Gesù Bambino
Giotto, Natività, Basilica inferiore di San Francesco, Assisi

 

 

di Silvio Brachetta

 

C’è un equivoco molto comune attorno al concetto di metafisica. La metafisica non è il mondo dell’al di là, o una qualche altra dimensione, o una seconda realtà parallela al nostro mondo. La metafisica è il fatto che il significato, il senso di tutte le cose si trova oltre le cose.

Se poi questo fatto rimandi a un al di là o a un paradiso, è qualcosa di conseguente. La metafisica si limita a sostenere che la realtà non si esaurisce nella percezione delle cose. Non solo, ma le cose visibili o, comunque, esperibili sono insufficienti a spiegare se stesse. Il mare non è sufficiente a spiegare il mare, nemmeno quando se ne conoscessero tutte le qualità e tutte le quantità. Il cielo azzurro non è sufficiente a spiegare il cielo. Le piante non sono sufficienti a spiegare se stesse. E così per tutto, fino all’uomo.

L’altrove, la trascendenza, dunque, prima di essere un luogo, è una necessità di ragione. Si vedono le cose, ma non se vedono tutte le ragioni seminali, figure delle ragioni eterne, delle eternidee. Si vedono le cose, in quanto effetti, ma non se ne scorge la causa efficiente, né la causa finale, almeno non sino a quando venga coinvolta la religione e la fede. Si vede il mare, ma non si percepisce chi lo ha fatto (il Fattore, la causa efficiente), né perché lo ha fatto (il Fine, la causa finale).

Lo percepirono, invece, i Progenitori – sant’Agostino docet – prima del peccato mortale. Essi potevano leggere il libro della natura e intuirne tutte le cause: non solo la formale e la materiale, ma anche l’efficiente e la finale. Adamo ed Eva conoscevano il mare, non solo nella sua conformazione fisica e chimica. Era loro concesso di giungere – se solo lo avessero voluto – a chi aveva creato il mare e, soprattutto, perché.

Ma non vollero e l’uomo non fu più in grado di leggere quel libro, se non parzialmente e con la fatica dello studio. L’uomo divenne analfabeta, anche se conservò la capacità di rimediare all’ignoranza, nella quale si era volontariamente annegato.

Platone e Aristotele solo apparentemente sono in disaccordo. Platone fonda la metafisica ed esprime con argomenti formidabili il concetto di trascendenza. Le cose hanno un senso – sostiene – ma il senso è fuori dalle cose. Il senso è nell’Eternidea del Nume. Platone non riesce a concepire il Nume: si ferma prima, concepisce appena un Demiurgo. Si arresta: concepisce una pianura delle idee, delle eternidee, ma non concepisce Colui che le pensa. Non giunge ad affermare il Logos-Persona.

Aristotele, al contrario, afferma il Motore immobile – il Nume – ma non lo ipostatizza, non ne fa una Persona. Aristotele polemizza con Platone: le idee non sono nell’iperuranio, non sono altrove, non hanno dimora nell’al di là. Le idee sono nelle cose, sono l’essenza delle cose. L’idea è eterna, è l’eternidea platonica, immutabile, perfetta in se stessa, ma la sua dimora è nell’al di qua.

Hanno ragione entrambi, perché vedono la realtà secondo due prospettive opposte, ma entrambe vere. Anzi, vere al punto, da costituire le fondamenta razionali di tutta l’apologetica cristiana e di tutta la teologia ortodossa.

Ha ragione Platone, poiché l’uomo non può fermarsi qui, non può fermarsi alle cose, al tempo, allo spazio, al limite, alla storia, alla finitezza. Il suo destino è altrove, nell’eterno, nel non-finito.

Ha ragione Aristotele, poiché l’uomo non può e non deve fuggire dalle cose, ma è tramite le cose che si salva. L’uomo si salva attraverso la storia, la conoscenza delle cose, la bontà delle cose, la fatica, l’umiliazione, la finitezza del vivere.

Le cose sono la figura del Creatore. Nelle cose vi è il germe della sapienza. Nell’al di qua è già presente l’al di là, ma come lievito che deve fermentare. Questo intuirono, ma non poterono affermare, Aristotele e Platone, perché non sostenuti dalla Rivelazione e dalla grazia.

L’Eternidea appartiene al Nume. L’Eternidea è il Nume. Il Nume è il Verbo, il Logos, che ha preso dimora nelle cose. L’Eternidea sussiste nelle cose e le cose esistono e sussistono a causa del Logos. Il Logos è la ragione eterna delle ragioni seminali, che sono nelle cose e regnano sulle cose. Il Nume è la Persona, che sta nel mezzo, che è il Pensiero del Padre. Dal Padre e dal suo Pensiero – che è generato ab eterno – procede lo Spirito. Ma i Tre sono l’identico e unico Nume.

Egli regna dal Trono altissimo, dalla Capanna di Betlemme e dalla Croce.

Buon Natale.

 

 

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