Di seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori di questo blog l’articolo scritto da mons. Héctor Aguer, Arcivescovo emerito di La Plata, e pubblicato su Lifesitenews. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella mia traduzione. 

 

Arcivescovo Hector Aguer
Arcivescovo Hector Aguer

 

Sinodo è la traduzione esatta del sostantivo greco synodos. È interessante raccogliere gli elementi da cui è formata la parola: syn, come avverbio, significa “tutto, tutti insieme, allo stesso tempo”, e come preposizione può essere tradotto “con, per mezzo di”. Il sostantivo synodos indica riunione, assemblea e anche compagni di viaggio. Il syn si compone con hodos, che significa “via, percorso, guida” (è femminile in greco); da qui si forma anche méthodos, ovvero metodo.

Storicamente, nell’antichità cristiana, si chiamava sinodo la convocazione e la riunione dei vescovi, secondo le province ecclesiastiche, ciascuna presieduta dal metropolita, che si riunivano in assemblea per discutere questioni della massima importanza, definire le dottrine, condannare e confutare le eresie, constatando l’assortimento di questi errori, in contraddizione con la Didachè, la cui origine è apostolica. Due le caratteristiche principali da tenere presenti: i protagonisti sono sempre vescovi, successori degli apostoli di Gesù, e la durata è fissa nel tempo, non eccessivamente lunga.

Il nome sinodo è stato usato per indicare solo le riunioni designate, cioè un uso esclusivamente teologico, ecclesiastico. La storia della Chiesa offre numerose testimonianze dell’interscambio tra sinodo e concilio, quest’ultimo nome derivante dal latino, come vedremo in seguito.

Aristotele affermava giustamente che la strada, in quanto movimento, si identifica con il fine; la meta è ciò che ci permette di riconoscere la strada che porta ad essa, identificandola per dove conduce. Per fare un esempio banale, se si vuole andare a Mar del Plata, non si prenderà la strada che porta a Cordoba.

Concilium è una voce squisitamente ciceroniana. Secondo Cicerone, la natura ci “concilia”, ci unisce innanzitutto agli dei, ai padri e alla patria. Concilium equivale a giunta, o congresso. La storia ha riservato a concilium il significato di convocazione universale della Chiesa; i sinodi sono invece riunioni parziali, di un paese, di una regione, di un gruppo di nazioni. Concilio e sinodo sono sinonimi. Il riferimento a Dio e ai Padri biblici – cioè alla Tradizione – identifica la Chiesa e i suoi concili. Sinodo o synhodos, trascrizione latina del sostantivo greco, è di uso classico e si trova anche negli scritti dei Santi Padri dell’Occidente.

Il riferimento linguistico su cui mi sono soffermato non è ozioso; ci avvicina alla natura delle realtà a cui ci si rivolge. Il nome è la cosa.

Il recente sinodo proposto da Roma ha caratteristiche nuove e insolite. È in corso da due anni, con una consultazione estesa, attraverso le diocesi, a tutta la Chiesa. Il tutto è un’esagerazione, impossibile da realizzare; la presunta democrazia nasconde la realtà: i risultati saranno decisi dal Pontefice, ed è difficile che egli rinunci alla gestione volontaria degli orientamenti che vuole.

A questo punto del pontificato di Francesco, si sa già quali inclinazioni e tendenze si registreranno nel sinodo. Che sembri una democrazia; decido io, chi può essere ingannato? Il tempo sinodale è di diversi anni. Un’altra novità è la partecipazione dei laici e, secondo la “prospettiva di genere”, anche delle donne. È la prima volta che ciò accade; i vescovi non sono gli unici partecipanti.

C’è da temere che questo Sinodo universale subisca il contagio della via sinodale tedesca, che sa di eresia. Roma tace, si può sospettare che il silenzio sia il suo accordo. Il sinodo tedesco è ossessionato da due questioni principali: la comunione dei divorziati che hanno contratto una seconda unione e la richiesta di un maggiore inserimento degli omosessuali nella comunione ecclesiale. Non mi riferisco qui ai molti ecclesiastici che sono omosessuali. Inoltre – e questa è già una questione storica – l’opposizione all’enciclica Humanae vitae di Papa Paolo VI. Come ricorda il quotidiano La Prensa di Buenos Aires, “Francesco ha fatto della crisi climatica uno dei pilastri fondamentali della sua leadership decennale”. È molto probabile che anche il Sinodo in corso riprenda questo tema e insista su di esso.

Preoccupano alcuni segnali di benevolenza di Roma nei confronti dell’Agenda 2030 dell’ONU. Al contrario, la Chiesa dovrebbe annunciare profeticamente l’opposizione di questo programma all’antropologia cristiana e all’ordine naturale. Mi soffermo su questo tema, che è della massima importanza. L’Agenda 2030 è un progetto globalista delle Nazioni Unite e delle agenzie associate, che fa pressione sugli Stati affinché adottino politiche abortiste e una “educazione sessuale completa”. Gli obiettivi di questa agenda sono legati alla “prospettiva di genere”; in realtà, si tratta di un’ideologia, che è il fondamento educativo per eccellenza.

C’è una vera e propria ossessione ad adottare la questione sessuale come base di tutte le discussioni, che si ripercuote sulla politica demografica, come si è visto alla Conferenza internazionale sulla popolazione e lo sviluppo (Bucarest, 1974). Nell’edizione del 1994 della stessa conferenza, convocata al Cairo, in Egitto, è stato chiesto agli Stati di approvare l’aborto legale e misure educative per ridurre il tasso di natalità. In realtà, la richiesta divenne difficile da contrastare.

Il filosofo argentino Agustín Laje Arrigoni, nel suo libro “Generazione idiota: Una critica dell’adolescentismo”, afferma che “l’ideologia del gender è diventata così un dogma scolastico”. L’autore descrive come, contro la volontà delle famiglie e violando i loro diritti, credenze e valori, i bambini vengano indottrinati in nome di un’educazione sessuale completa. I fatti sono indecorosi, ripugnanti. Copio dalle pagine 217-218 del libro citato:

Insegnanti ben addestrati dallo Stato sono ossessionati dall’insegnare loro a masturbarsi, a usare giocattoli sessuali, a vestirsi da drag queen, a fare sesso orale, a prepararsi al rapporto anale, a credere che l’identità sessuale sia un concetto aperto a infinite possibilità, a ricorrere all’aborto in modi diversi se lo desiderano, ad accedere a bloccanti ormonali e ormoni sintetici se vogliono cambiare sesso. Mentre si parla loro dei diritti delle donne e si fa loro una lezione contro il patriarcato oppressivo, si insiste sul fatto che la biologia non determina in alcun modo la loro identità.

Organizzazioni internazionali come l’UNESCO producono manuali da imporre agli Stati.

Il Papa e il Sinodo dovrebbero denunciare profeticamente gli eccessi dell’Agenda 2030. La loro reazione sarebbe una vera profezia e l’esercizio apostolico della vigilanza e del riconoscimento del male che si nasconde nell’agenda globalista. C’è qualcosa di ancora più elementare: scartare il concetto di peccato, che sarebbe un attacco alla bontà di Dio e alla dignità dell’uomo creato a sua immagine. Dove porta il cammino sinodale? Porta all’approvazione implicita del peccato e alla viziosa tolleranza che lo accompagna. Il Catechismo della Chiesa Cattolica è molto chiaro sulle deviazioni che minacciano l’ordine della verità e del bene. Il mondo ha bisogno che l’Ufficio Apostolico sia esercitato con sollecitudine: la meta non deve essere confusa, il cammino non deve essere sbagliato.

C’è un’altra interpretazione, che riconosce nell’errore di percorso una componente di ordine preternaturale: l’agguato del nemico di Dio, della Chiesa, dell’uomo. È opportuno ricordare il discernimento a cui Paolo VI giunse inaspettatamente in mezzo al caos degli anni Settanta: “Attraverso qualche fessura il fumo di Satana si è infiltrato nella Chiesa di oggi”. Escludo ogni millenarismo; la fine si avvicina analogicamente in vari momenti storici della vita della Chiesa.

Le apparizioni mariane del secolo scorso mettono in guardia dalla somministrazione velenosa del male, del peccato che rovina l’opera di Dio. Anche la testimonianza dei santi ci permette di riconoscere questa velenosa amministrazione del male. Non siamo noi che ci avviciniamo alla fine della storia, è la storia che si avvicina a noi, e così si realizza il principio secondo cui motus in fine velocior (il movimento è più veloce verso la fine) ci assicura che il movimento accelera alla fine.

Il progressismo dell’attuale pontificato riappare in mezzo alle rovine che ha prodotto, e quindi dispiega le sue ultime risorse. È in questa prospettiva che possiamo interpretare la vita della Chiesa, nella quale si manifesta anche la provvidenza di Dio. Restiamo umili davanti al mistero degli insondabili disegni del Signore della storia.

+ Héctor Aguer

Arcivescovo emerito di La Plata.

Buenos Aires, 21 settembre 2023.

Festa di San Matteo, Apostolo ed Evangelista

 



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