“A differenza di tutti coloro che l’altro giorno hanno assistito a una telefonata del Santo Padre nel bel mezzo dell’udienza generale in Piazza San Pietro, io non sono rimasto minimamente sorpreso. E perché avrei dovuto esserlo, visto che sono stato io a telefonare?”. Così inizia l’autore dell’articolo.

“Papa Francesco deve fermare la follia, e finché non interverrà per farlo la Chiesa continuerà a fratturarsi e a disfarsi, andando completamente fuori controllo.”

Di seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori di questo blog l’articolo scritto da Regis Martin e pubblicato su Crisis Magazine. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella mia traduzione.

 

© Andreas Solaro/ AFP - Papa Francesco risponde al telefono
© Andreas Solaro/ AFP – Papa Francesco risponde al telefono

 

A differenza di tutti coloro che l’altro giorno hanno assistito a una telefonata del Santo Padre nel bel mezzo dell’udienza generale in Piazza San Pietro, io non sono rimasto minimamente sorpreso. E perché avrei dovuto esserlo, visto che sono stato io a telefonare?

Non appena ho composto il numero, sono stato immediatamente messo in contatto con il Papa, che sembrava molto contento di sentirmi. Per circa cinque secondi, cioè, ha pensato che fossi il reverendo James Martin, del quale avevo chiesto al centralinista del Vaticano di informare il Papa che era sull’altra linea.

Finché le cose non sono precipitate, cosa che è avvenuta abbastanza rapidamente, speravo in uno scambio produttivo. Tuttavia, una volta resosi conto di essere stato ingannato, ha riattaccato bruscamente, lasciandomi immaginare il numero di teste che probabilmente rotoleranno sul pavimento del centralino del Vaticano.

Ma non prima di essere riuscito a lasciare il mio messaggio, che consisteva nel dirgli di smetterla con questa follia. Subito. Altrimenti, sono riuscito a dire poco prima che lo smartphone papale si chiudesse, non sarebbe stato possibile assolvere Sua Santità dalla complicità nei disastri che stanno avvenendo nella vita della Chiesa. Egli li accetterà. Che sia intenzionale o meno non ha più importanza. Il punto è che tutto questo deve finire, e finché non interverrà per farlo la Chiesa continuerà a spaccarsi e a disfarsi, andando completamente fuori controllo.

Lo farà? Deciderà finalmente di porre fine alla follia?

Quale follia? Nell’esporre il referto patologico, da dove si comincia? Perché non cominciare dal Deposito della Fede, il cui svuotamento sembra essere stato un tema programmatico di questo pontificato fin dall’inizio. (Il vescovo Strickland di Tyler, Texas, un tipo impavido, non è il primo a prenderne atto, ma ha bisogno che i fratelli vescovi si facciano avanti e facciano altrettanto).

Prendiamo ad esempio l’accordo raggiunto nel febbraio 2019 quando il Papa e lo sceicco Ahmed El-Tayeb si sono incontrati ad Abu Dhabi. Che cosa significava? Di certo non c’è stata alcuna ambiguità da parte di Francesco quando, pronunciandosi sul “pluralismo e la diversità delle religioni”, ha insistito sul fatto che tutto ciò è stato “voluto da Dio nella sua sapienza, attraverso la quale ha creato gli esseri umani”.

Che cosa? Quando esattamente Dio ha cambiato idea e ha deciso di includere tutte le religioni nel piano di salvezza? L’Islam deve ora essere considerato un attore necessario della rivelazione divina? Uno strumento della grazia divina? Cosa cambia rispetto all’importanza finora assegnata a Cristo, senza il quale nessuno può essere salvato? Alla luce del linguaggio concordato sia dal Grande Imam che dal Vicario di Dio, sembrerebbe che il posto occupato da Cristo negli ultimi duemila anni sia stato appena ridimensionato. L’assoluta singolarità dell’evento Cristo non sarà più applicabile.

Come si concilia questo con tutti i racconti evangelici in cui Cristo non è presentato come un optional, ma come il vero protagonista, la figura cardine dell’intera storia del mondo? In altre parole, una volta avvenuta l’Incarnazione, tutto e tutti sono cambiati, nulla sarà più come prima. Altrimenti, non poteva essere Dio a scendere tra noi più di due millenni fa. E se Cristo non è più il centro autorevole del cosmo, perché essere cristiani?

Il che ci porta alla sinodalità, quel processo millantato il cui esito minaccia di spogliare la fede di tutto ciò che la rende distintiva. E Papa Francesco non ha fatto assolutamente nulla per fermarlo. Semplicemente non vuole spegnere il motore della distruzione che ora corre ad alta velocità in Germania e altrove. Perché? Vuole forse vedere la Chiesa implodere ovunque?

Quindi, essendo stato appena relativizzato il fulcro della fede cristiana, che fare? Vogliamo dare un’occhiata all’ordine morale, che sembra essere stato ugualmente sventrato? In effetti, è stato talmente sminuito e svilito che quasi non importa dove la Chiesa tracci il confine. Voglio dire, ci sono ancora linee da tracciare?

Viene subito da pensare al documentario della Disney, uscito di recente, in cui dieci giovani fanno domande al Pastore Capo della Chiesa come se lui e la Chiesa che guida fossero oggetto di attacchi aerei accuratamente mirati. Su cosa? Il sesso, naturalmente, sul quale il Papa ha praticamente consegnato il negozio, assicurando ai suoi giovani amici che, in realtà, “la catechesi della Chiesa sul sesso è ancora in fasce”.

Può essere serio? Dopo duemila anni di riflessione sulla condizione umana, il livello di comprensione è ancora infantile? San Tommaso d’Aquino aveva i pannolini quando ha distillato la sua teologia morale? O San Giovanni Paolo II, per l’amor del cielo, le cui intuizioni sul mistero dell’amore umano – come un candelotto di dinamite in attesa di esplodere – sono diventate altrettante iconiche intimità della vita interiore del Dio Trino? Questi non erano uomini che indossavano pannolini.

Forse, allora, il Papa fa sul serio. Come spiegare altrimenti lo smantellamento dell’Istituto Giovanni Paolo a Roma? O il radicale riorientamento della Pontificia Accademia per la Vita sotto la guida dell’arcivescovo Vincenzo Paglia, che disdegna l’immagine di una Chiesa come “dispensatrice di pillole di verità”, come se fosse in qualche modo custode di valori e verità transculturali, “verità date a priori”, le chiama.

Ma non è proprio questa l’affermazione che fa? Anzi, le dà un nome: Gesù Cristo, il Verbo del Padre, che irrompe nel tempo per raccogliere tutto e riportare l’intera palla di cera al Padre in quello che osiamo chiamare il miracolo pasquale. Se la Chiesa non è custode della “verità a priori”, se non può parlare a nome di Dio nel mondo che suo Figlio ha sofferto per salvare, allora è una vera e propria frode.

Se Papa Francesco considera la Sposa di Cristo una frode, allora è tempo che si faccia avanti e lo dica. Oh, sì, e smetta di rispondere alle chiamate di padre James Martin, che comunque non ha nulla da dire.

Regis Martin

 

Regis Martin è professore di teologia e associato alla facoltà del Centro Veritas per l’etica nella vita pubblica dell’Università Francescana di Steubenville. Ha conseguito la licenza e il dottorato in sacra teologia presso la Pontificia Università di San Tommaso d’Aquino a Roma. Martin è autore di numerosi libri, tra cui Still Point: Loss, Longing, and Our Search for God (2012) e The Beggar’s Banquet (Emmaus Road). Il suo libro più recente, pubblicato da Scepter, si intitola Looking for Lazarus: A Preview of the Resurrection.

 


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