Ricevo da un lettore e volentieri pubblico. Qui un suo precedente scritto. 

 

Papa Francesco - Vatican Press
Papa Francesco – Vatican Press

 

Papa Francesco ha in più occasioni individuato, nella non condanna dell’adultera (Gv 8,1-11), una “deroga salvifica”: in modo esplicito e autografo nel suo libro dal titolo “La felicità in questa vita. Una meditazione appassionata sull’esistenza terrena” (ISBN-13978-8856659979 Editore Piemme 26 settembre 2017), nel quale (capitolo “dagli errori al perdono”) è riportato il seguente stralcio della sua omelia del 7 aprile 2014 a Santa Marta.

 

 

Dove, ovviamente, “le stelle” rappresentano i peccati e “il sole del mattino” rappresenta la Misericordia.

Nel brano evangelico non viene espresso un pentimento dell’adultera e, infatti, anche il Papa ammette che il suo peccato non viene perdonato da Gesù («è il perdono di Dio che lo cancella»): dunque: il papa afferma chiaramente che non ci sia stata una volontà di Gesù/Dio che abbia cancellato il peccato («non con un decreto»), eppure il papa afferma che ci sia stata un’altra forma di salvezza, che lui riconduce alla Misericordia («perdonarci accarezzandoci»).

Per qualcuno che avesse dei dubbi sulla suesposta analisi, ricordo una chiara e ricorrente allusione di papa Francesco alla salvezza eterna di Giuda:

(Tv 2000:  https://www.youtube.com/watch?v=X_eJO34gntw )

«I medievali facevano catechesi con le sculture delle cattedrali. Una parte del capitello è Giuda impiccato con la lingua e gli occhi di fuori, e dall’altra parte c’è Gesù, il Buon Pastore che lo prende e lo porta con sé. E se guardiamo bene la faccia di Gesù, le labbra sono tristi da una parte, ma con un piccolo sorriso di complicità nell’altraQuesti avevano capito cos’è la misericordia. Con Giuda eh?»

In realtà non è “il buon pastore” a portare Giuda bensì un becchino nauseato ma bisogna tener presente che papa Francesco ricorda di tenere dietro la scrivania nel suo studio personale una rappresentazione di quel capitello, nonostante le parole di Gesù: «Guai a quell’uomo per mezzo del quale il Figlio dell’uomo è tradito! Sarebbe stato meglio per lui di non essere mai nato».

Ritornando all’analisi della omelia sopra riportata, papa Francesco riconosce l’esistenza di “regole di giustizia” («non cancella il peccato») ma contestualmente ostenta delle “deroghe” che Dio non possa fare a meno di concederci («perché è coinvolto nel perdono»): non rivelandoci però i dettagli del suo pensiero su quest’ultima dinamica, che possiamo finora solo immaginare.

Il seguente e recente episodio ci è utile per comprendere l’errore teologico che ha condotto gran parte della Chiesa verso l’interpretazione sopra esposta.

Il gesuita Antonio Spadaro lascia la direzione della prestigiosa rivista La Civiltà Cattolica,  perché viene nominato da Papa Francesco sotto-segretario eletto del Dicastero per la cultura e l’educazione (14/09/2023) e questo appena dopo aver pubblicato (il 20/08/2023 su Il Fatto Quotidiano”) un commento su Matteo 15,21-28, che prima del Concilio Vaticano II sarebbe stato considerato una blasfemia:

«… “Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri”. E da quell’istante sua figlia fu guarita. E anche Gesù appare guarito, e alla fine si mostra libero, dalla rigidità dagli elementi teologici, politici e culturali dominanti del suo tempo. …»

Risulta verosimile che Spadaro, nella imminenza dei lavori del Sinodo, abbia voluto attualizzare questa sua interpretazione: quale invito ad essere possibilisti rispetto a delle imminenti “deroghe salvifiche”, risulta invece evidente che la sua “promozione” ci rivela la piena approvazione del Papa di tali sue esternazioni appena pubblicate.

Dunque, Spadaro ribadisce l’esistenza di “regole” ma anche la possibilità che possano essere “misericordiosamente superate” mediante delle “deroghe”.

É vero che ogni “deroga salvifica” risulterebbe compatibile con l’amore di Dio, ma la stessa deve necessariamente anche risultare compatibile con il Regno eterno, nel quale tutte le volontà devono rendersi subordinate all’amore onnipotente di Dio e, quindi, di Gesù (venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra). Dunque, una “misericordia erga omnes” lascerebbe gli impenitenti esclusi dal Regno di Dio ma nemmeno condannati per l’eternità: la qualcosa è un assurdo perché l’uomo trova soddisfazione piena solo in comunione con Dio e, quindi, senza tale comunione resterebbe nella sofferenza per l’eternità, ossia nell’Inferno. Per questo non possono ottenere la salvezza eterna coloro che non si sforzano nell’emendarsi dal peccato: perché risultano ribelli alla volontà di Dio e quindi incompatibili con il Regno eterno (preparato per voi fin dalla creazione del mondo).

Il titolo del libro di papa Francesco che contiene il ritaglio di cui sopra “La felicità in questa vita. Una meditazione appassionata sull’esistenza terrena” sintetizza le priorità dell’attuale Magistero: il quale, non avvertendo purtroppo il pericolo che le anime possano finire all’inferno, dando per scontata la salvezza di tutti, converge la sua attenzione verso un mondo terreno più pacifico, più salutare, più rispettoso dei diritti, accondiscendente verso gli impenitenti, fino a ritenere «voluta da Dio la pluralità delle religioni» (Documento fratellanza umana- Emirati Arabi Uniti 2019).

Bisogna dunque chiederci se il Signore possa permettere tale scempio di anime, ma le Scritture ci rivelano che l’apertura del Sesto Sigillo, finora misericordiosamente procrastinata, rimedierà alla deriva e aprirà il promesso tempo di pace.

Gennaro Pacca

 

Appendice: IPOTESI SULLE ORIGINI TEOLOGICHE DELLA DERIVA

Nell’intento di trovare le origini della concezione di una “deroga salvifica erga omnes”, dobbiamo ammettere una sua analogia con il concetto agostiniano/tomista che vede l’incarnazione del Figlio quale conseguenza del peccato: nel senso che Dio abbia prima posto delle regole iniziali e, solo in ragione del peccato, ha poi voluto l’incarnazione del Figlio. Confesso che già dalla prima volta che sentii questa dinamica ebbi repulsione ad accettarla, perché mi risultava e mi risulta in contraddizione con la perfezione dell’amore di Dio. La perfezione rappresenta la massima espressione di una potenzialità e, dunque, la perfezione dell’amore di Dio lo avrebbe dovuto indurre, a prescindere dal peccato, alla incarnazione del Figlio «perché diventassimo partecipi della natura divina» (2aPietro 1,4): quale massimo dono da noi conosciuto. Invece, secondo tale tesi, Dio lo avrebbe fatto solo in conseguenza della colpa. Già la scuola teologica ispirata da san Francesco contrapponeva una incarnazione del Figlio a prescindere dal peccato (“Dio ha creato l’umanità per dare a Cristo molti fratelli”). L’incarnazione del Figlio come conseguenza della colpa forma nel credente l’immagine di un Creatore che vorrebbe limitare il suo coinvolgimento ma che, condizionato da una “sopravvenuta” Misericordia, si barcamenerebbe tra regole e concessioni alla “meno peggio”. Dalla quale immagine scaturisce, dunque, una responsabilità dello stesso Creatore, il quale sarebbe per questo “obbligato” a perdonare. L’incarnazione del Figlio a prescindere dal peccato, quale conseguenza della sola generazione eterna, forma invece nel credente l’immagine di un Creatore che ha un progetto irrevocabile che, nonostante le innumerevoli defezioni creaturali, porta e porterà a termine, lasciando quale ultima opzione la manifestazione della Sua potenza, come ci racconta l’Antico Testamento e l’Apocalisse.

Sant’Agostino e poi san Tommaso non hanno considerato che l’amore fosse connaturato in Dio, nonostante san Giovanni dice «Dio è amore», ma che l’amore sia stato una conseguenza della generazione del Figlio, quale frutto della interrelazione tra Padre e Figlio: già sant’Agostino, infatti, teorizzò una generazione del Figlio “per intelligenza” e non per amore, come invece affermava Riccardo da San Vittore, indicato da Dante tra i tre più eccelsi teologi. Il filo logico dell’amore onnipotente conduce dalla generazione del Figlio per amore, ad una creazione come dono al Figlio e, quindi, alla realizzazione definitiva del Regno eterno del Figlio di Dio e figlio dell’uomo su una umanità eternamente compiacente.

Gennaro Pacca

Napoli, 31 ottobre 2023                                                 

 


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