Mons. Luigi Negri

Mons. Luigi Negri

 

 

di Lucia Comelli

 

«Il mondo sente che la Chiesa ha finito per assumere la mentalità del mondo… Sembra che, invece della propria forza dinamica capace di mettere in discussione il mondo, la Chiesa vada mons. Luigi Negri Chiesa viva libro biscercando qua e là spazi per accordarsi con il mondo». Sono pagine dense di drammaticità e di vigore quelle in cui monsignor Luigi Negri[1]  nel suo ultimo libro contesta l’attacco del mondo al Corpo Mistico di Cristo. Facendoci così riscoprire – tanto nelle introduzioni serali alla “Scuola di comunità” del  Rosetum di Milano (anni 2017-2019), quanto negli interventi in quotidiani e periodici – la natura e l’origine, quindi anche il destino, di quella che non può non essere, sempre di nuovo, Mater et Magistra. Come spiega il professor Francesco Botturi nella sua Prefazione, la preoccupazione di monsignor Negri è quella del «compito primario di annuncio, e perciò di missione, che non può essere commisurato ad altro», tanto più oggi, giunti come siamo in fondo alla parabola secolarizzante[2].

Credo che le riflessioni sul momento attuale e sulle sfide della fede nel tempo presente affidate allora, nel novembre del 2017, da Mons Negri all’amico don Gabriele Mangiarotti per CulturaCattolica.it, la sua rivista on line, rappresentino la migliore introduzione alla lettura di questo appassionante volumetto[3]. Per questo le ripropongo pressoché integralmente qui.

«Occorre che la Chiesa ritorni a educare i cristiani alla grandezza e alla novità della fede ed eserciti una funzione in qualche modo educativa nei confronti di tutti gli uomini»

 

… Oggi la Chiesa è sfidata sulla fede; deve dimostrare a se stessa e al mondo che crede in “Gesù Cristo, unico Redentore dell’uomo e del mondo, centro del cosmo e della storia”, per ripetere le parole che nessun cristiano di ogni tempo potrà mai dimenticare, quelle di San Giovanni Paolo II. Siamo sfidati sulla fede! la Chiesa rischia invece di guardare da un’altra parte, come dice Papa Francesco, e di disperdersi, di disorientarsi, nel tentativo affannoso di rispondere a tutti i problemi che l’eccezionale e grave momento della storia della società propone. Che non è soltanto il problema vero della povertà materiale. Il problema è la povertà morale e umana di questa umanità, che non ha più punti di riferimento sostanziali e decisivi per affrontare la propria vita quotidiana… Quando l’indimenticabile Cardinale Giacomo Biffi parlò di Bologna come di una “società sazia e disperata” certamente anticipava la situazione in cui viviamo con la sola differenza che […] oggi è una società meno sazia, ma non meno disperata, perché non ha più quei criteri fondamentali della vita che – come dice Paul Claudel nell’indimenticabile “Annunzio a Maria” – sono quei criteri che ti consentono di mangiare in pace il tuo pane e di bere il tuo vino e di affrontare le circostanze dell’esistenza in modo responsabile e dignitoso. Io credo che la Chiesa, sfidata sulla fede, deve dare coralmente una grande testimonianza di fede […] da colui che guida la Chiesa in comunione con i suoi fratelli Vescovi, ad ogni singolo cristiano; sfidati sulla fede noi diciamo che la fede vale più della vita! Dobbiamo dire con la nostra esistenza (prima ancora forse che con le nostre parole) che la fede vale più della vita: che il senso del mangiare e del bere, del vegliare del dormire, del vivere e del morire – cioè dell’esistenza, ossia della sua articolata, faticosa e dolorosa esperienza, ma anche del suo lieto muoversi – è la Fede. Noi non possiamo limitarci a dire che l’umanità ha tanti problemi da risolvere e che noi ci apprestiamo ad aiutare a risolverli, in parte perché non siamo così sprovveduti da pensare che noi potremmo risolvere tutti i problemi materiali, economici e sociali. Noi dobbiamo dimostrare che la fede, svolgendosi nella nostra vita e diventando testimonianza, è capace, sulla base dell’annuncio di Gesù Cristo, di arrivare a tutte le conseguenze della vita personale, della vita familiare, della vita sociale, della vita nazionale e internazionale.

Stupisce rileggere alcune parti del grande magistero di Benedetto: questa visione significativamente cristologica ed ecclesiologica della vita della persona e della società, fino a ipotizzare con chiarezza che ci può essere un ordine mondiale fondato sulla gratuità. E la Chiesa è chiamata a dare una risposta responsabile, a creare un ordine economico fondato non sull’interesse, sul possesso, ma sulla gratuità; e a dimostrare dunque che la nostra prima preoccupazione è annunziare Cristo, dimostrarlo al mondo di oggi. Il mondo di oggi non sono soltanto le migliaia di persone che dalle parti più disparate della terra, con le motivazioni più diverse giungono qui – quindi non necessariamente tutte motivazioni adeguate, umane, significative ed oneste: perché gli extracomunitari non sono una terra benedetta dove non c’è né peccato, né orgoglio, né violenza, ecc… – Il mondo d’oggi è questa gente che ci vive accanto, o che ad ondate viene accolta (per la mitezza e la generosità del nostro popolo) con non pochi sacrifici nelle nostre strutture abitative. A questa gente che cosa dobbiamo dire come Chiesa? “Arrangiatevi, rifocillatevi e andate in pace?” Dobbiamo dire che c’è Gesù Cristo che li attende e li aspetta! Di cui sono bisognosi anche se non lo sanno e perciò la nostra prima preoccupazione, il respiro ampio della nostra vita è annunciare Cristo. Io sono rimasto scandalizzato dalla sottolineatura della necessità dell’accoglienza che non facesse mai riferimento al fatto che quella accoglienza doveva essere motivata in noi e animata da una volontà missionaria, da una volontà di comunicazione di Cristo. La demagogia del “tutti dentro” o del “tutti fuori” è stata pur rivista e corretta, mettendoci di fronte a dei compiti e delle responsabilità. Un ministro non cattolico, altamente dignitoso e serio, come l’onorevole Minniti, ha detto “stiamo attenti a far bene i conti dell’accettazione incondizionata, perché poi restano scardinate le strutture democratiche della nostra società”. Ma in ogni caso, in queste successive correzioni, da parte cattolica non dico che sia consapevolmente mancata, ma c’è stato troppo silenzio sulla priorità dell’evangelizzazione; tutto quello che facciamo è a partire dall’evangelizzazione e per attuarla, è per renderla viva nella vita dei nostri fratelli uomini. Perché noi abbiamo la precisa convinzione, guardando noi stessi e partendo da noi stessi, che la vita umana non è vita se non c’è la presenza di Cristo. Come ricorda S. Giovanni Paolo II nella Redemptor Hominis al n. 10: «L’uomo che vuol comprendere se stesso fino in fondo – non soltanto secondo immediati, parziali, spesso superficiali, e perfino apparenti criteri e misure del proprio essere – deve, con la sua inquietudine e incertezza ed anche con la sua debolezza e peccaminosità, con la sua vita e morte, avvicinarsi a Cristo. Egli deve, per così dire, entrare in Lui con tutto se stesso, deve «appropriarsi» ed assimilare tutta la realtà dell’Incarnazione e della Redenzione per ritrovare se stesso. Se in lui si attua questo profondo processo, allora egli produce frutti non soltanto di adorazione di Dio, ma anche di profonda meraviglia di se stesso».

Questo ci rende lieti di fronte ad ogni uomo perché ci mette in sintonia con la profondità del suo cuore.
Dopo l’annunzio la responsabilità più grande che l’uomo è chiamato a svolgere è quella dell’educazione: la Chiesa è “Mater et Magistra”. Occorre che la Chiesa ritorni ad educare i cristiani alla grandezza e alla novità della fede ed eserciti una funzione in qualche modo educativa nei confronti di tutti gli uomini, perché vengano aiutati a recuperare la grandezza della propria esperienza umana, “Il mestiere duro d’esser uomo” come faceva riferimento un grande della letteratura, Pavese. Se sarà chiara una strategia, un ordine ideale e pratico della nostra vita, che va dall’evangelizzazione alla volontà di condivisione puntuale ed appassionata degli uomini con cui condividiamo la nostra esistenza, allora la Chiesa potrà rimanere come punto di riferimento insostituibile; e si potranno maturare le conseguenze sociali ed etiche senza segnare rovinosi scontri.

Credo che la Chiesa, di fronte a queste sfide, debba interiorizzarle adeguatamente, debba viverle con totale umiltà ma in modo inesorabile; se non saremo inesorabili a seguire la vocazione, il mandato che Dio ci ha dato, difficilmente l’ultimo giorno potremo sostenere lo sguardo del nostro Popolo, come mi ricordava molto spesso il Cardinal Biffi: il popolo sarà alla destra del Signore che giudica, perché alla destra del Signore non ci saranno né i guru della cultura laicista né i direttori delle grandi testate nazionali, né i direttori delle Reti televisive. Accanto al Signore che ci giudica ci sarà il nostro popolo, che ci giudica. E questo (dopo il giudizio di Dio) è quello che bisogna temere di più.

La Chiesa con il suo episcopato deve riaffermare quanto ha detto la Madonna a Fatima: che l’attacco alla Chiesa è attacco alla famiglia, attacco alla vita e alla sua misteriosità, alla sua intangibilità, al suo non essere a disposizione se non di Dio, e quindi meno che mai della scienza. È fondamentale non essere assenti dalle grandi questioni che caratterizzano la vita della nostra società […] La paternità che noi esercitiamo nei confronti di tutto il popolo cristiano è un riverbero, una attuazione della grande e unica paternità di Dio: e la paternità si esprime come amore all’uomo e alla sua verità; noi non possiamo non amare la verità degli uomini che vivono accanto a noi. E dobbiamo amarla questa verità anche quando non sembra che sia la preoccupazione dei nostri interlocutori uomini; io non credo che dobbiamo avere nell’occhio della nostra coscienza quel che il mondo dice di noi: dovremmo avere nell’occhio della nostra coscienza quello che Cristo ci chiede e che il popolo ha il diritto di aspettarsi da noi: l’educazione alla verità, alla libertà, alla responsabilità e alla missione. Un vescovo deve fare questo! educare alla verità, alla libertà, alla responsabilità e alla missione […] Sostanzialmente agli uomini di chiesa tocca la responsabilità di una presenza paterna, fatta di amore alla verità ed educazione del popolo. Per vivere in modo meno inadeguato questo compito occorre l’aiuto di Maria alla quale ci affidiamo con fiducia totale. “Totus tuus”.

 + Luigi Negri, Arcivescovo Emerito di Ferrara-Comacchio

 

[1] Luigi Negri, Chiesa viva. Mater et Magistra, Cantagalli 2020, pp. 196 (dalla copertina).

[2] Luigi Negri, arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio, ha partecipato sin dagli inizi al movimento ecclesiale di Comunione e Liberazione fondato da Giussani, di cui è stato uno dei più stretti collaboratori. Accanto al lavoro pastorale, rivolto soprattutto ai giovani, si dedica con passione allo studio attento e alla diffusione del Magistero Pontificio, in particolare quello di san Giovanni Paolo II. Autore di numerose pubblicazioni, per Cantagalli ha pubblicato: Lo stupore di una vita che si rinnova e Ripensare la modernità. Ivi.

[3] CulturaCattolica.it, 19 novembre del 2017.

 

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