“Oggi è vicino all’indole ‘indiana’ chi rifiuta Agende 2030, cultura gender, obblighi vaccinali o diktat folli di oligarchi globalisti corrotti; o chi preferisce vivere in vallate, montagne e persino nei deserti piuttosto che nel metaverso o in mondi virtuali. Chi sceglie una vita ‘analogica’ e naturale in contrapposizione a quella digitale e tecnologica.”

 

tex-disegno-di-aurelio-galleppini

 

 

di Autore Vario

 

Cari lettori, rieccomi qui, fedele ad un appuntamento che ogni tanto fisso con me stesso (qui e qui e qui), dedicato al suggerimento di letture degne di meditazione.

Scusate i termini altamente offensivi (letture? meditazione?) in questi tempi di informazione disimpegnata, mordi e fuggi, ghermita su dispositivi elettronici da social o mail. Lo so: il libro è roba da vecchi analfabeti della comunicazione smart. La carta su cui è stampato è un oltraggio agli alberi e alla natura; la sua produzione uno spreco di energia e di CO2. Ogni libro è una limitazione, se non un furto al nostro tempo da destinare alle varie connessioni. È una pretesa di ridurci alla schiavitù del silenzio o della concentrazione, necessari per affrontare tante pagine scritte.

L’invito alla lettura di un volume stampato è percepito oggi come una minaccia. Se lo proponi a qualcuno vieni guardato storto come se volessi schiacciargli un callo. E, in effetti, se andassi in giro a schiacciare calli alla gente con un martello susciterei maggiori entusiasmi di un invito alla lettura.

Ma io insisto in queste proposte indecenti destinate a qualcuno che, come me, vive, legge e pensa in direzione ostinata e contraria.

 

TEX E I SUOI PARD

E veniamo allora alla lettura consigliata, oggetto di questa recensione. Parleremo del grande mitico Tex, eroe di mille avventure e protagonista che ha scaraventato generazioni di lettori nell’epopea western, in tutte le sue sfaccettature. E, in particolare, ci soffermeremo su una particolare collana a lui dedicata di grande formato, con appuntamenti annuali: gli albi speciali. Ne sono usciti 39 numeri (compreso quello che sta arrivando fresco fresco nelle edicole); io li ho tutti e in questi giorni me li sto rileggendo in giardino su una amaca all’ombra: una delizia!

Tex nasce nel 1948 inventato da Gian Luigi Bonelli e illustrato da Aurelio Galeppini e viene inizialmente pubblicato su albi in forma di striscia, destinati a fanciulli e ragazzini. Oggi ha dunque superato i 75 anni ma scorrazza ancora nei deserti e nelle praterie con un badante più vecchio di lui, tale Kit Carson. Un badante che lui chiama con la strana qualifica di pard, che vuol dire compagno fidato, al pari del figlio Kit e di Tiger Jack, lo scudiero indiano.

A mio avviso i nomi dei personaggi di questa serie a fumetti sono tutti decisamente strampalati e avrebbero meritato di essere ripensati. Tex si chiama così perché il suo nome richiama il territorio dove agisce (mutilato con un’apocope o troncamento). È un po’ come se io mi chiamassi Lombar e qualcun altro Piemon o Pugl.

Il cognome Willer è un ripiego di una scelta maldestra: inizialmente l’eroe doveva chiamarsi Killer (in omaggio ad un omonimo oscuro protagonista di un’avventura a fumetti degli anni ‘40) ma tale sinistra nomea sarebbe stata per gli imberbi destinatari imbarazzante e politicamente scorretta. Per quell’epoca ma anche per la nostra.

Il nome del pard Kit Carson richiama un omonimo popolare uomo di frontiera americano che però non c’entra per niente con il personaggio della saga di Tex. Gian Luigi Bonelli avrebbe potuto chiamarlo anche Buffalo Bill o Abraham Lincoln, senza alcuna attinenza con le gesta di quei famosi personaggi reali. Ma che senso avrebbe avuto? Dunque, che balzano senso ha il nome di Kit Carson? Meglio l’affettuoso soprannome di ‘Vecchio cammello’ che Tex usa spesso e volentieri.

Il figlio di Tex è Kit, chiamato così in onore del padrino Carson. Gli albi di Tex però celano prudentemente le presumibili situazioni di scaricabarile tra i due quando Tex ha bisogno dell’aiuto di un pard che risponda a tal nome.

E in quanto a Tiger Jack, nome affibbiato al pard navajo di Tex, vi sembra un nome da dare a un indiano? Che ne sapevano gli indiani delle tigri, animali di un altro mondo di cui nemmeno immaginavano l’esistenza? Possibile che non si sappia niente sul suo vero e più appropriato nome di nascita? Se Bonelli avesse chiamato il suo personaggio indiano ‘Bradipo svelto’ sarebbe stata una scelta altrettanto improbabile.

L’unico nome che sta un po’ in piedi è Aquila della Notte, appellativo con il quale Tex è riconosciuto come guida dal suo popolo navajo. Che mistero però che nomi così improponibili, che avrebbero fatto inorridire qualunque esperto di marketing, abbiano funzionato in mille storie senza creare tante storie! 

Insomma, questo discorso porta a ribadire che l’improbabilità e il pressapochismo è la cifra che caratterizza le avventure del nostro eroe del west, che ci ha abituati a cavarsela sempre per il rotto della cuffia. Ma ciò non è un problema: Tex viene amato, ormai da diverse generazioni di lettori, ‘a prescindere’ da tante incongruenze. Lui è un ranger del Texas e tale qualifica (spesso dimostrata con una ‘patacca’ che ostenta a destra e a manca) gli conferisce il diritto e dovere di ficcare il naso dappertutto, ad ogni latitudine, e di raddrizzare torti applicando la sua legge (più morale che scritta).

 

PERCHE’ PIACE TEX?

E la domanda che sorge spontanea è: perché Tex viene amato, seguito e rispettato da così tanto tempo e da un popolo così vasto di lettori? Cosa rappresenta di così importante?

È chiaro che le risposte possono essere tante. Io posso darvi la mia, che forse può essere abbastanza significativa, almeno per quelli di una certa età.  

Intanto, quello che più mi piace di Tex è la sua fermezza e costanza nel carattere e negli ideali. E nel nostro tempo così incostante e fluido è tanta roba. La sua rudezza e virilità assoluta sono un oltraggio per tutti quelli che considerano tossica la mascolinità naturale (ma anche la femminilità) e vorrebbero imporre stereotipi di confusione dei sessi.

A questo riguardo è interessante notare che, non solo in questo aspetto, Tex sembra oggi come ieri aver respinto le pressioni ideologiche contemporanee, assestando ben mirati sganassoni sugli assalitori.

Tex fuma, beve whisky e adora succulente bistecche alte tre dita, sommerse da patatine fritte (orrore per vegani e salutisti); è a volte fin troppo violento e in più rispetta i frati delle missioni cattoliche (in una delle quali è stato cresciuto suo figlio Kit), sempre rappresentati da figure pie e positive.

Altra cosa che oggi pare inaudita e intollerabile è che rifugge a tutte le tentazioni sessuali che tanto ossessionano la nostra società. Insomma, sembra essere un uomo casto e ascetico. Rifugge persino dal turpiloquio. Porta nel cuore un’unica grande e tragica storia d’amore: quella vissuta con Lilith, figlia di un capo dei navajos, che ha sposato (senza convivenze precedenti) e che ha perso dopo un solo anno, per mano di biechi trafficanti bianchi.

Va poi rimarcato che nelle loro vicende Tex e compagni non si imbattono mai in personaggi inequivocabilmente gay, al contrario di quello che avviene in tanti fumetti americani dove gli autori sono sempre più succubi delle imposizioni LGBT, già imperanti nel cinema e nella televisione.

Riguardo ai comportamenti sessuali di Tex, si potrebbe peraltro citare un gustoso pensiero di Gian Luigi Bonelli. Il quale non permetteva mai e poi mai a Tex e Kit Carson di concedersi avventure galanti. Sarebbero stati di ostacolo alle loro avventure e per nulla gradite ai lettori, che esigevano da loro una certa dirittura morale. Tale divieto però non li esimeva dal potersi eventualmente concedere scappatelle in altro modo: se non nelle storie raccontate, tra la fine di una storia e l’inizio di un’altra. Al riparo da disegni e inquadrature indiscrete, approfittando della distrazione di illustratori e sceneggiatori.

Kit Carson merita però un discorso a parte: integerrimo per centinaia di albi, a partire dallo sceneggiatore Claudio Nizzi, ma ancor di più da Mauro Boselli, ha cominciato a rivelare un aspetto sempre meno nascosto e più smaccato di sensibilità al fascino e alle lusinghe femminili. Con qualche malcelato cedimento…

La cosa non mi ha mai fatto piacere ma questa sua inclinazione (tale forma di ‘outing’) lo ha preservato da altre ‘scelte fluide e arruolamenti’ che una certa cultura imperante avrebbe potuto oggi affibbiargli.

 

I TEXONI, POZZI DI CULTURA WESTERN

Per conoscere più a fondo non solo Tex ma anche l’ambiente storico e geografico in cui si muove, suggerisco una collana di albi speciali in grande formato che escono ogni anno: i famosi Texoni. La cura che viene loro dedicata è quasi maniacale: 224 pagine di tavole dei più illustri illustratori internazionali danno enfasi alle emozioni suscitate dagli sceneggiatori di punta di casa Bonelli. La professionalità dei disegnatori viene valorizzata dalla grande dimensione delle pagine, ma anche i soggetti e le sceneggiature sono molto curati e pensati per meritare un approfondimento nelle pagine introduttive.

Ecco, proprio da queste accurate note storico/geografiche e di costume che introducono gli albi giganti ho potuto ritagliarmi una certa cultura, sebbene spicciola, che ha allargato i miei orizzonti, favorendo piacevoli galoppate della fantasia.

La vita di frontiera nel west rappresenta un’epopea ricca di suggestioni e insegnamenti. Qui troviamo l’origine di tante situazioni emblematiche della cultura americana; in altre parole, lo spirito di una nazione nato dal crogiolo di tante nazioni.

E le ricerche negli archivi di Sergio Bonelli Editore offerte ai lettori degli albi restituiscono in vivaci articoli e interviste tutto questo mondo. Infiniti spunti di avventura che rimandano a temi sempre attuali.  

 

A CHI PIACCIONO GLI INDIANI?

Pensiamo ad esempio al mondo degli indiani d’America, dei quali Tex è amico o fustigatore, a seconda del loro comportamento o delle situazioni in cui si trova.

La categoria degli indiani ha sempre attirato in tutti una particolare attenzione, nel bene e nel male. Dapprima, fino agli anni ’50 del secolo scorso, l’indiano è stato considerato un ostacolo al progresso e alla civiltà. Pertanto, veniva spesso rappresentato con tratti brutali, crudeli e negativi.

Anche nei fumetti il cow-boy era il buono e l’indiano che assaltava diligenze, fortini o fattorie era il nemico da respingere. Da un punto di vista politico, gli indiani non se li filava nessuno. Nei successivi anni ’60 gli indiani cominciarono ad entrare nei radar della cultura contestatrice di sinistra, in quanto incasellati in una lotta di classe che li vedeva dalla parte dei poveri, oppressi ed emarginati dal sistema.

Acquisirono pertanto un crescente rispetto a scapito dei loro antagonisti. Il colono bianco dell’Ottocento che si impossessava di territori indiani divenne così l’emblema di un insaziabile colonialismo e cambiò sempre più i panni di vittima in quelli di persecutore. Gli indiani furono quindi sempre più vezzeggiati e strumentalizzati dalla sinistra con conseguente ridimensionamento del mito liberale del sogno americano (di destra).

Ora abbiamo forse un nuovo possibile cambio di paradigma: con l’affermarsi di un Nuovo Ordine Mondiale, che ha ormai inglobato la vecchia destra e sinistra politica, la cultura indiana nel west dell’Ottocento può assurgere a rappresentare la sfida di un popolo che non vuole assimilarsi e che vuole mantenere la propria identità.

Oggi è vicino all’indole ‘indiana’ chi rifiuta Agende 2030, cultura gender, obblighi vaccinali o diktat folli di oligarchi globalisti corrotti; o chi preferisce vivere in vallate, montagne e persino nei deserti piuttosto che nel metaverso o in mondi virtuali. Chi sceglie una vita ‘analogica’ e naturale in contrapposizione a quella digitale e tecnologica.

Tutto quest’ultimo bel ragionamento non lo troverete negli albi speciali di Tex: è un parto del mio spirito critico, affinato da una fantasia che è abituata a scorrerie in praterie sconfinate. Come mi hanno insegnato a fare Tex e i suoi pard, anche nella vita di tutti i giorni… 

E allora questa galoppata di riflessioni a briglie sciolte sul personaggio di Tex vuole essere il tributo al mio eroe preferito. Un eroe che non sarà senza macchia ma che ha le macchie che piacciono a me.

 


Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni del responsabile di questo blog. Sono ben accolti la discussione qualificata e il dibattito amichevole.


 

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