Cristo fuori la chiesa a Brescello, il paese di Don Camillo

Cristo fuori la chiesa a Brescello, il paese di Don Camillo, come nel film.

 

 

di Miguel Cuartero Samperi

 

Le notizie vanno ormai prese “con le pinze”. I giornalisti hanno lavorato sodo per distruggere quell’aura di infallibilità e di credibilità che sembrava caratterizzare il giornalismo. Oggi giorno “lo ha detto il giornale” ha un grado di verosimiglianza paragonabile a “l’ho ascoltato al bar”. E siccome i bar sono chiusi e i giornali, al contrario sono molto attivi, non ci resta che barcollare nel buio pesto del mondo dell’informazione italiana.

Detto questo, in questo tempo di pandemia da coronavirus tutto diventa più confuso e complicato, non solo a causa di una malattia che la scienza non riesce a curare o a prevenire, ma anche a causa di una gestione politica della situazione a dir poco caotica. La seconda dipende dalla prima ma sicuramente ai normali cittadini non riesce facile da capire cosa possono e cosa non possono fare. Si può andare a fare la spesa, ma non si può tornare a casa con una bottiglia di vino. Si può andare in farmacia, ma non accompagnati dalla moglie. Si può andare in chiesa ad accendere un cero ma non se inizia una Messa. Così il parroco può aprire la sua chiesa al pubblico ma dovrà chiuderla se vuole celebrare l’Eucaristia… 

Ed è proprio su questo argomento dell’interdizione della Messa (e di tutti gli altri sacramenti) da parte dello Stato italiano, col beneplacito (immediato) delle gerarchie ecclesiastiche, che si è scritto, polemizzato e discusso molto. Anche qui molta confusione. Un politico chiede di riabilitare la Messa a Pasqua. Un prete-social (popolare o populista) risponde saccente che “Le chiese sono chiuse”. Invece sono aperte. Un comico e presentatore invita i fedeli di tutta la nazione a “pregare in bagno”. Preti anziani escono in strada col santissimo, altri si barricano in canonica, altri si buttano su facebook a lanciare ricette culinarie, altri si cimentano in video-catechesi. Un altro giovanissimo prete-social afferma su Famiglia Cristiana che i preti col santissimo sui camioncini sono un flop e un errore da dimenticare… Vescovi che chiudono tutto in accordo col Papa. Papa che riapre tutto in disaccordo coi Vescovi. Fedeli che escono a prendere il ramo d’ulivo la Domenica delle Palme (perché in parrocchia lo danno, nel rispetto delle norme igienico-sanitarie e con l’aiuto di tre giovani volenterosi viceparroci) e altri fedeli che strillano gli incauti e disobbedienti “untori”, augurandosi che nessuno debba morire a causa di un rametto di ulivo benedetto…

Chi più ne ha, più ne metta. Una grande confusione che costringe a stare sul “chi va là” e a muoversi con cautela. Il buon senso (che non possiamo più chiamare “senso comune” perché sempre meno “comune”), potrebbe aiutare, ma alle norme corrispondono degli obblighi e per i disobbedienti sono previste sanzioni. 

Una misura restrittiva quella di interdire le Messe che, se non lede uno dei diritti costituzionali, quello relativo alla libertà di culto (e di fatto sembra che lo faccia), rimane per lo meno contraddittoria se comparata con le disposizioni previste per altri ambiti, luoghi o situazioni.

L’esempio della Messa feriale è la prova schiacciante dell’assurdità della norma che la impedisce. Quand’è l’ultima volta che siete stati a Messa durante un giorno lavorativo… un qualsiasi martedì mattina? Quante persone avete visto litigarsi un posto per non rimanere in piedi? Quante sedie sono state aggiunte dal sacrestano per supplire alla mancanza di posti a sedere? Quanta fila per entrare e quanto struscio per uscire? Dipenderà dalle parrocchie e dalle zone, ma forse la partecipazione di 10-15 valorosi fedeli sarebbe considerato un numero soddisfacente. Dunque molte meno di quante entrano contemporaneamente ogni giorno in  un supermercato, dalla mattina alla sera, con libertà di movimento tra scaffali e corsie.

E la domenica? Sì, la domenica forse la partecipazione andrebbe regolarizzata e scaglionata e un apposito servizio d’ordine dovrebbe provvedere alla distribuzione di mascherine e al rispetto della distanza di sicurezza (ricordiamo che in una Messa le persone non sono libere di deambulare per le navate ma sono costrette dal rito a assumere un massimo di tre posizioni rimanendo nello stesso posto: in piedi, seduti, in ginocchio. Dedicare tre metri quadrati ad ogni fedele, dunque, non è dunque una impresa folle).

Tuttavia, dicevamo, la prudenza è d’obbligo perché ad ogni infrazione certificata dalle autorità, corrisponde una sanzione.  Ciò che è successo a Gallignano (Cremona), dove i carabinieri hanno interrotto una Celebrazione Eucaristica alla quale assistevano dodici persone, parenti di defunti ai quali è stato negato un funerale (in una chiesa di 300 metri quadrati a 4 metri di distanza l’uno dall’altro), mostra il livello di assurdità raggiunto da questa faccenda. La vicenda non passerà agli annali per la nostra poca memoria e perché ciò che succede ai cristiani non fa notizia, come invece sarebbe successo se a subire il torto fosse stata un’altra minoranza. Se fosse capitato in una sinagoga, in una moschea o in un bar arcobaleno sarebbe stata istituita – dopo apposita discussione parlamentare –  una speciale giornata della memoria per il funesto evento. Ma dipende anche da chi c’è al comando. Ora al potere ci sono i buoni, i moderati, i giusti… Tutto ciò che decidono lo fanno per il popolo, per il bene; il loro giudizio è puro e il loro senso morale superiore; la loro onesta è provata, il loro pensiero è nobile e le loro politiche sono oneste. Interrompere la Messa irrompendo sull’altare, loro evidentemente possono farlo. Sono i rossi, i liberatori, i partigiani che oggi, 25 aprile, cantano “Bella Ciao” e “Portali via”.

La cosa non passerà alla storia. A contribuire a derubricare i fatti di Gallignano come un incidente di percorso ci ha già pensato la diocesi di Cremona che si è detta “dispiaciuta” per ciò che è successo. Non per l’incursione del carabiniere sull’altare, non per la multa di 680 euro al parroco, non per le multe a tutti e dodici i fedeli. La diocesi è dispiaciuta perché si è celebrata la Messa infrangendo le norme stabilite. Chiediamo perdono, non tornerà a succedere. Non un “mea culpa”, ma un “sua culpa”. Del parroco disobbediente(*).

Proprio oggi, forti del pieno sostegno dei compagni al governo, una cinquantina o forse un centinaio di persone affollavano una piazza per i festeggiamenti nazionali. Gioia e baldanza. Vasco e Guccini. Bandiera rossa, “portali via” e passa la paura. Gli assembramenti pericolosi  sono altri. Niente multe, niente notizia shock sui telegiornali o sui radiogiornali. Niente gogna mediatica per gli organizzatori. Niente sindaci “dispiaciuti”, niente “mea culpa”. Niente droni o carabinieri. Niente comici che invitano a festeggiare la liberazione in bagno…

In effetti, mentre a Pasqua non è stato concessa la celebrazione della Veglia Pasquale. Il Governo italiano ha concesso all’ANPI (Ass. Naz. Partigiani d’Italia) di celebrare la “liberazione”, purché lo si faccia “in forme compatibili con l’attuale situazione di emergenza”. Due pesi e due misure? Oppure i vertici dell’Anpi hanno mostrato più tenacia di quanta ne abbiano dimostrata i vescovi?

Un “mini corteo” minimizza Il Messaggero che aggiunge: “Salvini si infuria”. Ecco tutto risolto: Anche questa volta la colpa è di Salvini, il brutto fascista che – canta il vecchio Guccini – i nuovi partigiani devono portare via (assieme a Meloni che puntuale risponde: “Provateci alle urne se avete il coraggio”) . Tutto procede. Viva l’Italia.

 

 (*) La risposta del Parroco al suo Vescovo: “Prima di accusarmi, potevate ascoltarmi”. Così il parroco di Gallignano don Lino Viola ha risposto a mons. Napolioni. «Dopo il comunicato della Curia Vescovile, sento l’obbligo di fare chiarezza su quanto è accaduto. Purtroppo, e questo mi ha fatto male, la Curia Vescovile, senza minimamente interpellarmi, ha fatto pubblicare una nota in cui mi si accusa di non essermi attenuto alle prescrizioni civili e religiose. Piena sintonia con i miei superiori ai quali mi permetto di chiedere umilmente di ascoltare i propri sacerdoti prima di emettere sentenze che possono minare la tanto auspicata fraternità».

 

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