MEIATTINI: “AMORIS LAETITIA, NON UNA QUESTIONE PASTORALE, MA LA RIDUZIONE DELLA FEDE AD ETICA”

//MEIATTINI: “AMORIS LAETITIA, NON UNA QUESTIONE PASTORALE, MA LA RIDUZIONE DELLA FEDE AD ETICA”

MEIATTINI: “AMORIS LAETITIA, NON UNA QUESTIONE PASTORALE, MA LA RIDUZIONE DELLA FEDE AD ETICA”

By |2018-07-09T12:19:16+00:00luglio 9th, 2018|Categories: Chiesa|Tags: , , , , |0 Comments

Ho la fortuna e l’onore di conoscere da vicino don Giulio Meiattini, monaco presso l’abbazia della Madonna della Scala di Noci (Ba), professore di teologia al Pontificio ateneo Sant’Anselmo (è un’istituzione universitaria cattolica con sede a Roma, dipendente dalla Santa Sede). Con lui ho avuto modo di discutere più di una volta alcune questioni della Chiesa di oggi.

Per questo, ritengo utile portare all’attenzione alcuni passaggi di un’intervista da lui concessa alla rivista francese Catholica, che ha visto scorrere sulle sue pagine nomi come Émile Poulat a Robert Spaemann, da Ernst Wolfgang Böckenförde a Vladimir Bukowski, da Stanislaw Grygiel a Thierry Wolton, da Jacques Ellul a Pietro De Marco.

Riprendo tali passaggi da un articolo pubblicato sul blog di Magister “Settimo cielo”.

Foto: don Giulio Meiattini

Foto: don Giulio Meiattini

“AMORIS LAETITIA” E L’OBLIO DEI SACRAMENTI

di Giulio Meiattini OSB
(brani scelti dall’intervista su “Catholica” n. 140)

 

NON DISCERNIMENTO MA ASTUZIA

La situazione di confusione è palese. Naturalmente c’è chi nega che si tratti di confusione, ritenendo che questo sia il positivo risultato di uno stile di governo ecclesiale teso “ad avviare processi più che a occupare spazi” (cf. “Evangelii gaudium” 223). Dunque, il primo discernimento da fare sarebbe proprio sulla natura di questa situazione: la confusione, i disaccordi fra vescovi su punti dottrinali sensibili, possono essere frutti dello Spirito? A me sembra di no. Discernere significa anche capire se è il caso di avviare processi, in certi campi, oppure no e anche con quali ritmi, modalità e obiettivi.

Osserviamo, per esempio, il modo con cui si è giunti alla nuova disciplina per i “divorziati risposati”.

Dopo che la relazione del cardinale Kasper davanti al concistoro aveva per così dire preparato il terreno, i due sinodi, con un anno intermedio di accese discussioni, non sono riusciti a partorire una linea comune sul problema discusso. Chi legge i resoconti dei “circuli minores” del sinodo del 2015 si rende conto benissimo che sul punto in questione non c’era un orientamento condiviso.

Si capisce però una cosa: che l’ampia maggioranza dei padri non aveva maturato la convinzione di cambiare la disciplina tradizionale. Tanto che i redattori della “Relatio finalis”, sul punto controverso, si sono ben guardati dall’introdurre delle novità.

Però – ecco un altro piccolo passo – hanno redatto delle formule dal tono incerto che, pur non prevedendo l’accesso ai sacramenti, cambiavano, per così dire, l’atmosfera.

Così è bastata la “non opposizione” a quelle formule esitanti (che hanno raccolto con fatica i due terzi dei voti) per permettere un altro piccolo passo successivo: un paio di noticine ambigue in “Amoris laetitia”, che non affermano e non negano, ma che lasciano intendere una certa direzione.

Questo ulteriore passaggio ha spaccato i fronti interpretativi, finché nell’autunno 2017 – altro passo – non è giunta l’approvazione ufficiale del papa ai “Criteri” dei vescovi della circoscrizione di Buenos Aires sul capitolo VIII di “Amoris laetitia”.

Ma quei criteri, se si è onesti, non sono una semplice interpretazione di “Amoris laetitia”. Essi aggiungono e dicono cose che in “Amoris laetitia” non ci sono e che, soprattutto, nei sinodi non erano mai state approvate e mai lo sarebbero state. […]

Così, per piccoli passi successivi, nel corso di quasi tre anni, se ne è compiuto uno molto grande e la disciplina è stata lentamente cambiata, ma non certo in maniera sinodale, a mio parere.

Posso sbagliare, ma questo “modus operandi” non è discernimento, bensì astuzia. In luogo del dialogo argomentato e aperto (i famosi “dubia” non hanno mai ricevuto risposta!), si afferma la strategia della persuasione e dei fatti compiuti.

LA FEDE RIDOTTA A ETICA

Tra le esigenze etiche e il fondamento sacramentale dell’esistenza cristiana il centro è indubbiamente il sacramento, che è comunicazione al credente della grazia che salva e, in quanto essa è accolta e trasforma l’uomo, anche atto di glorificazione, dossologia. […] L’etica non è né la prima parola né l’ultima.

Invece in “Amoris laetitia” si segue la logica contraria: si parte da categorie tratte dalla legge naturale e da principi di etica generale (le attenuanti, il rapporto fra norma universale e situazione soggettiva, la non imputabilità, ecc.) e da queste premesse maggiori si traggono le conseguenze per la pastorale dei sacramenti.

In tal modo, la dimensione del simbolico e del sacramentale, che dovrebbe fondare, abbracciare e trascendere la sfera morale, perde la propria rilevanza e diventa una semplice appendice dell’etica. […] La dimostrazione è data dal fatto che il peccato di adulterio perde concretamente la propria rilevanza pubblica legata all’aspetto testimoniale del sacramento e può essere rimesso in “foro interno” senza che davanti alla comunità si debba rendere ragione del perché un coniuge che contraddice in pubblico il segno sacramentale della fedeltà si accosti pubblicamente all’eucaristia.

Insomma, il risultato delle scelte di “Amoris laetitia” è la riduzione del sacramentale al morale, cioè della fede a etica, il che non mi sembra una mera questione di pastorale. Qui è in gioco qualcosa di essenziale nella forma cristiana.

UN “PESO TREMENDO”?

Sinceramente non capisco come un vescovo, soprattutto quello di Roma, possa scrivere frasi del genere: “Non si deve gettare sopra due persone limitate il tremendo peso di dover riprodurre in maniera perfetta l’unione che esiste tra Cristo e la Chiesa” (“Amoris laetitia” 122).

Ecco l’esemplificazione lampante di quanto prima affermavo in modo generale: se si prescinde dal sacramento l’etica evangelica, ridotta a norma generale, diventa “un peso tremendo”, come la legge mosaica, invece che “un giogo dolce e un peso leggero”. Che fine ha fatto in questa prospettiva l’effetto trasformante del sacramento? […] Allora potremmo domandarci se esortare a testimoniare fino al sangue la fede in Cristo non è un peso ancor più tremendo, da non mettere sulle spalle della gente. […]

A questo si può arrivare solo se si è abituati a concepire il cristianesimo – forse senza rendersene bene conto – come etica.

“SIMUL IUSTUS ET PECCATOR”

“Amoris laetitia” giunge a dire che anche vivendo esteriormente in una condizione di peccato oggettivo, a motivo delle attenuanti si può essere in grazia e perfino “crescere nella vita di grazia” (n. 305). È chiaro che se le cose stanno così, l’interruzione fra sacramento e agire morale, già prima evidenziata, porta ad esiti sovrapponibili alla concezione luterana del “simul iustus et peccator” condannata dal Concilio di Trento.[…] In questo modo si può essere al tempo stesso giusti (davanti a Dio, invisibilmente) e peccatori (davanti alla Chiesa, visibilmente). Le opere rischiano di non avere più alcun rilievo nel “discernimento” della grazia.

LA COMUNIONE CATTOLICA ANCHE A UN BUDDISTA?

La direzione che si sta delineando intorno all’intercomunione fra cattolici e protestanti, obbedisce alla medesima logica: non è il realismo simbolico a determinare la scelta, ma la semplice valutazione della presunta condizione interiore: se un protestante è presumibilmente in grazia (in base alle attenuanti dell’ignoranza invincibile, della diminuita responsabilità, della vita onesta, ecc.) perché non potrebbe ricevere l’eucaristia cattolica? Forse non ci si avvede che porre così la questione potrebbe spingere a fare lo stesso ragionamento per un buddista o un indù dalla vita buona e giusta. Manomettere il rapporto fra morale e sacramenti, alla fine può condurre a concezioni ecclesiologiche non cattoliche.

 

Fonte: Settimo cielo

 

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