Rilancio la quasi totalità dell’articolo scritto sul suo blog dal prof. Leonardo Lugaresi, studioso dei primi secoli cristiani, sulla questione delle messe in streaming, perché evidenzia un aspetto importante del cristianesimo che è la prossimità.

 

messa in streaming

 

Se ho capito bene, ieri sera (domenica sera, ndr) l’avvocato Conte ha detto “niente messe”, e siccome a quanto pare ha i “pieni poteri” (benché non sia affatto chiaro come, da chi e perché li abbia avuti, né se li detenga legittimamente o in spregio della costituzione) così sarà: niente messe.

In realtà non è così, perché le messe i sacerdoti le hanno sempre celebrate e le celebrano tutti i giorni come sempre, solo che i fedeli non ci possono andare. Questo, a mio modesto avviso, sarebbe stato il primo e più importante messaggio che i vescovi italiani avrebbero dovuto dare sin dall’inizio, e sul quale insistere più di ogni altra cosa: la messa c’è, anche se tu (a torto o a ragione) non ci puoi andare. Mi pare che si sia mandato di più un altro messaggio: “ma tanto la puoi guardare in televisione”, il che – sempre a mio modesto e opinabilissimo avviso – è pericoloso, perché va ad impattare con uno dei più gravi, delicati e difficili problemi che la fede cattolica debba affrontare nel nostro “tempo mediatico”, a prescindere dall’emergenza politico-sanitaria di questi mesi, quello appunto della sua “mediatizzazione”.

È un problema di fondo, in quanto attiene alla logica profonda del cristianesimo, che è una logica di prossimità e ha sempre fatto i conti con un mondo in cui le relazioni erano, in larghissima misura, relazioni dirette, cioè “in presenza”, rifuggendo come la peste da quell’astrazione che papa Francesco, con un uso un po’ approssimativo del termine, usa chiamare “gnostica”.

Si prenda, per capire che cosa intendo, il cuore stesso del messaggio morale cristiano, cioè il duplice comandamento dell’amore: esso è declinato, sia in rapporto a Dio che in rapporto agli uomini, in base ad un principio di prossimità: Si può (e dunque si deve) amare cristianamente Dio proprio e solo in quanto Dio si è reso prossimo a noi, nell’incarnazione del Figlio. Si possono (e dunque si devono) amare gli altri uomini, in quanto sono il nostro prossimo. Non c’è alcun posto, nel cristianesimo, per la filantropia (stoica o massonica che sia), cioè per un “amore a distanza” dell’umanità, generico, categoriale ed astratto. Alla domanda dello scriba: “chi è il mio prossimo?”, Gesù risponde come è noto non con una definizione ma con il racconto di un fatto: la parabola del buon Samaritano (Lc 10,25-37). In essa non si tratta del dovere di amare le vittime di aggressioni stradali, ma di ciò che hanno concretamente fatto o non fatto persone che si sono imbattute in un uomo concreto che era stato aggredito.

Noi però, in misura sempre crescente da cento anni a questa parte, non viviamo più in un mondo fatto di “rapporti diretti”, in cui lo spazio della “rappresentazione mediata” sia relativamente ridotto e tutto sommato gestibile, bensì in un mondo ormai quasi completamente “mediatizzato”, e dunque anche drasticamente “virtualizzato” a causa della separazione/esclusione della corporeità da buona parte delle relazioni. Anche la chiesa, come tutto il resto, è stata pesantemente investita dall’ondata di tale mediatizzazione e la condizione emergenziale di questi ultimi tempi fungerà molto probabilmente da catalizzatore di tendenze già in atto.

Ora tutti sembrano felici di aver scoperto quante belle cose si possono fare con Zoom o con Skype, ma a me pare che sarebbe indispensabile fare una riflessione molto approfondita su quello che ci sta succedendo, perché come ho detto incide pesantemente sulla natura stessa dell’esperienza della fede cattolica.

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