Abbiamo già parlato in vari articoli (ad esempio qui, qui e qui) della questione della Comunione data ai politici che sostengono politiche in contrasto con l’insegnamento della Chiesa. E’ il caso del neo card. Gregory di Washington il quale ha detto che non rifiuterà la Comunione a Biden, il quale, come noto, sostiene convintamente la legalità dell’aborto e del “matrimonio” gay.

Interviene in argomento con parole chiarissime anche l’arcivescovo emerito di Philadelphia, il carmelitano Charles J. Chaput, O.F.M. Cap. con un articolo pubblicato su The First Thing, che propongo nella mia traduzione alla riflessione dei lettori di questo blog. 

 

Charles J. Chaput, arcivescovo di Philadelphia
Charles J. Chaput, arcivescovo emerito di Philadelphia

I lettori ricorderanno che durante la campagna presidenziale del 2004, il senatore John Kerry ha guidato il ticket dei Democratici (candidato alle presidenziali, vinte poi dal repubbliano George H. W. Bus, ndr). Come cattolico, Kerry aveva alcune opinioni politiche che erano in conflitto con le convinzioni morali della sua Chiesa. Questo ha portato a tensioni interne tra i vescovi degli Stati Uniti su come gestire la questione della Santa Comunione per i funzionari pubblici cattolici che pubblicamente e persistentemente si discostano dall’insegnamento cattolico su questioni come l’aborto. All’epoca, l’allora cardinale Theodore McCarrick di Washington, insieme al vescovo di Pittsburgh Donald Wuerl, aveva opinioni molto diverse dalle mie su come procedere.  

Credevo allora, e credo adesso, che negare pubblicamente la Comunione ai funzionari pubblici non sia sempre saggio o il miglior percorso pastorale. Farlo in maniera forte e decisa può causare più danni che benefici, invitando il funzionario a crogiolarsi nel bagliore mediatico della vittima. Ciò a cui mi sono opposto nel 2004, tuttavia, è stata l’apparente indifferenza verso la questione, ogni accenno in una dichiarazione o norma nazionale dei vescovi che avrebbe dato ai vescovi la possibilità di distogliere la testa dalla gravità di una questione molto seria. All’epoca, fortunatamente, la Congregazione per la Dottrina della fede risolse ogni confusione sulla corretta pratica in queste materie con il suo memorandum del luglio 2004 [inviato] all’allora cardinale McCarrick, “Degno di ricevere la Santa Comunione: Principi generali” (che però fece un resoconto NON fedele al contenuto del testo ai suoi confratelli, ndr) . Esso include il seguente passo:

5. Per quanto riguarda il grave peccato dell’aborto o dell’eutanasia, quando la cooperazione formale di una persona diventa manifesta (intesa, nel caso di un politico cattolico, come la sua costante campagna e il suo voto per le leggi permissive sull’aborto e l’eutanasia), il suo Pastore dovrebbe incontrarsi con lui, istruendolo sull’insegnamento della Chiesa, informandolo di non presentarsi alla Santa Comunione fino a quando non avesse messo fine alla situazione oggettiva del peccato, e avvisandolo che in caso contrario gli sarebbe stata negata l’Eucaristia.

6. Quando “queste misure precauzionali non avessero avuto effetto o non fossero state possibili” e la persona in questione, con ostinata perseveranza, si presentasse ancora per ricevere la Santa Eucaristia, “il ministro della Santa Cena deve rifiutarsi di distribuirla” (cfr. Dichiarazione del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi “Santa Comunione e i cattolici divorziati, civilmente risposati” [2002], nn. 3-4). Questa decisione, correttamente parlando, non è una sanzione o una punizione. Né il ministro della Santa Comunione sta emettendo un giudizio sulla colpevolezza soggettiva della persona, ma reagisce piuttosto alla pubblica indegnità della persona a ricevere la Santa Cena a causa di una situazione oggettiva di peccato.

Per quanto ne sappia, questa affermazione rimane in vigore. E riflette la disciplina sacramentale cattolica di lunga data basata sulla Parola di Dio.

Le implicazioni per il momento attuale sono chiare. Le figure pubbliche che si identificano come “cattoliche” danno scandalo ai fedeli quando ricevono la Comunione, creando l’impressione che le leggi morali della Chiesa siano facoltative. E i vescovi danno lo stesso scandalo non parlando pubblicamente della questione e del pericolo di sacrilegio. Così vale anche la pena di rivisitare le parole del Catechismo della Chiesa cattolica sul male – e sul grave danno dello scandalo:

2284 Lo scandalo è l’atteggiamento o il comportamento che induce altri a compiere il male. Chi scandalizza si fa tentatore del suo prossimo. Attenta alla virtù e alla rettitudine; può trascinare il proprio fratello alla morte spirituale. Lo scandalo costituisce una colpa grave se chi lo provoca con azione o omissione induce deliberatamente altri in una grave mancanza.

2286 Lo scandalo può essere provocato dalla legge o dalle istituzioni, dalla moda o dall’opinione pubblica. Così, si rendono colpevoli di scandalo coloro che promuovono leggi o strutture sociali che portano alla degradazione dei costumi e alla corruzione della vita religiosa, o a « condizioni sociali che, volutamente o no, rendono ardua o praticamente impossibile una condotta di vita cristiana, conformata ai precetti del Sommo Legislatore ». La stessa cosa vale per i capi di imprese i quali danno regolamenti che inducono alla frode, per i maestri che « esasperano » i loro allievi o per coloro che, manipolando l’opinione pubblica, la sviano dai valori morali.

Quei vescovi che indicano pubblicamente in anticipo che intraprenderanno il loro dialogo con il presidente eletto Joseph Biden e gli permetteranno di fare la Comunione, minano essenzialmente il lavoro della task force istituita nella riunione della conferenza episcopale di novembre per affrontare proprio questo e le questioni connesse. Questo dà scandalo ai loro fratelli vescovi e sacerdoti, e ai molti cattolici che fanno fatica a rimanere fedeli all’insegnamento della Chiesa. Danneggia la conferenza episcopale, il senso della collegialità e la fecondità del lavoro di advocacy della conferenza con l’amministrazione entrante.

Sembra che qui siano in gioco diversi principi critici:

Ogni vescovo locale è responsabile davanti a Dio della cura delle anime e dell’integrità dei sacramenti all’interno della Chiesa, in tutta la Chiesa, ma soprattutto nella sua diocesi locale.

Ogni vescovo locale ha anche l’obbligo di conformare la disciplina nella sua diocesi all’insegnamento cattolico e di rendere chiaro questo insegnamento alla gente della sua diocesi. Questo include l’insegnamento sull’importanza di ricevere degnamente la Comunione. 

Mentre ogni vescovo locale ha una certa libertà di determinare come applicare al meglio la disciplina dei sacramenti nella sua diocesi, guidato dalla prudenza, nessun vescovo può presumere di ignorare i principi morali e sacramentali di base.

Quando i vescovi annunciano pubblicamente la loro disponibilità a dare la Comunione al signor Biden, senza insegnare chiaramente la gravità del suo facilitare il male dell’aborto (e la sua approvazione dei rapporti omosessuali), fanno un serio disservizio ai loro fratelli vescovi e al loro popolo. Il motivo è ovvio. Con le sue azioni nel corso della sua vita pubblica, Biden ha dimostrato di non essere in piena comunione con la Chiesa cattolica. A suo onore, egli ha sostenuto molte cause e questioni che servono il bene comune. Tuttavia, molte delle sue azioni e delle sue parole hanno anche sostenuto o spianato la strada a gravi mali morali nella nostra vita pubblica che hanno portato alla distruzione di milioni di vite innocenti. Il signor Biden ha detto che continuerà a portare avanti queste stesse politiche come presidente, e quindi non dovrebbe ricevere la Santa Comunione. La sua intenzione dichiarata richiede una risposta forte e coerente da parte dei responsabili della Chiesa e dei fedeli.  

Questa non è una questione “politica”, e coloro che la descrivono come tale sono ignoranti o confondono intenzionalmente la questione. Si tratta di una questione di responsabilità unica dei vescovi di fronte al Signore per l’integrità dei sacramenti. Inoltre, c’è anche l’urgente questione della preoccupazione pastorale per la salvezza di un uomo. Come minimo, ogni vescovo ha il dovere di discutere privatamente queste questioni morali vitali e l’effetto distruttivo di ricevere la Comunione indegnamente con personalità pubbliche che agiscono in contrasto con l’insegnamento della Chiesa. La ricezione della Comunione non è un diritto, ma un dono e un privilegio; e a proposito di “diritti”, la comunità credente ha un diritto prioritario all’integrità del suo credo e della sua pratica.

Nell’anno a venire, moltissime persone osserveranno la leadership cattolica della nostra nazione. Saranno guidati, nel bene e nel male, dalla testimonianza dei vescovi americani.

 

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