Livio Melina, Teologo Moralista, già Ordinario di Teologia morale (dal 1996 al 2019) presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia a Roma, di cui fu Preside dal 2006 al 2016, offre il suo ricordo di Benedetto XVI e alcuni punti fondamentali del suo insegnamento. Il contributo è stato pubblicato sul sito Veritas Amoris Project

 

Papa Benedetto XVI
Papa Benedetto XVI

 

 

Vorrei offrire la mia testimonianza su Joseph Ratzinger / papa Benedetto XVI a partire dalla mia esperienza personale, riferendomi in particolare a quella più recente sul modo in cui Egli mi è stato vicino fin dall’estate del 2019 in occasione degli avvenimenti del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia, presso cui io ero stato professore ordinario di Teologia Morale e preside.

 

Un Padre, che trasmette vivido il suo ideale giovanile

Gli eventi precipitarono a fine luglio del 2019, quando, dopo la soppressione dell’Istituto fondato da san Giovanni Paolo II nel 1981, mi fu comunicato anche il mio licenziamento, perché nel nuovo ente accademico che ne prendeva il posto non era prevista la cattedra su cui insegnavo. La stessa misura coinvolse un altro docente ordinario ed inoltre 14 professori incaricati, alcuni a tempo pieno, talvolta giovani agli inizi della carriera e di provenienza internazionale.

Dopo tre giorni, ricevetti una telefonata del Segretario personale del papa emerito Benedetto XVI, S. Ecc.za Mons. Georg Gänswein, che mi comunicava che Sua Santità mi aveva cercato anche nei giorni precedenti, perché desiderava incontrarmi e parlare con me. Ne fui sorpreso e profondamente commosso.

Ero stato Suo collaboratore nell’ufficio dottrinale della Congregazione per la Dottrina della Fede dall’ottobre 1984, per sette anni, coinvolto in un lavoro impegnativo di grande responsabilità, ma anche di straordinaria esperienza formativa. Mi aveva onorato della sua presenza alla discussione della mia tesi di dottorato, che era stata diretta da Carlo Caffarra, come primo relatore, e da Angelo Scola, come secondo. Mi aveva seguito con benevolenza negli esordi del mio insegnamento accademico, e, divenuto lui Papa, mi nominò preside dell’Istituto nel gennaio 2006. Ma mai avrei immaginato un tale affetto paterno e una tale attenzione.

“Che cosa posso fare per lei? Che cosa posso fare per voi?” furono le parole con cui, il 1° agosto 2019, mi accolse al Monastero Mater Ecclesiae in Vaticano. Iniziò così una serie di incontri personali, sette per la precisione fino a gennaio 2020, con una corrispondenza che proseguì fino alla Sua morte, fino agli auguri natalizi, pochi giorni fa. Il provvedimento che aveva colpito me ed i colleghi, lo considerava ingiusto e inaccettabile e cercò varie vie per arrivare ad un ripensamento da parte dei responsabili. Dopo aver verificato l’impossibilità di un reintegro e l’inanità di eventuali ricorsi amministrativi, Egli accolse con grande entusiasmo l’idea di guardare avanti e di intraprendere nuove iniziative di ricerca e di formazione nell’ambito del progetto “Veritas amoris”, che andava maturando e prendendo forma nel nostro gruppo di amici e colleghi.

Quale ulteriore grande sorpresa fu per me ricevere nel gennaio del 2020 una Sua lettera che accompagnava uno scritto di 12 pagine, nelle quali delineava quello che chiamò “uno schizzo contenutistico” di quanto avremmo dovuto ricercare e insegnare, fondando la nostra nuova proposta non solo nella teologia del corpo di san Giovanni Paolo II e nella sua stessa teologia dell’amore, ma anche nella prospettiva pastorale di papa Francesco.

In quello scritto ci proponeva la figura cristiana dell’uomo che Egli riconosceva nel cavaliere di Bamberga, che si trova nella cattedrale di quella città, e che egli custodiva – così mi disse – nel suo vecchio messale come immagine ricordo di un suo compagno di studi, morto prematuramente e improvvisamente alla viglia dell’ordinazione sacerdotale. “È una figura altomedioevale di classica bellezza, da cui traspaiono dignità e purezza umane, che non può non impressionare. È l’immagine di un uomo che ha vinto in se stesso le forze del male e che senza affettazione è pronto a battersi per il bene”. In questa immagine di uno sconosciuto cavaliere si esprimeva l’entusiasmo del suo giovanile ideale sacerdotale, negli anni immediatamente successivi alla tragedia della Seconda guerra mondiale, di una spiritualità ben diversa dagli stereotipi pietistici e kitsch dei “santi di gesso”. Così Egli ci passava il testimone del suo ideale giovanile e condivideva con noi, riconoscendosi, l’entusiasmo per un nuovo inizio. Ripercorro qui, condividendoli in sintesi, i contenuti di questo magistero estremo, che Benedetto ha voluto donarci.

Un Maestro, che insegna il realismo cristiano dell’ideale

Nello scritto programmatico, che mi inviò, papa Benedetto parte teologicamente dall’Incarnazione, dove si rivela pienamente cosa vuol dire che l’uomo è immagine di Dio, ovvero il mistero della creazione dell’uomo in Cristo. Il nucleo dell’antropologia è dunque relazionale: essere “immagine” di Dio, e di un Dio trinitario, significa “essere in relazione con un altro”, il che sarà portato a compimento quando il Figlio di Dio prenderà carne umana. Matrimonio e famiglia sono il luogo originario della filiazione e quindi anche il luogo scelto dal Figlio di Dio per farsi carne e per donare il suo corpo (fraterno e sponsale) ai suoi.

La questione della tensione tra reale ed ideale riguardo alla proposta cristiana è di speciale importanza nel nostro contesto ecclesiale e sociale. Secondo papa Benedetto l’accusa oggi più forte contro il cristianesimo consiste nell’imputare ad esso di proporre per l’uomo qualcosa di troppo alto e, in questo modo, qualcosa di distruttivo, in quanto non sarebbe realistico (accusa mossa sia dal marxismo, sia dall’islamismo). Quest’accusa diventa estrema oggi proprio perché sembra che la fede cristiana sia fallita e che non sia possibile vivere le sue esigenze.

Il campo del matrimonio e della famiglia è quello dove il fallimento della proposta cristiana sembrerebbe più evidente, confermata dallo scandalo degli abusi sessuali dei chierici, fino a dover ammettere: “non è possibile vivere così”, nel celibato e nel matrimonio monogamico e fedele (si veda il contrasto che si pone oggi tra il “bene possibile” di Amoris laetitia e Veritatis splendor, n.103).

Ebbene, proprio l’antropologia relazionale dell’imago Dei può gettare una luce sulla questione. Se l’uomo vive in relazione, allora la sua capacità è più grande di quella che mostrano le sue forze come semplice individuo isolato. Dopo l’incarnazione redentiva di Cristo, il “reale” non è l’uomo isolato nel suo proprio desiderio e nelle proprie energie (neo-pelagianesimo riduttivo), ma l’incontro che ci precede e ci fa uscire dal sonno del nostro isolamento. La relazione (e quindi l’amore), appare come la vera forza di realtà nel mondo, proprio perché ci fa andare al di là della nostra misura.

Un tema essenziale da affrontare è il rapporto tra Chiesa e modernità, dove la questione chiave è quella della libertà. Da una parte c’è la visione delle fede cristiana, rappresentata iconicamente dall’immagine del cavaliere di Bamberga, che si distingue proprio per la sua dignitosa libertà, che lotta apertamente e vince il male, e che si percepisce in contrasto con una visione difensiva e piena di complessi. Ma, d’altra parte, l’idea di libertà può adattarsi alla riduzione moderna, che presenta una libertà vuota di contenuto.

La chiave per il dialogo con il mondo moderno è trovare il senso della vera libertà cristiana. Per Benedetto la soluzione si può trovare, da una parte, nel rapporto tra libertà e relazioni, che situa la libertà nella comunione tra gli uomini: è la libertà del dono, secondo l’intuizione di san Giovanni Paolo II. D’altra parte è anche essenziale il rapporto tra libertà e natura, che pone la libertà in qualcosa che è previamente donato e, quindi, nella totalità del mondo come creazione.

Proprio una visione familiare dell’uomo può aiutare a situare la libertà in questa cornice relazionale e incarnata. Tutto questo aiuta a capire il rapporto tra Chiesa e modernità; la famiglia diventa, come sostiene il Concilio Vaticano II nella Gaudium et spes, la chiave del rapporto della Chiesa con mondo odierno. La fede cristiana non ha bisogno di chiudersi, e non perché abbia deciso di adattarsi alla mentalità moderna della libertà assoluta, ma perché può affermare pienamente la libertà come libertà creata e situata relazionalmente.

Per questo, secondo papa Benedetto, il rapporto tra libertà e natura diventa decisivo in questa visione antropologica, come fondamento ultimo della relazionalità della persona umana. Lo sguardo alto, che è necessario perché l’uomo non cada nella disperazione, viene inteso oggi, nella postmodernità, come ricerca di una libertà assoluta che, con l’aiuto della tecnica, si pensa capace di cambiare radicalmente le coordinate della propria esistenza.

Le conseguenze si vedono nel campo della sessualità, in quanto negare la natura umana significa oggi negare che l’uomo sia maschio e femmina. Si arriva ad una visione dell’uomo che si auto-genera (Benedetto XVI, Discorso alla Curia del dicembre 2012) e che, in questo modo, finisce per non arrivare mai al di là di sé stesso, rovinando questa stessa visione alta.

La proposta alternativa, propria della fede, è quella di comprendere la libertà come libertà creata, che inizia da un dono originario ed è orientata verso la pienezza dell’immagine di Dio. È essenziale quindi approfondire il rapporto tra libertà e creazione, il quale appare in modo specialmente chiaro nei rapporti matrimoniali e familiari, in quanto essi parlano di un’origine che ci precede e che porta in sé un senso. Si può ricordare che san Paolo, all’inizio della lettera ai Romani, collega l’accettazione del Creatore proprio all’accettazione della differenza sessuale.

La natura, secondo Benedetto, in quanto è in connessione con la creazione, è quindi natura pensata, non priva di ragione, e possiede in sé lo spirito o Logos. In questo modo, come creata, iniziata dall’amore di Dio e portatrice di un suo disegno, la natura si apre anche alla storia, e va pensata come portatrice in sé stessa, sia delle conseguenze del peccato, sia degli effetti dell’Incarnazione e redenzione in Cristo. Così si offre la chiave per presentare l’immagine dell’uomo in modo che si tenga conto della sua fragilità, ma anche della sua capacità di compiere il bene, a partire della redenzione di Gesù Cristo.

“Un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore”

“Un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore”: con queste parole si presentò ai romani e al mondo, Papa Benedetto dopo la sua elezione, il 19 aprile 2005. “Semplice” indica chi è “sine plice”, cioè senza pieghe, che nascondano altro: significa cioè un atteggiamento privo di qualsiasi ambiguità, che parla in maniera trasparente e diretta, perché vuole comunicare la verità e non ingannare gli interlocutori con sotterfugi. L’ambiguità è lo strumento del dispotismo di chi non serve, ma piuttosto domina gli altri con un discorso oscuro. “Umile”, poi, è chi è bene consapevole di essere “humus”, cioè fatto di terra, e quindi è privo di orgoglio e brama di potere.

Così, semplice e umile, è apparso Papa Benedetto XVI in tutta la Sua lunga vita di studioso diligente e geniale, di servitore della Chiesa, di Papa. Forse ancor più nell’ultimo tratto, quasi silenzioso eppure così eloquente, del Suo ritiro orante nel Monastero Mater Ecclesiae sul colle Vaticano, che seguì alla Sua rinuncia all’esercizio attivo del ministero petrino. Periodo misterioso, quello di questi ultimi dieci anni, in cui, nell’estrema fragilità fisica, ma con grande lucidità e forza di spirito, ha accompagnato la Chiesa in uno dei frangenti più difficili e bui della sua storia recente. L’ha accompagnata con una testimonianza limpida e serena a “Cristo, che è sempre lo stesso, ieri oggi e nei secoli”, affinché “non ci lasciassimo sviare da dottrine varie e peregrine” (Ebr 13, 8-9).

Nella lettera del 10 marzo 2009, papa Benedetto scrisse ai vescovi della Chiesa Cattolica: “Nel nostro tempo in cui in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento, la priorità che sta al di sopra di tutte è di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l’accesso a Dio. Non ad un qualsiasi dio, ma a quel Dio che ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo nell’amore spinto sino alla fine (cfr. Gv 13, 1), in Gesù Cristo crocifisso e risorto. Il vero problema in questo nostro momento della storia è che Dio sparisce dall’orizzonte degli uomini e che con lo spegnersi della luce proveniente da Dio l’umanità viene colta dalla mancanza di orientamento, i cui effetti distruttivi ci si manifestano sempre di più”. Nel suo testamento spirituale, egli ritorna su questo tema decisivo.

Egli aveva ben compreso che la povertà più grande – come diceva Madre Teresa di Calcutta – è la povertà di chi non crede in Dio, e che, quindi, la carità più grande e urgente è quella di testimoniare Dio e donare agli altri la possibilità di quell’incontro con Cristo, ricevuto per grazia. Il servizio, limpido e forte, semplice e umile, alla fede dei piccoli è stato per Joseph Ratzinger / Papa Benedetto, il compito di tutta la Sua lunga vita, la bussola che sempre lo ha orientato nel ministero. “Non di solo pane vive l’uomo…” E colui che dona solo pane o vestiti, in fondo dona troppo poco ai poveri e troppo poco li considera.

Livio Melina

 

Livio Melina è Teologo Moralista. Già Ordinario di Teologia morale (dal 1996 al 2019) presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia a Roma, di cui fu Preside dal 2006 al 2016. Vi ha fondato e diretto l’Area Internazionale di Ricerca in Teologia morale. Membro ordinario della Pontificia Accademia di Teologia, è stato Direttore scientifico della rivista Anthropotes. È stato visiting Professor a Washington DC e a Melbourne, ed ha tenuto corsi e conferenze in varie Università internazionali.

 


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