XI Domenica del tempo ordinario (Anno A) – 14 giugno 2026
Es 19,2-6a; Rm 5,6-11; Mt 9,36 – 10,8
don Ambrogio Clavadei
“Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”.
Che bei tempi erano quelli dei nostri progenitori! Vivevano felici all’ombra di una primigenia gratuità, perché tutto della creazione paradisiaca era stato messo a loro disposizione: tutto gratis! Poi venne il Serpente, e il segno che doveva confermare l’uomo nella gratuità riconosciuta e ricambiata come gratitudine a Dio fu disconosciuto: “Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò” (Gn 3, 6). La legge della gratuità fu infranta e subentrò quella dell’utilitarismo. Ciò che gratuitamente i progenitori avevano avuto in dono era utile per la loro felicità; ma quando ciò che era utile venne prometeicamente usurpato per strapparlo a Dio ed essere come lui, diventò corruzione che coinvolse tutto il mondo.
Infatti, bene che vada, la logica utilitaristica, come disse Bentham, filosofo suo teorizzatore, cerca “il massimo della felicità per il massimo numero di persone”. Già, viene subito da pensare, e le altre? La schiavitù dei neri è servita al benessere dell’uomo bianco, tanto per fare un esempio. Ma purtroppo la logica perversa dell’utilitarismo ha attraversato e attraversa costantemente tutta la storia umana nelle sue grandi manifestazioni e oggi sta diventando sempre più il massimo della felicità per il minimo numero di persone. Senza dimenticare l’utilitarismo quotidiano che mercifica troppi rapporti interpersonali. Il primo utilitarista non è stato Bentham nell’epoca moderna o Protagora in quella antica. Il primo è stato il Serpente: strappate a Dio quel frutto supremo della felicità che egli vi nega, e ci sarà per voi un regime economico più vero, un modo più utile per ottenere la vostra felicità gestendo i beni della terra e i rapporti tra voi. E invece … là dove domina il “marchio” del Serpente non c’è più libertà e felicità ma solo più schiavitù e desolazione: “Vidi poi salire dalla terra un’altra bestia, che aveva due corna, simili a quelle di un agnello, che però parlava come un drago … Faceva sì che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi ricevessero un marchio sulla mano destra e sulla fronte; e che nessuno potesse comprare o vendere senza avere tale marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome” (Ap 13, 11. 16-17): economia della perdizione!
Se adesso ritorniamo all’affermazione di Cristo possiamo ben comprendere come essa testimoni di un accadimento sconvolgente che ha posto fine alla perversa e menzognera economia del Serpente. Infatti essa riassume lapidariamente quanto si evidenzia in tutta la traiettoria del mistero della salvezza, individuando dunque ciò che fondamentalmente la qualifica e ciò che di conseguenza comporta. L’economia (oikonomia) del Dio Uno e Trino ha questa sola legge che la pervade dall’eterno e come tale liberamente si è rivelata nella storia: Dio essendo sommo Amore non è altro che dono, dono che ricircola come sangue nelle vene del rapporto divino interpersonale e sangue che ha voluto riversarsi come dono commosso e gratuito di sé nel corpo esangue dell’umanità, vampirizzato dal peccato. Dono gratuito definitivo che ha voluto riconfermare il primo dono creaturale. La creazione è sorta dal nulla come dono di bontà e bellezza di Dio. La ricreazione è sorta dall’annullarsi kenotico di Dio che facendosi uomo ha voluto “dimenticarsi” della sua divinità (cfr. Fil 2, 5-8) per farci diventare figli di Dio, come a dirci: se aveste avuto pazienza, quel frutto che avete cercato allora di strappare dall’albero della conoscenza del bene e del male, cercando di diventare Dio, lo avreste ottenuto senza violenza. Io ora, comunque, ve lo dono lo stesso, lasciando che il mio Figlio sia violentato sulla Croce, su quell’albero il cui frutto eucaristico gustato, vi mostra la vera strada per conoscere il bene e il male rendendovi miei figli. Solo la mia gratuità vi è utile e sempre lo sarà, così vi chiedo che l’utilità della mia carità diventi la vera legge della vostra esistenza qui sulla terra, perché lo sia per sempre in cielo.
Così, la liturgia di oggi ci ripone di fronte al fatto che nulla ci era e ci è dovuto, ma tutto ci è stato dato e continua ad esserci dato da questo meraviglioso Dio che è carità, amore che vuol far vibrare positivamente e costruttivamente il nostro cuore di una gratitudine non certo pretesa ma solo trepidamente attesa da colui che è “l’amor che move il sole e l’altre stelle” (Paradiso, XXXIII, 145).
Meraviglioso Dio e meravigliosa carità sua che, definendolo da sempre, si offre di definirci a sua immagine e somiglianza nel tempo, chiedendoci di “sprecarci” come lui per il mondo”.
La carità gratuita di Dio infatti non solo si dona, ma si dona come spreco, proprio perché “non cerca il suo interesse” (1 Cor 13, 4) ma solo vuole rendersi utile a noi, strappandoci dall’utilitarismo pretenzioso del Serpente.
Dio non calcola mai, anzi spreca sempre. Dio spreca continuamente, come quando nella parabola del seminatore sparge il seme anche sulle pietre e sulle spine, pur sapendo che lì non spunterà niente (cfr. Mt 13, 3-8). Dio che è Padre ha sparso il seme del suo Figlio per amore del Figlio che vuole diventare quel chicco di grano che solo se muore porta molto frutto (cfr. Gv 12, 24), sapendo che anche là dove il seme appare sprecato esso non è meno fecondo perché il suo germe è lo Spirito Santo stesso, “ascoltino o non ascoltino” (Ez 2, 5. 7). Nel seminatore divino non c’è pretesa di messe, ma solo speranza che il seme sia gratuitamente accolto. Solo così egli diventa il padrone della messe, perché se tu spunti, se tu cresci, se tu porti frutti di bene e di felicità nella tua vita a partire da questa gratuità di Dio, allora lo riconosci con gratitudine come Signore.
La gratuità è così – ripetiamolo, perché è troppo bello – la manifestazione, il contrassegno di verità della carità di Dio, implica la completa assenza di ragioni, cioè di tornaconto, di calcolo. È un gesto che non chiede ritorno. Normalmente la ragione di ogni nostra azione ha dentro una piccola o grande pretesa di ritorno (ecco l’utilitarismo che poco o tanto sempre ci insidia il calcagno, cfr. Gn 3, 15); non necessariamente un ritorno in denaro, in beni o in servizi, ma anche solo un ritorno di riconoscimento, di affetto: ti faccio qualcosa perché poi tu mi voglia bene, dato che io sento l’esigenza di questo tuo affetto. Invece la carità di Dio come gratuità abolisce totalmente come suo scopo questo ritorno, anche perché – tra l’altro – egli sa benissimo che non è possibile, anche con le migliori intenzioni, che gli sia restituito qualcosa alla pari: “Fratelli, quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi. Ora, uno stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi”.
Se è così per Dio, così deve essere anche per noi: “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”. La carità che Cristo ci chiede è il ritorno a lui, attraverso l’altro, di quanto egli ci ha donato; dunque, deve agire in noi per puro amore di sé stessa, che è poi il modo migliore di agire per amore dell’altro senza fargli violenza e sfruttarlo, e cerca soltanto una cosa sola: che l’altro sia, che l’altro consegua il proprio compimento, il proprio destino. Che l’altro riconosca o non riconosca il dono, non c’entra nulla sulla ragione per cui essa si deve muovere. La carità come gratuità è puro slancio, puro dono al bisogno dell’altro. Con questo slancio la Chiesa, specie attraverso i suoi Santi, ha costruito opere meravigliose.
Carità come dono verso qualsiasi bisogno dell’altro perché se io ti aiuto in un tuo bisogno specifico in modo gratuito, dato che ogni bisogno particolare è allusione al bisogno dei bisogni che è il desiderio di un destino felice, allora tu cominci a intravedere la faccia di Dio nella mia faccia. Infatti io imito il gesto di Dio, riverbero la mossa di Dio: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”, cioè andate in giro per il mondo – e il primo mondo è quello del mio quotidiano – a spargere il seme della gratuità di Dio, come lui ha sparso il seme del suo Figlio: “In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!». Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro il potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità … Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni”.
Cristo ci chiede di partecipare alla sua compassione, al suo dono di sé commosso. Perché è dono di sé commosso e che ci commuove? Perché uno si sente preso da un fatto così grande, così vero, così stupendo, così corrispondente al proprio cuore, che si sente trasportato in alto, proprio verso un destino che si avvera: “Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto [ciò che io ho fatto a quella realtà di male che impacciava il vostro cammino e vi teneva prigionieri], e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me”, fino a me che sono il vostro destino. Noi ci possiamo commuovere per ogni uomo, e darci gratuitamente ad esso, perché un Altro si è commosso per noi – lo abbiamo ricordato sopra – nel “tempo stabilito”.
Ma qual è il “tempo stabilito”? Forse soltanto ciò che accadde duemila anni sulla Croce? Il “tempo stabilito” è ogni volta che tu fai memoria di quel fatto e lo riconosci presente alla tua vita. Il “tempo stabilito” è ogni istante trapassato da questa commozione di Cristo per me: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20). La gratuità di Dio ci accompagna come un fatto che rimane nella storia, e si può vedere e toccare. Si chiama Chiesa questa sua gratuità che prende corpo dentro il tempo, si chiama Compagnia cristiana, ed è l’esito e il volto della gratuità di Dio che in te, in me, in noi che la riconosciamo, comincia a diventare gratitudine dentro un mondo ingrato. Il primo spunto di gratuità che possiamo vivere è dare la vita gratuitamente commossi per questa Compagnia, costi quel che costi, perché gratuitamente abbiamo ricevuto. La compagnia Cristiana è il luogo del nostro spreco per Dio, uno spreco utile a lui e all’uomo, più che mai oggi importante perché dentro la Chiesa troppo orrido utilitarismo sta sprecando il dono commosso del cuore di Cristo, rendendo esangue quel Corpo per cui Cristo ha versato il suo sangue. Non se ne può più di questo vampirismo intraecclesiale!!!




















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