di Sabino Paciolla
Quattro componenti del Comitato Nazionale per la Bioetica – i medici palliativisti Giuseppe Casale, Andrea Manazza e Marcello Ricciuti, oltre a Maria Grazia De Marinis, infermiera dedicata alle cure palliative, professore ordinario di Scienze infermieristiche – sono intervenuti nel dibattito sul suicidio assistito e l’eutanasia con una lettera pubblicata su Quotidianosanità.it. Il loro contributo si distingue per l’approccio clinico e basato sull’esperienza quotidiana con i malati terminali, piuttosto che su sole considerazioni teoriche o ideologiche.
Gli autori sottolineano innanzitutto la necessità di partire dai dati reali sui pazienti:
«Ogni discussione bioetica di questo argomento debba essere preceduta da un’attenta analisi delle caratteristiche cliniche e della sofferenza della popolazione dei pazienti che chiedono di accedere all’eutanasia o al suicidio assistito».
Diversamente, si rischierebbe di imporre una visione astratta che non corrisponde alle reali necessità dei malati.
Basandosi su oltre trent’anni di letteratura internazionale «Chochinov e coll. (cfr. Am J Psichiatry 1995; 152: 1185-1191) sino alla importante pubblicazione di Rodríguez-Prat e colleghi (cfr. J Pain Symptom Management 2024; 68: e91-e115)», i quattro palliativisti descrivono il Desiderio di Anticipare la Morte (DAM o WTHD) come un fenomeno fluttuante, reattivo e multifattoriale. Non si tratta di una volontà stabile e autonoma, ma di un desiderio che varia nel tempo e nell’intensità, lungo un continuum che va dall’accettazione della morte fino alla richiesta esplicita. Può coesistere con il desiderio di vivere e cambia in risposta alle condizioni fisiche, psicologiche, sociali e spirituali del paziente.
Per questo motivo, secondo gli autori, la richiesta di morire va sempre interpretata come una richiesta disperata di aiuto che richiede una valutazione ripetuta nel tempo e una risposta specialistica. Le Cure Palliative rappresentano, per loro natura, la risposta più appropriata, anche se non possono essere imposte: la loro efficacia dipende dalla partecipazione volontaria del malato.
Da queste premesse emergono due conclusioni operative contro una legge permissiva in Italia.
Primo motivo: l’attuale grave carenza di Cure Palliative sul territorio nazionale. Una norma che facilitasse eutanasia o suicidio assistito rischierebbe di diventare «un comodo rifugio per giustificare l’inadempienza della assistenza sanitaria», spostando risorse dall’investimento in personale, formazione e strutture alla “soluzione” più semplice della morte anticipata.
Secondo motivo, ancora più profondo: anche qualora si raggiungesse una copertura capillare e di altissima qualità delle Cure Palliative, introdurre l’opzione legale dell’eutanasia rappresenterebbe comunque una discriminazione verso quei malati che, se adeguatamente assistiti, sceglierebbero di vivere la propria malattia fino alla fine. Gli autori riportano la loro esperienza clinica:
«quando riusciamo ad offrire loro un buon servizio, i malati che ci avevano inizialmente chiesto l’eutanasia ci commentano, nella maggior parte dei casi: “Ma io volevo QUESTO!”».
Offrire la morte come opzione facile impedirebbe a molti di scoprire cosa realmente desiderano e potrebbero avere.
La lettera si chiude con un richiamo a Cicely Saunders, fondatrice delle Cure Palliative moderne, che definiva la fase terminale come un “viaggio”:
«The existence of a legal option for a quick way into death implies that there is little value any longer in the person who is dying and in the journey that he is making». (traduzione: “Il fatto che esista una via legale per porre rapidamente fine alla propria vita implica che ormai si attribuisca scarso valore alla persona che sta morendo e al percorso che sta compiendo”)
Per i quattro firmatari, legalizzare il suicidio assistito o l’eutanasia significherebbe un doppio abbandono: dei malati e delle radici stesse della disciplina palliativa.
La lettera rappresenta quindi una posizione netta, argomentata clinicamente e sostenuta da decenni di letteratura specialistica: prima di legiferare sulla morte medicalmente assistita, è doveroso investire seriamente nelle Cure Palliative e comprendere in profondità la natura complessa del desiderio di morire espresso dai pazienti.
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“Per questo motivo, secondo gli autori, la richiesta di morire va sempre interpretata come una richiesta disperata di aiuto che richiede una valutazione ripetuta nel tempo e una risposta specialistica. Le Cure Palliative rappresentano, per loro natura, la risposta più appropriata, anche se non possono essere imposte: la loro efficacia dipende dalla partecipazione volontaria del malato.”
Fallacia dell’affermazione del conseguente e dell’inquinamento del pozzo.
Se si ascoltano le dichiarazioni pre suicidio assistito degli interessati si vede chiaramente un libero proposito ben determinato. Al contrario queste tesi religiose-reazionarie in salsa verosimilmente scientifica (ricorso alle cure palliative come focus intermedio) mirano ad affermare un costrutto giusnaturalista teso a giustificare l’indisponibilità della vita ad ogni costo.
Saluti da un matematico apostata