Mons. Vincenzo Paglia (foto: CNS)

Mons. Vincenzo Paglia (foto: CNS)

 

di Annarosa Rossetto

 

Prendendo spunto da un articolo di Diane Montagna su LifeSiteNews e dopo aver cercato fonti italiane per evitare fraintendimenti linguistici, abbiamo provato a capire come le ultime dichiarazioni di mons. Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, sul suicidio assistito siano in certi punti piuttosto ambigue e difficili da conciliare con la Scrittura e la Tradizione.

Ci riferiamo al discorso che mons. Paglia ha tenuto in occasione della presentazione di un simposio internazionale interreligioso su Religione ed etica medica: cure palliative e salute mentale degli anziani in svolgimento in questi giorni a Roma, sponsorizzato dalla Pontificia Accademia per la vita insieme al World Innovation Summit for Health (WISH), su iniziativa della Qatar Foundation, che affronta principalmente le prospettive cristiana e musulmana sul fine vita.

Dopo il discorso ufficiale, che potete leggere sul sito della P.A.V., tenuto presso l’ufficio stampa della Santa Sede martedì scorso, un giornalista ha chiesto all’arcivescovo Paglia le sue opinioni su una dichiarazione rilasciata  il 5 dicembre scorso dai vescovi della Svizzera, Paese tristemente noto come destinazione per molti “viaggi della morte” nelle cliniche per il suicidio assistito. In questa dichiarazione i vescovi chiedono a sacerdoti e assistenti pastorali cattolici di lasciare la stanza prima di un’iniezione letale o di altri mezzi per arrivare ad un suicidio medicalmente assistito.

Il lungo documento dei vescovi svizzeri, intitolato “Comportamento pastorale  nei confronti della pratica del suicidio assistito” arriva in risposta all’aumento dei casi di suicidio assistito in Svizzera. I vescovi elvetici affermano che il suicidio assistito “è radicalmente contrario al messaggio evangelico” e che la sua pratica “è un attentato grave alla protezione della vita della persona umana che deve essere protetta dal concepimento fino alla morte naturale”.

Accompagnamento religioso al suicidio assistito?

Mons. Paglia, ammettendo di non aver letto “nel dettaglio” la dichiarazione dell’episcopato svizzero ha pronunciato una serie di affermazioni che lasciano quantomeno perplessi, soprattutto per il fatto che sono state espresse parlando di un documento proprio sul suicidio assistito: “Accompagnare e tenere per mano chi muore è un grande compito che ogni credente deve promuovere, così come il contrasto al suicidio assistito”.  Come riportato anche da AgenSir mons. Paglia ha proseguito: “Siamo contro il suicidio assistito perché non vogliamo mai fare il lavoro sporco della morte”. “Se è vero che ognuno di noi è figlio di Dio, può una madre abbandonare suo figlio?”

Mons. Paglia sembra voler dire che, sebbene si condanni il suicidio assistito, lasciare la stanza dove sta per essere somministrato ad un aspirante suicida un farmaco letale sia sbagliato perché si abbandona una persona di fronte alla morte?

A noi sono venute alla mente le parole di don Gallo che, piuttosto che “lasciare sole” le prostitute che seguiva con la Comunità di S. Benedetto al Porto, le accompagnava ad abortire. E ci si è palesato il rischio che qualche sacerdote “illuminato” pensi davvero, come fosse un atto di pastorale sanitaria, ad un “accompagnamento” per i suicidi e per i medici che li aiutano a togliersi la vita anziché metterli in guardia dal pericolo per la propria anima conseguente ad un gesto simile.

Giuda e l’inferno

L’arcivescovo Paglia ha poi proseguito: “Io faccio sempre i funerali a chi si suicida. Il suicidio è una grande sconfitta nostra, perché è sempre una domanda d’amore inevasa. Il Signore non abbandona mai nessuno. Per la Chiesa cattolica, se uno afferma che Giuda sta all’inferno, è un eretico”.

Sostenere che dire che Giuda è all’inferno sia addirittura un’eresia è abbastanza sorprendente dato il chiaro insegnamento della Sacra Scrittura, dei Padri e dei Dottori della Chiesa e della Liturgia. Riprendendo quanto scritto nel suo articolo dalla Montagna, il cardinale Avery Dulles in un articolo intitolato “La popolazione dell’inferno” ha così spiegato:

“Il Nuovo Testamento non ci dice in altrettante parole [rispetto a quante sono le volte che Gesù  parla dell’Inferno, ndt] che una persona in particolare è all’inferno. Diverse affermazioni su Giuda però non possono essere interpretate diversamente. Gesù dice di aver custodito tutti coloro che il Padre gli ha affidato, tranne il figlio della perdizione (Giovanni 17:12). In un altro punto Gesù chiama Giuda diavolo (Giovanni 6:70), e ancora una volta dice di lui: “Sarebbe meglio per quell’uomo se non fosse mai nato” (Matteo 26:24; Marco 14:21). Se Giuda fosse tra i salvati, queste affermazioni difficilmente potrebbero essere vere. Molti santi e dottori della Chiesa, tra cui Sant’Agostino e San Tommaso d’Aquino, l’hanno preso come verità rivelata che Giuda fu condannato. Alcuni dei padri collocano il nome di Nerone nello stesso gruppetto selezionato, ma non fanno lunghe liste di nomi, come ha voluto fare Dante.”

Le Sacre Scritture, molti santi come Sant’Agostino nel cap. 17 del Libro 1 de “La Città di Dio”, San Tommaso d’Aquino, Santa Caterina da Siena  (*), il Catechismo del Concilio di Trento e la Liturgia (**) della Chiesa sono tutti concordi  riguardo il destino di Giuda Iscariota.

Forse Mons. Paglia pensa che potrebbero sbagliare…ma è difficile che possano essere considerati addirittura eretici.

Tornando alla domanda se un prete possa quindi “accompagnare una persona che si sottopone al suicidio assistito”, l’arcivescovo Paglia, come leggiamo su La Stampa, ha affermato  “Il tema va oltre le leggi e io non voglio dare una regola per contraddire e via dicendo. Vorrei togliere l’ideologia da queste situazioni per sempre e per tutti. Per me chi si toglie la vita mostra una sconfitta di tutta la società, ma non di Dio. E Dio non abbandona mai nessuno. Evitiamo di bloccarci su dibattiti ideologici: quello che è più importante è l’accompagnamento.”

Nei commenti sul sito di LifeSite, un sacerdote anonimo che sostiene di essere vicino al Vaticano ha scritto: “Francamente, il primo abbandono di cui un cattolico e un prete si dovrebbero preoccupare è il possibile o probabile abbandono dell’anima di queste persone all’inferno, […] per aver volontariamente abbandonato la legge di Dio, il suo progetto e il suo amore… poi possiamo parlare di altre questioni…”

“Il vero accompagnamento in questo caso significa cercare di essere vicini, sì, ma cercare prima di tutto di salvare un’anima, e dire a quella persona ciò che è in gioco e non abbandonarlo alla sua decisione sbagliata. In verità, quello sarebbe un vero abbandono, anche se forse per un sacerdote sarebbe meno problematico e gli consentirebbe di continuare ad essere lodato dal mondo”, ha affermato. “Ma il nostro non è lo spirito o il criterio del mondo. Siamo creature del Regno dei Cieli che desiderano raggiungere la nostra vera dimora”.

 

 

(*) Colletta del Giovedì Santo, Messale Romano (1962)

“O Dio, dal quale Giuda ricevette la punizione della sua colpa, e il ladro la ricompensa della sua confessione: donaci il pieno frutto della Tua clemenza; che anche come nella sua passione nostro Signore Gesù Cristo ha dato a ogni punizione secondo i suoi meriti, così avendo eliminato la nostra precedente colpa, egli può concedere a noi la grazia della sua risurrezione: chi con te vive e regna …”

 

 

(**)“Dialogo della Divina Provvidenza”

“Unde la disperazione di Giuda mi spiacque più e fu più grave al mio Figliolo che non fu il tradimento che egli mi fece. Così sono condannati per questo falso giudizio d’aver posto maggiore il peccato loro che la misericordia mia; e perciò sono puniti con le dimonia e cruciati eternamente con loro”

 

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