“È ormai chiara la tendenza a sciogliere ogni riflessione, ogni posizione in uno schieramento: o ti vaccini o sei no vax e no green pass, o metti la bandiera ucraina alla finestra o sei putiniano, o sei un militante Lgbtq+ o sei omofobo. Anche se sei omosessuale. Basti ricordare cos’è successo a Mauro Coruzzi, in arte Platinette, quando osò criticare il Ddl Zan, definendolo una “puttanata colossale”. Apriti cielo, spalancati terra.”

 

Fabrizio Marrazzo segretario del Partito Gay
Fabrizio Marrazzo segretario del Partito Gay

 

 

di Mattia Spanò

 

È sin troppo facile rimarcare il fatto che i diritti ormai siano appannaggio delle “minoranze”. Queste “minoranze” esprimono spesso delle “devianze” (per citare il loro fan numero uno, Enrico Letta).

Una devianza, in statistica, è lo scostamento dalla distribuzione normale: gli scoiattoli in genere mangiano ghiande, se qualche scoiattolo mangia filetto alla Wellington affari suoi, si segnala la cosa e finis. Nemmeno in psichiatria il concetto di devianza ha la benché minima connotazione morale.

Dal momento che però viviamo nell’epoca trionfante dei farmaci altruisti e solidali, delle mascherine che non proteggono noi ma gli altri da noi, allora anche le “minoranze” sono portatrici di un’etica più sostenibile, equa, solidale e inclusiva, da cui discendono diritti a pioggia.

Meglio ancora, grandinano divieti, perché quando i diritti cominciano a cozzare fra di loro occorre giocoforza obbligare la maggioranza a sottostare ai diktat di minoranze agguerrite. Questo perché una “maggioranza normale” non presenta punti di frizione: essa appare uniforme, passiva, levigata dalla consuetudine. È l’eccezione dirompente che crea lo spazio per l’agire politico e culturale.

Tornando un attimo alle mascherine: attendo sempre che qualcuno mi dimostri come un dispositivo che non protegge me possa proteggere un mio simile da me, da un gatto o da un tir. Un tipo di cortocircuito, o fallacia logica, che veste perfettamente anche il tema dei diritti così come comunemente sentito: sono anch’essi, in qualche misura, una maschera messa alla barbarie dell’essere ciò che si è.

E invece. Hai l’alluce valgo, soffri di meteorismo o sei un ciccione sfatto? Sei “speciale”, vai protetto come un panda. Basta ottenere un briciolo di visibilità nell’agorà mediatica che ti qualifichi come “discriminato” – negli USA ormai è discriminatorio anche essere belli – e il gioco è fatto. Sostenibilità e (è) resilienza: la capacità di incassare queste cannonate all’intelligenza e l’ordine naturale delle cose.

C’è un “di più” nell’essere minoranza che però è precluso a chi non appartiene alla categoria: si suppone che i normali – per semplicità,  tutti coloro che non sono ascrivibili a una “specialità” qualsiasi – godano di diritti inalienabili. Abbiamo visto e soprattutto esperito quanto questo sia vero nell’età dell’oro del green pass, di cui l’italiano più illustre dal Paleozoico ad oggi si è fatto alfiere.

L’italiano normale, medio, banale non gode di questi “nuovi diritti” perché non può – o sei negroide o non lo sei, o sei un pederasta o non lo sei, o sei nano o non lo sei. Di per sé, basterebbe questo a decretare la morte del diritto, la cui funzione principale è garantirti il minimo di tutela necessaria ad un essere umano per campare dignitosamente. Non in quanto gay, focomelico, negro, donna o shintoista, ma in quanto uomo. O uom*, o uomə, fate voi.

Dell’altro ieri una dichiarazione del segretario del partito gay, Fabrizio Marrazzo, che dice: “Ci sono almeno cinque parlamentari Lgbtq+ in FdI, tanti anche nel centrodestra. Devono dichiararsi. L’11 ottobre facciano coming out”.

Dice proprio così, Marrazzo: parlamentari Lgbtq+. Non omosessuali, ma militanti politici. Quinte colonne di una fantomatica fazione, o fronda, Lgbtq+. Compagni e compagne che hanno tradito. Che a questo punto non è più un movimento per i diritti di una minoranza ma una teoria politica. Coi suoi bei traditori, dissidenti, voltagabbana da mettere alla gogna.

Marrazzo, come del resto i sostenitori e le sostenitrici delle quote rosa, si guarda bene dallo spiegare in cosa l’essere omosessuale (o donna, o nero, o privo di un rene) dovrebbe certificare capacità o demeriti sul piano politico. E dunque per quale ragione un omosessuale non dovrebbe militare ed essere eletto in certi partiti.

Non gli interessa: denuncia apertamente degli infiltrati – secondo lui – nelle file del partito uscito vittorioso dalle ultime elezioni. Persone che dovrebbero ontologicamente abbracciare l’agenda politica di Marrazzo, viene il sospetto, e invece hanno altre opinioni politiche a giudizio di Marrazzo incompatibili con una certa parte politica.

L’aspetto insidioso non riguarda tanto la tendenza sessuale, ma il fatto che se uno o una sono “speciali”, titolari cioè di un surplus di diritti che possono esercitare o meno, abbiano l’obbligo di farlo. Diciamola tutta: alle porte del 2023, dei coming out di Tizio o Caia non frega più niente a nessuno. Posto che sia mai stato interessante, a parte per il circo mediatico abituato a definire “eroe” un operatore ecologico che soccorre un cane.

Ciò significa che un eletto omosessuale non solo dovrebbe dichiararlo, ma dovrebbe ipso facto – secondo Marrazzo il quale, ripeto, non fa alcun riferimento alla tendenza sessuale ma alla militanza Lgbtq+ – aderire ad un preciso codice ideale.

È ormai chiara la tendenza a sciogliere ogni riflessione, ogni posizione in uno schieramento: o ti vaccini o sei no vax e no green pass, o metti la bandiera ucraina alla finestra o sei putiniano, o sei un militante Lgbtq+ o sei omofobo. Anche se sei omosessuale. Basti ricordare cos’è successo a Mauro Coruzzi, in arte Platinette, quando osò criticare il Ddl Zan, definendolo una “puttanata colossale”. Apriti cielo, spalancati terra.

Scanso equivoci, il giochino di Marrazzo è vecchio come il mondo: occupa uno spazio con una polemica strumentale pro domo sua, per ritagliarsi un quarto d’ora di gloria catodica. E sin qui, nulla di male: così fan tutti. In altre parole, Marrazzo non è, con ragionevole certezza, un cripto-squadrista né un violento antidemocratico, ma un semplice cavaliere di tigri come ce ne sono tanti.

Il problema di queste affermazioni raccogliticce e piatte è che alla lunga abituano e legittimano le masse all’uso di simili scorciatoie. E che lentamente il pensiero unico diventi unico perdendo il pensiero. Tutto allora diventerà obbligo, la libertà un fardello insopportabile anche e soprattutto per le minoranze. Ognuno di noi è una piccola minoranza. Al di là di tutto, il dato di fatto è che non si può più essere discriminati in santa pace.

 


 

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