Il dott. Wesley Ely, specialista in trapianti di polmoni, ci spiega come stia sempre più prendendo piede nella comunità scientifica una disumana concezione che ritiene accettabile il prelievo di organi da un paziente ancora vivo, consenziente, che però causerebbe la sua morte proprio per quella asportazione di organi. Si parla della cosiddetta “Morte per donazione di organi”. Siamo su un pendio molto scivoloso. Ma siamo sicuri che i pazienti sarebbero tutti consenzienti? E cosa significa “consenziente”?

Approfondisce tale questione in questo suo articolo, pubblicato su USA Today, che offro alla riflessione dei lettori di questo blog nella mia traduzione.

Sala operatoria

Come dovrebbe rispondere la società alla lista sempre più lunga di persone in attesa di organi in una lista di trapianti? Senza dubbio avete sentito parlare del “mercato nero” degli organi all’estero, ma ci sono altre opzioni che dovrebbero essere fuori discussione?

Se tu fossi in una lista per trapianti, ti importerebbe se l’organo fosse stato ottenuto da una persona vivente morta a causa della procedura di donazione stessa? E se si fosse offerta volontaria?

I tuoi pensieri su questo argomento hanno implicazioni che vanno oltre la questione del trapianto.

Come ex co-direttore del programma di trapianto di polmoni della Vanderbilt University e medico dell’unità di terapia intensiva, vedo nella donazione di organi un dono disinteressato verso coloro che si avvicinano alla morte in lista d’attesa per il trapianto.

Tuttavia, sto lottando con l’emergente scontro tra il mondo dei trapianti e l’eutanasia.

Causa della morte: donazione di organi?

Alle conferenze mediche internazionali del 2018 e 2019, ascoltavo mentre centinaia di medici di trapianto e di terapia intensiva discutevano di “donazione dopo la morte”. Questo si riferisce allo scenario in rapida espansione in Canada e in alcuni paesi dell’Europa occidentale in cui una persona muore per eutanasia, con un’iniezione letale legalizzata che lei o lui ha richiesto, e il corpo viene poi operato per recuperare gli organi da donare.

Ad ogni incontro, la conversazione inaspettatamente si sposta su una questione in via di sviluppo relativa alla “morte per donazione” – in altre parole, si pone fine alla vita di una persona con il suo consenso informato, portandolo in sala operatoria e, in anestesia generale, si apre chirurgicamente il torace e l’addome mentre è ancora vivo per asportare organi vitali per il trapianto in altre persone.

Leggete un commento:

Ho perso mio marito a causa del cancro. Gli sono sempre grata che non abbia scelto il suicidio assistito.

Non volevo antidolorifici pesanti dopo l’intervento chirurgico – ma il mio ospedale mi ha spinto verso gli oppioidi comunque.

I pazienti amano i miracoli, ma i medici non possono avere paura di dare cattive notizie (anche tramite robot).

Il grande problema qui è che la morte per donazione eluderebbe la regola da sempre rispettata del donatore morto, che vieta l’espianto di organi vitali fino a quando il donatore non venga dichiarato morto. La morte per donazione sarebbe, al momento, considerata un omicidio tesa a porre fine ad una vita per prelevare organi.

La modalità per ottenere organi dopo la morte per eutanasia o morte cardiaca naturale (entrambe già legalizzate in Canada, Belgio e Paesi Bassi) può essere subottimale per la persona che riceve il trapianto, perché il danno agli organi si verifica per assenza di flusso sanguigno durante il processo di morte di 5-10 minuti. Questo intervallo è chiamato tempo di ischemia. La morte per donazione intende offrire una nuova soluzione. Invece di recuperare gli organi dopo la morte, l’espianto di organi sarebbe fatto mentre gli organi sono ancora in fase di ricezione del sangue. Non ci sarebbe il tempo di ischemia e l’espianto degli organi sarebbe la causa diretta e prossima della morte.

Conseguenze indesiderate e inevitabili

Recentemente, il New England Journal of Medicine (NEJM) ha pubblicato un articolo di due medici canadesi e di un eticista della Harvard Medical School, che sosteneva che potrebbe essere eticamente preferibile ignorare la regola del donatore morto se i pazienti dichiarassero di voler morire con il fine di donare i loro organi.

Mentre il “donare se stessi” letteralmente agli altri potrebbe sembrare lodevole a prima vista, discutiamo tre considerazioni a valle conseguenti l’abbandono della regola del donatore morto.

  • Le persone con disabilità fisiche e mentali hanno espresso l’opinione che si sentono stigmatizzate e che la società svaluta la loro vita. La morte per donazione non invierebbe loro un messaggio non poi così subdolo di togliersi di mezzo e fare qualcosa di nobile con i loro organi sani?
  • Quanto ci vorrà per arrivare a vedere un’espansione dei casi di coloro che non potendo parlare per se stessi saranno inclusi come donatori?
  • Cosa significherà per tutti noi quando i nostri guaritori – i medici – saranno nella posizione che farà loro superare d’un balzo quasi 2.500 anni di divieti di togliere la vita?

Si consideri il caso di Ben Mattlin, che soffre di atrofia muscolare spinale. In una rubrica del New York Times del 2012, ha scritto del “confine sottile e poroso tra coercizione e libera scelta” per chi si sente svalutato. A proposito della sottile erosione della sua autonomia, ha scritto: “Non si possono neanche veramente concepire le molte sottili forze (che ti spingono a morire) – sempre di buone intenzioni, di buon cuore, gentili, e tuttavia così persuasive come uno tsunami – che emergono quando la tua autonomia fisica è irrimediabilmente compromessa”.

La società civile si misura dal modo in cui trattiamo i membri più vulnerabili. Le leggi sull’eutanasia sono strutturate per proteggere le popolazioni vulnerabili, ma quali sono i fatti?

L’omicidio sotto qualsiasi altro nome

Secondo un articolo del NEJM del 2015, dei 3.882 decessi dovuti a suicidio assistito o eutanasia nelle Fiandre (Belgio), solo nel 2013, 1.047 (27%) sono dovuti a dosaggi di farmaci tesi ad accelerare la morte senza il consenso dei pazienti. Questi pazienti sono generalmente in stato di incoscienza e possono avere o meno membri della famiglia in circolazione.

Nel 2014, una dichiarazione sulle decisioni di fine vita della Società belga di medicina intensiva afferma che “abbreviare il processo di morte” dovrebbe essere ammissibile “con l’uso di farmaci …. anche in assenza di sofferenza”. Nel discutere questi fatti, due medici di spicco, uno olandese e uno di Harvard, mi hanno detto che la chiamano omicidio.

Quando i medici partecipano a una procedura tesa a togliere la vita a una persona, i pazienti si sentiranno sicuri al 100% che il loro medico sia fermamente dalla parte della guarigione? Che messaggio si trasmette riguardo il valore di ogni vita umana quando i medici supportano lo scambio di una vita con un’altra? Che effetto ha già avuto sui medici complici di tali procedure che causano la morte?

Nel 1973, nel classico fantascientifico “Soylent Green”, il detective Frank Thorn cerca risposte alla morte degli oceani e al deterioramento della razza umana sulla Terra sovraffollata. Egli scopre che il cibo verde ad alta percentuale proteica prodotto dalla Soylent Corporation è un riciclato, è fatto di esseri umani sottoposti ad eutanasia. “Soylent Green è fatta di persone!”, urla.

Il “Soylent Green” è stato impostato per il 2022. Siamo a tre anni di distanza.

 

Wesley Ely, detiene la cattedra di medicina del Grant W. Liddle del Vanderbilt University Medical Center ed è co-direttore del Centro Critical Illness, Brain Dysfunction, and Survivorship (CIBS) Center. È anche direttore associato di Aging Research per il Tennessee Valley Veteran’s Affairs Geriatric Research and Education Clinical Center.

 

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