Mons. Bux: “Cosa dobbiamo fare? Proclamare sempre la verità, perché ‘La verità vi farà liberi’”

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Mons. Bux: “Cosa dobbiamo fare? Proclamare sempre la verità, perché ‘La verità vi farà liberi’”

By |2018-12-06T13:01:03+00:00dicembre 6th, 2018|Categories: Chiesa|Tags: , , |0 Comments

Per lo spessore dei contenuti teologici e filosofici, offriamo alla riflessione dei lettori di questo blog la relazione tenuta da mons. Nicola Bux al convegno sul “cambiamento di paradigma” che si è tenuto a Roma il 29 novembre scorso. Nel corso del convegno è stato presentato il libro di José Antonio Ureta per i cinque anni di pontificato di Papa Francesco. Il libro è intitolato: “Il ‘cambio di paradigma’ di Papa Francesco. Continuità o rottura nella missione della Chiesa? Bilancio quinquennale del suo pontificato”. La relazione di mons. Bux prende spunto dai contenuti del libro di Ureta.

Del “cambiamento di paradigma” che nella Chiesa si starebbe realizzando con Amoris Laetitia abbiamo più volte parlato su questo blog (ad esempio qui, quiqui…). Di esso parlò per primo il card. Pietro Parolin, segretario di Stato Vaticano. In risposta, il card. Gerhard L. Müller, già Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, osservò: “La Chiesa cattolica non può avere ‘cambiamenti di paradigma’ nell’interpretazione del deposito della sua fede”.

Foto: mons. Nicola Bux e papa Benedetto XVI

Foto: mons. Nicola Bux e papa Benedetto XVI

 

di Nicola Bux

 

L’analisi accurata e la rigorosa e completa documentazione, fanno del saggio di José Antonio Ureta uno strumento prezioso per comprendere i primi cinque anni di papa Francesco. La chiave di comprensione offerta è il “cambio di paradigma” che “consiste soprattutto in un’inversione di fattori: la dottrina e la legge devono essere subordinate alla vita vissuta dell’uomo contemporaneo” (p.11). Un articolo di Stanislaw Grygiel (Il Timone,177, Ottobre 2018, p.I-III) e l’intervista recente di Gherard Müller vengono a confermare autorevolmente tale analisi.

Benedetto XVI non nascose che la Chiesa sta attraversando la crisi della fede: in che senso? È presa da un dilemma, tra la fede in Dio o quella nella praxis. Osserva Grygiel: “Alcuni teologi e pastori, accecati dall’efficacia delle scienze, trattano la teologia e la filosofia come se anch’esse fossero scienze. Sottomettono alla praxis pastorale il Logos, cercando furtivamente almeno di modificarlo, il che finisce con il trattarlo come se la Persona di Cristo fosse una delle opinioni e ipotesi che ieri erano in vigore, oggi invece non più.” E’ conseguenza della penetrazione nella Chiesa del principio marxista – “la praxis precede la verità e decide di essa” – che ha fatto da fondamento per i ragionamenti di tanti professori in America Latina. Si tratta di un “errore metafisico e antropologico” di cui non si sono accorti tanti studenti, sebbene conoscessero gli effetti nei paesi a regime comunista. Grygiel ne parlò con Karol Woityla che commentò: “Lo pagheranno caro, e noi purtroppo pagheremo con loro”. Queste parole si sono avverate. “Il marxismo si è insinuato nella mentalità degli intellettuali occidentali e di tanti uomini di Chiesa così da indurli nella loro prassi a modificare la dottrina della Chiesa, cioè la Persona di Cristo. La confusione che ne consegue costituisce il più grande pericolo per la Chiesa” (cfr K.Wojtyla, Segno di contraddizione, Esercizi spirituali a Paolo VI, 1976). L’antefatto è costituito dal processo di scristianizzazione dell’Occidente, descritto da Pio XII e riproposto nel saggio (p. 163).

Cosa dobbiamo fare? Proclamare sempre la verità, perché “La verità vi farà liberi”. Se non sei in grado, non devi mentire, che non significa tacere vilmente. Anche il silenzio è una testimonianza alla verità. Però, tacere quando si deve parlare e altrettanto vile menzogna, come lo è parlare quando si deve tacere (cfr Gregorio Magno, omelie sui vangeli 17,3;PL 76 1139). Giovanni Paolo II non adoperava mai parole di compromesso quando difendeva la verità della persona: non era peronista. Dunque, l’errore a cui stiamo assistendo nella Chiesa, permette di staccare l’uomo dalla verità e incatenarlo alla praxis, la quale decide come l’uomo e le cose debbano essere. Ogni praxis che produce la verità si riduce alla politica. Il cambio di paradigma di papa Francesco è questo. Infatti, Ureta documenta come, nel suo pensiero, la verità è una relazione, non è il criterio della relazione, è dunque – in senso pieno – relativa (p.110); così, l’ottica prevalente in cui egli si muove, è politica: si tratti di questioni politiche o ecclesiastiche, del Venezuela, dell’Ucraina o della Cina.

Invece Giovanni Paolo II – annota Grygiel – non ha mai fatto la politica: “Per lui essere sacerdote, vescovo e poi Pietro, significava incatenare ogni giorno la propria persona e quelle affidate al suo lavoro alla verità dell’uomo rivelata nella Persona di Cristo.” In tal modo “egli è stato uno dei più grandi politici cui sia stata data la capacità di cambiare il mondo”. Perché, “la verità antica e sempre nuova” è “che a dividere gli uomini non è la verità ma la menzogna […] Il timor Dei lo teneva al riparo dall’aggiungere (alla Parola del Maestro), qualcosa di sé. Cristo è da adorare non da modificare. Giovanni Paolo II non adeguava Cristo al mondo”. Le persone e le comunità – le famiglie, le nazioni e la Chiesa – “non sono da riformare. Queste realtà o rinascono o muoiono. Rinascono ritornando al Principio con cui Dio crea l’universo e l’uomo nella Parola che è suo Figlio”. Questo avviene con la conversione a questo primordiale atto di amore. Solo così si riapre il dialogo – parola altrimenti abusata, che porta a credere nella diplomazia, non nella fede – Ureta menziona il card. Zen (p.60) – un dialogo basato sulla compiacenza, sui compromessi e sulla doppiezza, come sull’islam (p.94) – il dialogo fra Cristo e il cuore dell’uomo, annichilito ma non distrutto. Questo avvia il processo della fede, intesa come immedesimazione nella presenza del Signore, sequela di Lui, esperienza viva del cambiamento dell’intelligenza e del cuore. Questa è la missione fondamentale della Chiesa –  ha scritto Giovanni Paolo II – la sua identità profonda: “di tutte le epoche e, in modo particolare, della nostra, è di dirigere lo sguardo dell’uomo, di indirizzare la coscienza e l’esperienza di tutta l’umanità verso il mistero di Cristo, di aiutare tutti gli uomini ad avere familiarità con la profondità della redenzione, che avviene in Cristo Gesù” (Redemptoris Missio, 10). Altrimenti la Chiesa, come un mero organismo umano, si riduce ad una azienda burocratica, e non attualizza la santificazione del mondo.

Jean Guitton ha ricordato il problema di ogni generazione cristiana: è la fede che giudica il mondo o il mondo che giudica la fede? Il discriminante dell’ortodossia e dell’eresia sta proprio qui. Il problema dell’eresia è nel prevalere di una concezione naturalistica o razionalistica e/o mondana sulla realtà di Cristo. La gnosi cioè, ovvero il modernismo: la madre di tutte le eresie (Cristo dilacerato. Crisi e Concili della Chiesa, Cantagalli 2002). Ureta si riallaccia al discorso di chiusura del Concilio di papa Paolo VI (p 166) che pure con Guitton conversava. Il suo dialogo col mondo moderno, in una prima fase appare venato da ottimismo romantico. Ma, forse, senza che egli lo volesse, anziché purificare i valori umanisti della Modernità con la fede cattolica, li ha portati alle loro ultime conseguenze, arrivando alla postmodernità, di cui è frutto il cambio di paradigma. Una nemesi storica, se si bada al giudizio del card. Martini sulla Chiesa rimasta indietro di 200 anni (p.170). Invece, l’ortodossia ripropone continuamente la capacità di giudizio della fede sul mondo; al contrario dell’eresia per la quale esiste una particolare situazione del mondo che ha il diritto di giudicare la fede. Fondiamo questo sull’affermazione di Gesù: “È per un giudizio che sono venuto nel mondo…” (Gv 9,39). Sulla fede in Cristo come giudizio non ci si pronuncia più: Egli è diventato solo lo spunto per parlare d’altro. Inoltre, il limite costituito dal peccato viene nascosto: papa Francesco ha affermato che l’inequità è la radice dei mali sociali (p.41).

Dentro la Chiesa, l’opposizione al mondo è considerato un fatto negativo, da superare in nome della tranquillità. Eppure, il cristiano è straniero nel mondo, e non può mai stare tranquillo, come concordavano Giovanni Paolo II e don Giussani. Altrimenti, che ne sarebbe della Chiesa, realtà sociale nuova in cui Cristo abita corporalmente?

Il “mutamento radicale di paradigma” (p.9) che fa sbandare tanti nella Chiesa odierna, è credere che l’urgenza sia portare nel mondo la giustizia per eliminare la povertà, o il commercio equo e solidale, o la fraternità, o mischiandosi con le situazioni estreme, migranti, omosessuali, divorziati, lotta per la legalità invece che per la riconciliazione; spesso non si sente pronunciare neanche una volta la parola “Gesù Cristo”, la Messa è ridotta a show televisivo con danze e applausi. Tutto questo mentre nel mondo è assente il riferimento a Dio, e il mondo diviene sempre più indifferente e nemico della Chiesa, della religione, della fede, di Dio.

Nel libro è riportato anche quanto dichiarato da Eugenio Scalfari in una delle interviste con papa Francesco: “La spinta che [Francesco] sta dando all’ ‘Ecclesia’ avrà profondamente cambiato il concetto di religione e di divinità e questo resterà un cambiamento culturale difficilmente modificabile” (p.177). Che dire? Se si realizzasse questo, le conseguenze sarebbero catastrofiche. Già oggi, la spinta missionaria è diminuita, segno di una crisi di fede. Tuttavia, nell’Evangelii Gaudium, papa Francesco afferma che la missione e l’annuncio sono il “paradigma” di ogni opera di Chiesa (cfr n 15); quindi, si dedurrebbe che non esiste un “nuovo paradigma” che marchi la rottura, ma sempre lo stesso che indica la continuità. Invece, in modo “peronista” – dicono a Buenos Aires – egli ha affermato che non esiste un Dio cattolico e che il proselitismo è una solenne sciocchezza (p 99); non convertire, ma servire, camminare insieme…

Ricordiamo quanto afferma Giovanni Paolo II: “L’unità della Chiesa è ferita non solo dai cristiani che rifiutano o stravolgono le verità della fede, ma anche da quelli che misconoscono gli obblighi morali a cui li chiama il Vangelo” (Veritatis Splendor 26).

Sebbene il papa possieda la plenitudo potestatis, neppure lui può dispensare dai decreti positivi della legge umana. Non possono esistere cose come un omicidio legittimo, un santo adulterio, un furto consentito o una pia menzogna. Nemmeno una intenzione buona è in grado di tirar fuori un’opera buona da un’azione cattiva. Qualcosa di cattivo non può diventare buono grazie ad una buona intenzione o a dei buoni mezzi. Non dovremmo mai opporre la fede alla ragione né recidere il legame tra la dottrina e la vita. La pastorale non può essere in nessun caso sganciata dalla teologia dogmatica. “Richiamare la connessione della fede con la verità è oggi più che mai necessario, proprio per la crisi di verità in cui viviamo” (Lumen Fidei, 25). Seguiamo Tommaso che possedette al massimo grado il coraggio della verità (cfr Fides et ratio 57-59).

In conclusione, dinanzi a questo ‘cambio di paradigma’, se la vocazione specifica dei laici è ancora la consecratio mundi dobbiamo domandarci – osserva Ureta – se è obbligatorio per un cattolico accompagnare questo indirizzo o se, al contrario, è lecito resistere (p. 186). Müller nella recente intervista tradotta da LifeSiteNews:

https://www.sabinopaciolla.com/card-muller-ecco-un-chiaro-esempio-della-presenza-dellateismo-nel-cristianesimo/: “Caterina da Siena si appellò candidamente e senza sosta alle coscienze di papi e vescovi, ma non li sostituì nelle loro posizioni.”

Dinanzi a un positivismo magisteriale simile al positivismo giuridico…gli antichi ribelli si sono trasformati in corifei del magistero papale (p.188): ma lo Spirito Santo non è stato promesso ai successori di Pietro per rivelare una nuova dottrina, ma per custodire il deposito della fede (p 194). “La sua autorità si estende sulla Fede rivelata della Chiesa cattolica e non sulle opinioni teologiche individuali di se stesso o dei suoi consiglieri”: così il card. Mueller nella recente intervista.  

Allora, ci sono occasioni in cui è legittimo sospendere prudenzialmente l’assenso (p.196-197) (v.Gherardini p 198 e p 199 n.27 e p 201 n 32). Quando viene resa vana la Croce di Cristo, per non perdere la fede (p 206), come comportarsi: praticare l’obiezione di coscienza e “la fedeltà al papa nonostante il papa” (p.64). Ricordando con Müller: “Il Magistero dei vescovi e del Papa si trova sotto la Parola di Dio nella Sacra Scrittura e nella Tradizione e la serve. Non è affatto cattolico dire che il Papa come persona individuale riceva direttamente dallo Spirito Santo la Rivelazione e che ora può interpretarla secondo i suoi capricci mentre tutti gli altri devono seguirlo ciecamente e rimanere muti. Amoris Laetitia deve essere assolutamente conforme alla Rivelazione, e non siamo noi che dobbiamo essere in accordo con Amoris Laetitia, almeno non nell’interpretazione che contraddice, in modo eretico, la Parola di Dio. E sarebbe un abuso di potere sottoporre ad azioni disciplinari coloro che insistono su un’interpretazione ortodossa di questa enciclica e di tutti i documenti magisteriali papali. Solo colui che è in stato di grazia può anche ricevere fruttuosamente la santa comunione. Questa verità rivelata non può essere rovesciata da alcun potere nel mondo, e nessun cattolico può mai credere il contrario o essere costretto ad accettare il contrario.”

Dunque, l’evoluzione nella comprensione che la Chiesa ha del Vangelo nel corso dei secoli non è una questione di cambiamento di paradigma ma di sviluppo della dottrina, organico e in continuità con la fede (p.114). Impressionante quanto dichiarato da Mueller:L’ideologia LGBT si basa su una falsa antropologia che nega Dio come Creatore. Poiché è in linea di principio atea o forse ha a che fare solo con una concezione cristiana di Dio ai margini, non ha posto nei documenti della Chiesa. Questo è un esempio che l’influenza strisciante dell’ateismo nella Chiesa è stata responsabile della crisi della Chiesa per mezzo secolo. Purtroppo non smette di lavorare nella mente di alcuni pastori che, credendo ingenuamente di essere moderni, non si rendono conto del veleno che ogni giorno bevono e che poi offrono ad altri di bere. Ed anche: “Se questo sacerdote (ndr.il gesuita tedesco ricollocato ad insegnare) chiama la benedizione delle relazioni omosessuali frutto di un ulteriore sviluppo della dottrina, per la quale continua a lavorare, non è altro che la presenza dell’ateismo nel cristianesimo. Non nega teoricamente l’esistenza di Dio, ma, piuttosto, lo nega come fonte della morale, presentando ciò che è davanti a Dio un peccato come una benedizione.”

Se il ‘cambio di paradigma’ implica questa rottura, per Ureta bisogna interrompere la convivenza ecclesiastica con questi pastori (p.207).

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