Foto: Rihanna al MET GALA 2018 - Screengrab (YouTube/Vogue)

Foto: Rihanna al MET GALA 2018 – Screengrab (YouTube/Vogue)

La serata del MET GALA 2018, intitolata “Corpi celestiali: moda e l’immaginario cattolico”,  ha indubbiamente sollevato una marea di critiche. Un cenno lo trovate qui (comprese alcune foto).

Come riporta CNA (qui), il cardinale Timothy Dolan, arcivescovo di New York, che alcuni hanno criticato per aver partecipato all’evento, aveva detto nella conferenza stampa per l’inaugurazione della mostra che era andato al Gala perché “l’immaginario cattolico” onora “il vero, il buono, il bello”.

E “nell’immaginario cattolico, il Vero, il Buono e il Bello hanno un nome: Gesù Cristo, che si è rivelato come ‘la Via, la Verità e la Vita’”, ha precisato.Nell’’immaginario cattolico’ la verità, la bontà e la bellezza di Dio si riflettono dappertutto… anche nella moda. Il mondo viene attraversato con la sua gloria“, ha detto, aggiungendo un grazie agli organizzatori dell’evento, così come al Vaticano “per la sua storica collaborazione.  
 
Dolan più tardi ha detto in una intervista a The Catholic Channel di SiriusXM che il suo interesse personale per l’evento non era per la moda, ma per la possibilità di confrontarsi con la gente sulla fede cattolica.

C’erano alcuni aspetti che sembravano una sorta di festa in maschera, una festa di Halloween, ha ammesso. “Non ho visto davvero nulla di sacrilego, forse ho visto delle cose di cattivo gusto, ma non ho notato nessuno che offendesse la Chiesa“. Ha infine detto che è stata una serata potente.

Che sia stata una serata “potente” credo non ci sia alcun dubbio, capire in che senso….beh, questo è un altro capitolo.

Sia l’evento in sé, sia le parole del cardinale meritano qualche riflessione in più.

Il rapporto Chiesa-Mondo, il famoso “dialogo”.

A questo proposito  Eloise Blondiau, sulla rivista dei gesuiti americani, America (qui),  ha scritto che in un “mondo polarizzato”, il Gala dell’altra sera è stato un “sano e promettente” tentativo di coinvolgersi con la religione. E ciò perché “La giustapposizione degli oggetti appartenenti al Vaticano e di quelli realizzati da designer contemporanei, ambedue tentativi al fatto religioso realizzati da mani umane, è buona come qualsiasi rappresentazione della chiesa così come esiste. (Alcuni dei designers, come Lanvin e Thom Browne, hanno ricevuto una educazione cattolica.) La portata della chiesa va ben oltre coloro che frequentano la Messa ogni settimana.

In questo senso, il Gala ha raggiunto ciò che la mostra (di oggetti sacri al Metropolitan Museum di New york, ndr) non poteva, dal momento che non vi era alcuna separazione tra ‘chiesa’ e ‘mondo’ quella sera”.

Ad essere sinceri, non crediamo che il Gala, una manifestazione noiosamente scontata, fatta di paillettes, ridicoli copricapi, costosissimi abiti, tappeti calpestati da una élite danarosa a suon di flash, sia stato un tentativo “sano e promettente” di coinvolgersi con la religione. E ne siamo sempre più convinti soprattutto quando pensiamo a quei semplici fiorai, pasticceri, fotografi, ordinari ed umili genitori che pur di testimoniare la loro fede sono stati disposti a veder distrutta la loro piccola attività, tutto quello che avevano, finendo sul banco degli imputati dei tribunali, in costosissime cause legali.    

E qui veniamo alle parole del cardinale Dolan.

Certamente si può essere d’accordo con lui che, in generale, l’arte sia l’espressione del desiderio di bellezza, che essa esprima in sé un segno, una manifestazione di Dio. Non a caso Benedetto XVI una volta ha detto che “l’arte ed i Santi sono la più grande apologia della nostra fede”. Ed è altrettanto vero che quegli abiti, nella loro complicata tessitura, struttura e realizzazione, sono espressione della creatività umana.

Ma ritornando con la  mente alla serata di lunedì notte, ci riesce difficile pensare che quella fosse una espressione di ciò che è “bello, vero e giusto”. E ciò perché l’arte è sempre stata espressione del bello, di una tensione al bello, della coscienza di una mancanza, di qualcosa di bramato ma mai posseduto. Al contrario, quelle madonne stampate sugli abiti, quelle croci che servivano solo a mettere in evidenza i corpi, quei cuori trafitti da spade appesi agli abiti, quel presepe a forma di copricapo, quelle aureole che abbiamo visto al Gala ci sono sembrate l’espressione, pacchiana, anzi kitch e trash, di un possesso, di qualcosa da usare per una particolare circostanza, utile per stupire, e forse anche irridere, sicuramente per attrarre l’attenzione sul proprio corpo. Una specie di “arte religiosa monouso”, da usare, abusare, consumare e poi buttare. L’espressione dunque di un’arte a consumo piuttosto che una domanda espressa attraverso gli strumenti dell’arte; l’espressione di un possesso piuttosto che il desiderio di essere posseduti da qualcosa (Qualcuno) di più grande; un’espressione “artistica” di narcisismo piuttosto che l’evidenza dello sguardo rivolto verso l’Alto.

Quando non si capisce questo, è facile poi che non si percepisca il senso del blasfemo che altri invece hanno fortemente accusato; è facile pensare di partecipare da protagonisti ad un evento “culturale” quando invece si sta interpretando un ruolo di secondo piano, se non addirittura irrilevante, in un banale evento mondano.

Infine, ma non meno importante, tutte queste luci di una chiassosa ribalta, tutti questi colori, questi flash, questo sfarzo, questa preziosità di tessuti potrebbero ben essere facilmente scambiati per una attenzione al fatto religioso, che pure è stato l’agognato obiettivo. Ci sorge però il dubbio che, una volta spente le luci, riposte le macchine fotografiche, una volta riavvolto il tappeto, ciò che rimanga sia soltanto il rumoroso silenzio di una assenza. L’esatto contrario di quello che ci si aspettava di ottenere.

Ci perdoni il cardinale Dolan, ma a noi sembra che “l’immaginario cattolico” sia ben altro.

di Sabino Paciolla

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