vescovo di nuova nomina viene messo alla prova alla prima conferenza stampa ed etichettato come conservatore o liberale – qualunque sia il suo significato – a seconda che si esprima “a favore o contro” l’ordinazione delle donne, “a favore o contro” la benedizione delle coppie omosessuali, “a favore o contro” il celibato sacerdotale e “a favore o contro” la Santa Comunione per i “divorziati e risposati”. Altri argomenti non sono di interesse e non contano argomenti differenziati. Pertanto, le accuse di parzialità ideologica personale sostituiscono la discussione obiettiva. Coloro che vorrebbero vedere una connessione più allentata tra la comunione ecclesiale e la comunione dei sacramenti – presumibilmente per rendere più facile per la gente di oggi giungere alla fede – accusano immediatamente i loro critici di chiusura mentale e di rigida adesione farisea ai dogmi che il cristiano secolarizzato non può più comprendere.

Oggi assistiamo ad un clima antidogmatico che ha effetti negativi sulla comprensione dei sacramenti. I sacramenti allora non sono più considerati come i segni visibili istituiti da Cristo e celebrati nella Chiesa, che compiono una grazia invisibile in coloro che sono ben disposti. I sacramenti si trasformano in mezzi psicologici e sociali di sostegno per facilitare le nostre esperienze mistiche interiori con un “Cristo” che si forma nella nostra coscienza secondo la nostra immagine e somiglianza. La grazia dei sacramenti non è certo una ricompensa per la buona condotta morale, ma ancor meno una giustificazione per la condotta immorale e per una vita vissuta in contrasto con i comandamenti di Dio. Quando si tratta del rapporto tra grazia e moralità, non c’è “o questo o quello”, ma “questo e quello”, come si legge nei documenti del Concilio Vaticano II: “È attraverso i sacramenti e l’esercizio delle virtù che si attua la sacralità e la struttura organica della comunità sacerdotale” (Concilio Vaticano II, Lumen Gentium n. 11).

Molte persone oggi sono incapaci di entrare veramente nella liturgia perché non ricollegano la vita e il dogma della Chiesa al fatto dell’Incarnazione, ma considerano il cristianesimo semplicemente come una variazione storica di un sentimento religioso generale indotto da una vaga trascendenza. La natura, l’azione e l’effetto dei sacramenti sono rivelati solo alla luce dell’Incarnazione e della reale mediazione storica della salvezza nella Croce e nella Risurrezione di Cristo, Verbo Incarnato di Dio. Da questo punto di vista uno percepisce subito che la mentalità di chi dice: “Può essere dogmaticamente corretta, ma non funziona per la cura pastorale” è completamente non cattolica. Cristo Maestro della Verità che è Dio stesso, che ci fa conoscere e amare, è allo stesso tempo il Buon Pastore e il “Vescovo delle nostre anime” (1 Pt 2,25), che ha dato la sua vita per noi sulla Croce. Pertanto, non ci può essere una doppia verità nell’insegnamento cattolico. Ciò che è dogmaticamente sbagliato avrà effetti dannosi sulla pastorale nella misura in cui quest’ultima sarà guidata da falsi principi, mettendo in pericolo la salvezza delle anime.

Nella nostra epoca di social media, comunicazione digitale e opinione dominante totalitaria, ciò che è di primaria importanza non è se il papa e i vescovi raggiungono le persone, ma piuttosto che attraverso il loro messaggio Cristo raggiunge le persone, Cristo che è la verità e la vita di Dio. Perciò, come unico magistero indivisibile della Chiesa, il papa e i vescovi in unione con lui hanno la gravissima responsabilità che da essi non derivi alcun segno ambiguo o insegnamento poco chiaro, che confonda i fedeli o che li culli in un falso senso di sicurezza. Per il papa e per i vescovi, è parte del loro rischio ministeriale ritrovarsi in situazioni in cui gli opinion leader e i potenti di questo mondo li accusino di essere fuori dal contatto con la realtà, ostili alla vita, o bloccati in epoca medievale. I profeti di un tempo erano perseguitati. Gesù avvertiva i suoi discepoli che la gente “avrebbe pronunciato ogni sorta di male” contro di loro falsamente a causa della vera fede (cfr Mt 5, 11). Perché allora i vescovi, come successori degli Apostoli, pensano che la ragione della persecuzione e della calunnia si trovi semplicemente in una falsa politica dei media, alla quale si potrebbe facilmente porre rimedio migliorando le capacità di comunicazione?

Nell’epoca del relativismo dogmatico, che si trasforma rapidamente in una persecuzione verbale e violenta dei testimoni della verità rivelata, occorre chiarezza nel proprio pensiero teologico e nel coraggio dei martiri di portare testimonianza  alla verità, come fece Gesù davanti a Pilato. La preoccupazione della Chiesa è di seguire Cristo nella verità di Dio, e non con la potenza del mondo. Ma vogliamo testimoniare la fede cattolica ed essere esempi viventi di essa in un modo che ci permetta di camminare insieme ai cristiani delle chiese ortodosse e di altre confessioni sulla strada verso la piena unità della Chiesa, così come lo desidera il suo fondatore Gesù Cristo.

Al momento dell’istituzione dell’Eucaristia, Gesù non ha dato risposte dettagliate a tutte le singole domande che sarebbero sorte in una riflessione successiva. Ma tutte le dichiarazioni dogmatiche della Chiesa si basano sulla natura di questo sacramento come lo ha istituito Gesù. Chi vuole ricevere il corpo sacramentale e il sangue di Cristo deve già essere integrato nel corpo di Cristo, che è la Chiesa, attraverso la confessione della fede e il battesimo sacramentale. Così, non c’è comunione mistica, individualistica ed emotiva con Cristo che si possa pensare distaccata dal battesimo e dall’appartenenza alla Chiesa. Dopo tutto, Cristo è sempre il capo del suo corpo, e il suo corpo è la Chiesa. Non esiste una comunione mistica e individualistica con Cristo basata sull’emozione, che prescinda dall’appartenenza al corpo ecclesiale di Cristo.

È sempre stato chiaro ad ogni cattolico che per ricevere il Corpo e il Sangue di Cristo nell’Eucaristia in modo legittimo e fecondo, bisogna essere in piena comunione con il corpo ecclesiale di Cristo nella professione del Credo, nei sacramenti e nella costituzione gerarchica della Chiesa visibile. Inoltre, i credenti devono essere in stato di grazia santificante, cioè devono essersi pentiti sinceramente di ogni peccato mortale e averlo confessato, proponendosi fermamente di non peccare più. Di solito è nell’assoluzione sacramentale che i fedeli sono liberati da gravi colpe che li separano radicalmente da Dio e dalla Chiesa.

Quando i papi e i concili hanno scomunicato gli eretici e gli scismatici, hanno escluso questi battezzati dalla comunione eucaristica fino al giorno della conversione e della riconciliazione con Dio e con la Chiesa. E viceversa anche gli eterodossi, che si consideravano ortodossi, negavano la comunione ecclesiale ai cattolici non concedendo loro la comunione eucaristica.

Fu solo con l’accordo di Leuenberg del 1973 tra le Chiese della Riforma in Europa che i luterani e i riformati permisero ai loro rispettivi membri di partecipare alle celebrazioni della Cena del Signore e permisero al loro rispettivo clero di predicare nelle rispettive congregazioni. Infatti, fino ad allora, essi si erano attenuti ad un principio che risale alla Chiesa primitiva, cioè al principio che la comunione nei sacramenti non può essere separata dalla comunione ecclesiale. E infatti, non tutte le comunità ecclesiali derivanti dalla Riforma hanno aderito all’Accordo di Leuenberg. Per alcuni, questo accordo aveva risolto la controversia sulla presenza reale di Cristo nella Cena del Signore in un modo che favoriva eccessivamente la visione calvinista, non riuscendo così ad arrivare ad una vera unità di fede su questo tema.

Si sono certamente registrati progressi significativi nel dialogo della Chiesa cattolica con varie comunità protestanti. Tuttavia, la Chiesa cattolica non può allontanarsi dalle dottrine essenziali della fede che riguardano la propria missione e i sacramenti che dispensa. Se lo facesse, diventerebbe infedele a Cristo. Non è sufficiente che un cristiano non cattolico accetti selettivamente per se stesso alcuni degli insegnamenti della Chiesa e ne respinga altri o li consideri irrilevanti. Nell’insegnamento dell’Eucaristia c’è un accordo quasi totale tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse (la Presenza Reale, il carattere sacrificale della Messa, la necessità di un sacerdote ordinato, senza il quale non c’è l’Eucaristia). C’è un accordo parziale tra la Chiesa cattolica e alcune comunità protestanti, specialmente i luterani.

Per i cattolici, i sacramenti non sono semplicemente segni della giustificazione del peccatore che è già avvenuta solo per fede. Piuttosto, sono segni che apportano ciò che significano. E sì, ci possono essere circostanze in cui i sacramenti di grazia non possono essere amministrati come segni visibili, e Dio tuttavia comunica la grazia dei sacramenti a coloro che si aprono a lui nella fede, nella speranza e nell’amore. Ma lo fa per la salvezza degli esseri umani senza rendere così meno importante la visibile, mediazione sacramentale della salvezza, che si basa sull’Incarnazione ed è in accordo con la natura umana.

Nel momento in cui si interpreta la fame spirituale di Dio e della grazia divina dell’essere umano in termini psicologici invece che teologici, si rischia di confondere i sacramenti cristiani con la magia pagana. Per fede e grazia soprannaturali, l’Eucaristia è una “medicina dell’immortalità” (Ignazio di Antiochia, Epistola agli Efesini); non è un rimedio alle esperienze e ai traumi psicodrammatici. Qui è importante utilizzare gli aiuti naturali della medicina e della terapia. È impossibile per l’Eucaristia ripristinare fisicamente, per così dire, la comunione ecclesiale perduta in assenza dell’unione soprannaturale che deriva dalla comune confessione di fede, dai sacramenti e dall’unità visibile con il papa e i vescovi.

Alcuni sostengono, con apparente generosità, che le cose non dovrebbero essere interpretate troppo rigidamente, e che in definitiva la decisione di ricevere la Santa Comunione dovrebbe essere lasciata ai sentimenti pii e alla buona volontà della gente. In realtà, però, questo appello ai sentimenti soggettivi che prevalgono sulla disciplina sacramentale mostra un disprezzo per la fede così come è stata rivelata da Dio e affidata alla Chiesa cattolica. Quando le singole Conferenze episcopali cercano di risolvere le difficoltà con un esercizio di potere, rinunciando a qualsiasi sforzo per giungere a una più profonda comprensione della fede cattolica e emanando invece un dettato autoritario, pur presupponendo tacitamente l’approvazione del Papa, allora il magistero della Chiesa sta minando se stesso. Dopo tutto, la sua autorità si basa non sul potere amministrativo, ma sulla “Parola di Dio, scritta o tramandata”. Il magistero “non è al di sopra della Parola di Dio, ma la serve, insegnando solo ciò che è stato trasmesso, ascoltandola devotamente, custodendola scrupolosamente, e spiegandola fedelmente secondo un incarico divino, e con l’aiuto dello Spirito Santo attinge da questo unico deposito di fede tutto ciò che presenta per credere come divinamente rivelato” (Concilio Vaticano II, Dei Verbum n. 10).

Dio ha nominato solo e soltanto un unico magistero nella Chiesa cattolica. Alcuni propongono che nella Chiesa ci possa essere una diversità e una divergenza in materia di fede e nell’amministrazione dei sacramenti. Si suggerisce anche che le conferenze episcopali o i singoli vescovi abbiano un magistero proprio con cui interpretare la Rivelazione in modo dogmaticamente vincolante, senza legami con il papa e con l’episcopato universale. Questa proposta non solo rivela una spaventosa mancanza di educazione teologica, ma non è altro che un mostruoso attacco all’unità della Chiesa in Cristo. Alla Chiesa universale e al collegio episcopale, il papa è il principio dell’unità della fede e il fondamento della comunione nei sacramenti. Singoli vescovi svolgono un ruolo analogo per le loro chiese locali (cfr. Concilio Vaticano II, Lumen gentium 18; n. 22). Non devono essere la causa della divisione della Chiesa universale in chiese nazionali autocefale. Il principio secolare del decentramento del potere politico può essere applicato alla Chiesa solo in maniera analogica e solo per quanto riguarda le questioni logistiche dell’amministrazione ecclesiastica. Essa non può certo essere applicata alla verità che unisce tutti i credenti in Dio mentre continuano “fermamente nella dottrina e nella comunione apostolica, nello spezzare il pane e nelle preghiere” (At 2, 42).

Tuttavia, nella situazione estrema di pericolo mortale, quando è in gioco la preparazione immediata del credente al suo giudizio particolare e alla sua vita eterna, la Chiesa non può negare l’aiuto pastorale a un cristiano non cattolico che è battezzato quando lo chieda seriamente. Evidentemente questo può avvenire solo nel rispetto della fede del credente. Infatti, la maggior parte dei cristiani non cattolici non si sono resi colpevoli di eresia e non si sono allontanati dalla Chiesa cattolica di propria iniziativa. A causa del battesimo e di molti altri elementi che costruiscono la Chiesa, i cristiani delle comunità ecclesiali emerse dalla Riforma hanno un legame reale con la Chiesa cattolica. C’è infatti una comunione, anche se non è una comunione piena (Concilio Vaticano II, Unitatis Redintegratio n. 3).

Quando i cristiani non cattolici in situazioni di grave bisogno che incidono sulla loro salvezza eterna – situazioni che non devono essere confuse con le difficoltà sociali o psicologiche – cercano un sacerdote cattolico per il perdono sacramentale dei loro peccati e per la Santa Comunione come viatico, cioè come nutrimento per il loro cammino finale, allora questi sacramenti di grazia possono essere loro dati. Non deve essere soddisfatta nessun’altra condizione se non quella di affermare la fede della Chiesa riguardo a questi sacramenti, almeno implicitamente. Infatti, a causa della loro fede, speranza e amore, Dio dà loro la grazia dei sacramenti. Deve essere evitata ogni forma di relativismo.

Tuttavia, non si devono ampliare arbitrariamente concetti come “necessità grave e urgente” (Codice Iuris Canonici, can. 844 §4) per dar luogo a una unione sacramentale di fatto della Chiesa cattolica con le comunità ecclesiali che non sono in piena comunione con essa. Il diritto canonico deve essere interpretato alla luce della fede rivelata e, per quanto riguarda il diritto meramente ecclesiastico, deve essere corretto nella stessa luce. Al contrario, è impossibile che disposizioni canoniche positive, meramente umane, invalidino praticamente la fede. Una divergenza tra la dottrina della fede e la sua pratica non è possibile se vogliamo rimanere cattolici. Alla fine, l’obiettivo non è l’intercomunione tra le chiese visibili che rimangono separate, ma piuttosto l’unità visibile della Chiesa che è rappresentata e realizzata nell’unità della fede, dei sacramenti e nel riconoscimento dell’insegnamento e dell’ufficio di governo del papa e dei vescovi (Concilio Vaticano II, Unitatis Redintegratio n. 4).

Anche se un matrimonio ed una famiglia miste a livello confessionale è probabile che sia una grande sfida per i coniugi e i loro figli, può, allo stesso tempo, essere un’opportunità dal punto di vista ecumenico. Sicuramente, però, non rappresenta una situazione di “grave e urgente necessità”, che richiede l’amministrazione dei sacramenti della Chiesa cattolica alla parte non cattolica per la salvezza della sua anima. Se i cristiani protestanti giungono alla convinzione interiore che nella loro coscienza essi affermano l’intera fede cattolica e la sua forma ecclesiale, allora devono anche cercare una piena comunione visibile con la Chiesa cattolica.

Per quanto riguarda le Chiese ortodosse, la questione è diversa sia dogmaticamente che praticamente, in quanto hanno la stessa comprensione della Chiesa della realtà sacramentale dei cattolici. Essi hanno validi sacramenti, il sacerdozio sacramentale, e la valida ordinazione dei vescovi, che sono veri e legittimi successori degli Apostoli. Così, a condizione che “la necessità lo esiga o che un autentico vantaggio spirituale lo elogi”, e sia evitato l’errore dell’indifferentismo, e “sia fisicamente o moralmente impossibile avvicinarsi ad un ministro cattolico”, il credente cattolico può chiedere ad un sacerdote ortodosso il sacramento della penitenza, l’unzione dei malati, e l’Eucaristia (Codice Iuris Canonici, can. 844 §2). Per quanto riguarda le disposizioni della Chiesa cattolica, un sacerdote cattolico può legittimamente offrire questi sacramenti ai cristiani ortodossi alla sola condizione che “essi li richiedano spontaneamente e siano adeguatamente disposti” (Codice Iuris Canonici, can. 844 §3). Gli ortodossi, invece, sono più chiusi nei loro rapporti con la Chiesa cattolica. Il motivo è che nella loro dottrina dei sacramenti, non sempre, almeno non sistematicamente, hanno tratto le conclusioni della Chiesa cattolica dalle fondamentali decisioni anti-donatiste del quarto e quinto secolo. In seguito a queste decisioni, la Chiesa cattolica crede che anche un sacerdote eretico o scismatico, o che non stia vivendo una vita moralmente irreprensibile, possa amministrare validamente i sacramenti, a condizione che sia validamente ordinato e celebri i sacramenti secondo la posizione della Chiesa.

Quando si tratta della competenza delle Conferenze episcopali in materia dottrinale, non si deve limitare la questione alle loro competenze giuridiche, canoniche. È della massima importanza ricordare che né i vescovi né il papa hanno alcuna competenza per intervenire nella sostanza dei sacramenti (Concilio di Trento, Decreto sulla Comunione di entrambe le specie, DH 1728) o per avviare tacitamente processi che stabiliscano errori e confusione nella pratica sacramentale, mettendo così a repentaglio la salvezza delle anime.

L’ecumenismo deve mirare a superare le differenze dottrinali nella sostanza della materia stessa. Non può limitarsi a trovare formule di compromesso verbale, che in ultima analisi sono insostenibili. Attribuendo la colpa della divisione del cristianesimo occidentale alla teologia accademica, non si fa altro che promuovere l’indifferenza nelle questioni di fede. La conseguenza sarebbe allora un nichilismo ecclesiologico che aprirebbe un abisso che finirebbe per inghiottire la Chiesa. Tuttavia, c’è un’alternativa che è importante tenere in considerazione: “La Chiesa del Dio vivente… è la colonna e il fondamento della verità” (1 Tm 3,15).

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