minion
Minion

 

 

di Mattia Spanò

 

Tutti conoscono i Minions. Sono quei pupazzetti gialli – identici nella forma all’ovulo della sorpresa negli ovetti Kinder – vestiti di jeans come Cipputi. 

Sono tutti pressoché identici, ad eccezione per qualche particolare: uno è leggermente più allungato, un altro ha un occhio solo, un terzo è più basso e grassoccio.

Parlano una specie di esperanto, un misto di “banana”, “papaya”, spagnolo, italiano, indiano, francese. Il loro vocabolario è composto in massima parte da parole che indicano cibo. Non si capiscono nemmeno fra di loro. I Minions sono ebeti. Molto, molto ebeti. Fortunati, positivi, spudoratamente allegri e ilari, ma ebeti. Fraintendono, o meglio capovolgono il significato di ogni situazione.

Oltre alla tuta da Cipputi, indossano occhialoni da saldatore trasparenti e guanti neri anti taglio e anti acido. Ne deduciamo che fanno lavori umili e pesanti, come i minatori. Però non lavorano.

Nascono come comprimari nella fortunata serie Cattivissimo Me. Successo enorme di pubblico,  si sono ritagliati due spin-off dedicati a loro e uno sterminio di gadget: portachiavi, usb drive, cuscini, tazze, zaini. È il marketing. Uno ha studiato almeno Philip Kotler, oppure marketing significa “oggetti che non ti servono a nulla ma sono carini quindi li strapaghi”.

Nella vita i Minions hanno un unico scopo: servire il cattivo più cattivo che esista. In effetti “minion” significa servo nel senso di guappo, scagnozzo. Dal tirannosauro che scivola nella caldera del vulcano al faraone al quale rovesciano una piramide in testa a Gru (il protagonista di Cattivissimo Me), passano per un’infinita di padroni.

Alcuni di questi, anzi la maggior parte, li uccidono per idiozia. Piangono disperati qualche secondo, dimenticano e si gettano alla caccia di un nuovo cattivo cui essere devoti. Tutto e tutti evolvono, loro sono sempre uguali a se stessi.

Spasimano per il cattivo più crudele, lo acclamano con entusiasmo sfrenato, ne vengono puntualmente sfruttati con sommo compiacimento da parte loro e al tempo stesso compiono crimini e disastri incredibili nel suo nome e per suo ordine. Se restano senza padrone, cadono in uno stato di depressione maggiore che li porta sull’orlo dell’estinzione. 

A parte i tre che conosciamo per nome – sono anche quelli più riconoscibili – Kevin, Stewart e Bob, sono quasi del tutto privi di personalità, o meglio hanno una personalità massiva: i Minions funzionano, drammaturgicamente parlando, perché sono molti. Isolati, perdono verve e appaiono per ciò che sono: insulsi e ripetitivi.

Sciamano a caso, senza direzione, frenetici. Sempre col sorriso ottimista dell’idiota che non decodifica la realtà circostante stampato sul faccione giallo, strillano come ossessi quando sono in difficoltà o hanno paura, e in genere hanno reazioni ampiamente esagerate. Amano cantare.

I Minions non hanno patria. Casa loro è accanto al delinquente di turno, al suo servizio. Non possiedono beni di rilievo, a parte varie suppellettili che si procurano a caso e che dismettono con uguale superficialità. Sono generosi col cattivo di turno e solo con lui, ed impermeabili a tutto il resto e tutti gli altri. Sono legati alla contingenza del momento, radicalmente privi di memoria, assorbiti nel presente.

La loro psiche è di una piattezza sconcertante. Se qualcuno di loro si fa male, sghignazzano sguaiati. Non provano affetto l’un l’altro, né sentimenti raffinati: il loro destino, la solidarietà che li affratella, è legato alle varie missioni che il padrone assegna. In relazione a queste, provano paura, solidarietà, esaltazione. Imitano sentimenti ed emozioni che vedono intorno senza averne di propri.

La loro forma a capsula li rende resilienti, adattivi, rotolanti. In realtà sono profondamente superflui, e anche vili e incapaci. Delle maschere simpatiche e al tempo stesso crudeli. Sono tutti maschi. Non hanno figli – non esistono Minions bambini, o vivono nascosti con le femmine. Sono un popolino di fratelli senza padri né madri.

Spuntano dal brodo primordiale, non nascono e non muoiono e pertanto sono privi di spirito – per esistere, lo spirito deve entrare e poi separarsi dalla materia. Non sappiamo con certezza nemmeno se sono esseri senzienti o animali.

I Minions sono, in filigrana, delle figure astutamente tragiche. L’astuzia sta nel rendere la loro stratosferica abiezione morale, la loro sciocca ricerca dell’insignificanza, l’amoralità ridanciana che li accompagna qualcosa di piacevole, desiderabile, simpatico.

L’altro giorno, guardandoli con mio figlio, mi sono tristemente balenati in mente gli italiani di oggi. Anzi: gli Italions. Il migliore di noi, dopo aver atterrato e umiliato il paese, dopo settimane di inni alla guerra – non si sa nel caso combattuta da chi, come né con cosa – pone un dilemma morale di notevole respiro: scegliere fra la pace e un Pinguino De Longhi.

Mi riesce alquanto difficile immaginare un pensiero più iniquo, perfido e al tempo stesso vuoto. Mi consolo pensando che almeno abbiamo trovato il nostro Cattivissimo Lui.

 


 

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