Rilanciamo l’editoriale di mons. Corrado Sanguineti, vescovo di Pavia, apparso su Il Ticino di venerdì 2 luglio.

 

Mons. Corrado Sanguineti, vescovo di Pavia
Mons. Corrado Sanguineti, vescovo di Pavia

 

In queste ultime settimane, da ciò che sta accadendo in Europa e in Italia, nasce una domanda: ma che futuro vogliamo costruire per la nostra società e per le generazioni che stanno crescendo? Perché, mentre viviamo un tempo di “ripartenza”, pieno ancora d’incertezza, eppure carico di attese e speranze, sembra che al “mainstream” dominante, con grandi alleati nel mondo della comunicazione e in esponenti della cultura, dell’informazione e dello spettacolo, non stiano a cuore realtà fondamentali della persona e del suo pieno sviluppo. Giovedì 24 giugno il Parlamento europeo ha approvato, con 378 voti favorevoli e 255 voti contrari, la risoluzione presentata dall’eurodeputato croato Predrag Fred Matić che definisce i diritti alla salute sessuale e riproduzione come diritti umani di cui farebbe parte anche l’aborto, con un attacco frontale all’obiezione di coscienza, considerata come mera negazione di prestazione medica, e alla «disinformazione» dei movimenti per la vita: la risoluzione afferma che il diritto alla salute – e nello specifico i diritti alla salute sessuale e riproduttiva – è un pilastro fondamentale dei diritti delle donne e dell’uguaglianza di genere, senza nessuna menzione del diritto alla vita del concepito.

Diversi episcopati europei nei giorni scorsi si erano pronunciati criticamente sulla “Relazione Matić”, in particolare la Commissione degli episcopati dell’Ue (Comece) che poneva la questione sulla violazione del principio di sussidiarietà, essendo responsabilità degli Stati membri definire la propria politica sanitaria, e contestava il fatto che la relazione nega il diritto fondamentale all’obiezione di coscienza: «Notiamo con rammarico che la bozza di risoluzione è caratterizzata da una prospettiva unilaterale, soprattutto per la questione dell’aborto, che non tiene pienamente conto delle situazioni di vita delle persone coinvolte e dei loro relativi diritti umani … non riflette la tragedia e complessità delle situazioni in cui si trovano le madri che considerano di abortire il proprio figlio non nato». Contestata pure la definizione dell’aborto come «servizio medico essenziale»: «A nostro avviso questa classificazione è insostenibile. Un intervento medico di queste dimensioni non può e non deve diventare una pratica normale. Qualificarlo come servizio essenziale degrada il bambino non nato». Inaccettabile anche la definizione dell’aborto come diritto umano: «Non c’è alcun trattato internazionale sui diritti umani o altro che lo sancisca, né un corrispondente obbligo per gli Stati». La Comece, inoltre, «nota con preoccupazione e rammarico il fatto che la bozza di risoluzione neghi il fondamentale diritto all’obiezione di coscienza, che è emanazione della libertà di coscienza», sancita dall’articolo 10.1 della Carta europea dei diritti fondamentali.

La chiara imposizione di un “pensiero unico”

Mentre l’Europa vive un preoccupante declino demografico, aggravato dalla pandemia del Covid, che cosa fa il Parlamento europeo? Approva un testo, che andrebbe letto interamente, perché sotto un linguaggio freddo e tecnico, racchiude una visione della vita, della sessualità, dell’educazione sessuale da diffondere nelle scuole, realmente inquietante, dove si tende a comprimere il diritto primario dei genitori e delle famiglie a educare i propri figli su questi temi così delicati e gravi e dove si avverte la chiara imposizione di un “pensiero unico”. Soprattutto impressiona la riduzione dell’aborto, che resta una tragedia e un’esperienza traumatica nella vita della donna, a un semplice servizio sanitario da assicurare, come esercizio di un diritto legato alla salute riproduttiva. Che il concepito sia un essere umano, che l’aborto sia oggettivamente soppressione di una vita innocente, è censurato: anzi chi dovesse ricordare la realtà in gioco nel dramma dell’aborto, è accusato di fare disinformazione!

Vita umana, famiglia come soggetto educativo e grembo fecondo di nuove generazioni – delle quali già si avverte il vuoto – e libertà di dissentire dal pensiero dominate: questi sono i beni oscurati e minacciati oggi in Europa e nel nostro mondo “sviluppato e moderno”.

La gestione dell’emergenza migranti lasciata agli Stati

Lo stesso giorno un altro segnale preoccupante: di fronte all’emergenza umanitaria delle migrazioni, provenienti dall’Africa e dall’Asia, che sta mettendo in difficoltà il sistema di accoglienza nei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo – Italia, Grecia, Spagna, Malta – di fronte alla tragedia di uomini, donne e bambini che affrontano sofferenze inimmaginabili, in mano a trafficanti e scafisti senza scrupoli, e non poche volte muoiono nelle traversate nei deserti, in mare o in zone impervie di montagna, o sono costretti a restare chiusi in campi profughi per anni, senza prospettive, spesso oggetto d’inumane violenze e di ricatti, il Vertice UE ha dedicato otto minuti all’argomento e sostanzialmente ha lasciato la gestione dell’emergenza agli Stati interessati, prospettando, almeno per ora, solo aiuti economici alle nazioni della UE coinvolte nell’accoglienza, o alte somme di denaro per la Turchia, perché continui a tenersi i profughi, ben chiusi nei loro campi di detenzione, mentre Stati come Italia, Spagna e Malta sembrano scegliere la via del rinnovo di accordi bilaterali con Paesi del nord Africa, come Libia e Tunisia, che non brillano per il rispetto dei diritti umani dei profughi che accolgono.

Un’Europa preoccupata più degli umori elettorali, che della vita e della dignità di chi è in cerca di un futuro più umano, si dimostra ancora una volta miope e rinnega la sua migliore tradizione umanistica; appare incapace di attivare una politica che consenta di governare i flussi dei migranti, di sottrarli ai trafficanti, spesso favoriti da governi conniventi, e di pensare un piano serio di aiuti alle nazioni ferite dalla povertà, dalle ingiustizie, spesso in mano a classi politiche locali corrotte.

Di nuovo, sono in gioco la vita e la libertà di uomini e donne che hanno storie e volti ignoti e ignorati, ed è in gioco l’immagine di Europa e di mondo che vogliamo perseguire: una famiglia dove davvero ci guardiamo e ci trattiamo come “fratelli tutti” o un mondo ben diviso in un nord ricco, che consuma le risorse e persegue un certo modello di vita, e però si condanna a un progressivo impoverimento umano, e un sud, costretto ad avere solo le briciole? Può reggere a lungo un mondo così? La forza e la resilienza, la fame di vita che abitano certi popoli, molto più giovani di noi, sono un’energia che non si può trattenere e che se non ci apriamo e non ci confrontiamo con questo “mondo” che preme alle nostre frontiere, ne saremo travolti.

Ddl Zan: il significato dalla nota della Segreteria di Stato del Vaticano

Infine, è ancora in atto un vivace confronto intorno alla Legge Zan che intende sanzionare gli atti di omofobia e transfobia, come discriminazioni, violenze o istigazione alla violenza dettate da motivi di orientamento sessuale e identità di genere. Ha suscitato differenti reazioni la nota verbale della Segreteria di Stato del Vaticano indirizzata al Governo italiano, nella quale la Santa Sede esprime preoccupazioni su passaggi della legge, che potrebbero ledere diritti e libertà della Chiesa, sanzionati nel Concordato. Si è gridato da più parti all’ingerenza della Chiesa in questioni interne dello Stato italiano, quando la Santa Sede ha semplicemente ricordato che esistono diritti e libertà, che appartengono alla Chiesa, come a ogni altra realtà socialmente rilevante, iniziando dalla famiglia, riconosciuti in un trattato internazionale che impegna i due contraenti. In questo modo la nota, che per sé doveva rimanere riservata, ha comunque rimesso davanti a tutti i punti ambigui della legge, che, nata nell’intenzione condivisibile di proteggere soggetti esposti a possibili atti di discriminazione e di violenza, si presenta con un carattere ideologico e rischia di limitare la piena libertà d’espressione, di pensiero, di educazione, che appartiene non solo alla comunità cristiana, ma ad ogni persona e a ogni famiglia, come a ogni forma di vita associata.

Dispiace vedere l’irrigidimento di parti politiche e di correnti di pensiero, soprattutto del mondo Lgbt, rispetto alla richiesta ragionevole di un ripensamento e di una “riscrittura” della legge, che permetta di raggiungere l’obiettivo condiviso di proteggere soggetti esposti a possibili atti di discriminazione, eliminando le parti più “ideologiche” che possono creare altre discriminazioni e censurare la posizione di chi non si adegua a un certo “pensiero unico”, come sta accadendo negli Stati dove sono stati approvati provvedimenti legislativi simili.

Tra l’altro, in queste settimane, voci critiche sono venute non solo dal mondo cattolico, ma da vari esponenti del mondo laico e da non poche voci del femminismo italiano, che hanno trovato spazio sul quotidiano “Avvenire”.

I punti controversi dell’attuale legge

I punti controversi dell’attuale legge sono sostanzialmente tre: la definizione d’identità di genere come «l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione». Si fa diventare legge una posizione di pensiero tutt’altro che condivisa e pacifica, che dà per normale la dissociazione tra sesso e genere, assumendo implicitamente una precisa ideologia, con ricadute educative gravi soprattutto nei bambini e negli adolescenti: la crescita esponenziale, in certe nazioni, di adolescenti che manifestano problemi d’identificazione sessuale e di disforia di genere, indotti a comportamenti e a scelte di vita, che generano confusione nella percezione di sé, sono un segnale preoccupante e proprio in certi Paesi molto avanti nella promozione della cultura gender, diffusa nelle scuole, nonostante l’opposizione o le perplessità delle famiglie, cominciano a manifestarsi ripensamenti e interrogativi, su prassi troppo disinvoltamente proposte e sul crescente disagio che si manifesta tra bambini e adolescenti. Ricordo che le pene previste dal ddl potrebbero riguardare anche chi assume posizioni nettamente discordanti sul concetto di “identità di genere” e sulle sue applicazioni, ad esempio, dal punto di vista educativo.

Un secondo punto critico è l’ampia discrezionalità che il testo attuale lascia nel distinguere tra libera manifestazione di pensiero e istigazione a condotte omo-transfobiche: una volta divenuto legge, si potrebbe perseguire penalmente chi affermasse che presupposto delle nozze è la diversità di sesso tra coloro che vi convolano? Saremo ancora liberi di affermare che la famiglia, società naturale voluta da Dio, è fondata sul matrimonio, come unione tra un uomo e una donna? O che i figli hanno bisogno di un padre e di una madre, almeno in via ordinaria, per crescere serenamente? Che esiste una differenza sessuale inscritta obiettivamente nell’essere maschio e femmina, aperta alla procreazione?

Infine, forte perplessità desta l’articolo 7 del testo, già approvato alla Camera dei deputati, che istituisce la Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia e prevede la realizzazione d’incontri e iniziative che dovranno coinvolgere anche le scuole di ogni ordine e grado: non si fatica a immaginare che la Giornata possa diventare occasione per diffondere un certo tipo di pensiero su temi assai delicati, magari con l’ausilio di esponenti di una sola parte, senza preoccuparsi della posizione delle famiglie. E poi, le scuole paritarie cattoliche, pur non condividendo molti contenuti di questo pensiero, fatto passare come neutro e oggettivo, avranno la libertà di esprimere la propria concezione su questi temi, in accordo con le famiglie che liberamente hanno scelto queste scuole per i loro figli?

Al fondo, la promozione della cultura “gender”, che la legge Zan di fatto favorisce e nascostamente sostiene, oltre a essere un attentato alla libertà d’educazione, di pensiero e di opinione, colpisce la realtà centrale della famiglia, nella sua essenza di comunità generante e educante, e certamente non favorisce il sorgere e il crescere di nuove vite, che nascono dall’unione tra uomo e donna, e hanno bisogno di un contesto stabile di affetto, con l’identificazione chiara della figura paterna e materna.

È questo il futuro che vogliamo, per noi e i nostri figli? Per l’Italia e l’Europa, per il mondo? Una società sempre più individualista, dove ogni desiderio del singolo diventa diritto? Più povera di vita, di famiglia e di libertà? Qui non è un problema di Chiesa o di Concordato, qui è in questione il modo di essere uomini e donne e il futuro delle giovani generazioni.

 

Mons. Corrado Sanguineti

       (Vescovo di Pavia)

 

 

 

Facebook Comments