Di seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori di questo blog l’articolo scritto dal prof. Leonardo Lugaresi, pubblicato sul suo blog. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. 

 

Sergio Mattarella
Sergio Mattarella, presidente della Repubblica

 

Il presidente della Repubblica Italiana, in un discorso ufficiale al corpo diplomatico accreditato presso il nostro stato, in occasione della Festa della repubblica ha dichiarato, con riferimento agli eventi del periodo 1943-1946, che «fare memoria del lascito ideale di quegli avvenimenti fondativi è dovere civico e preziosa opportunità per riflettere insieme sulle ragioni che animano la vita della nostra collettività, inserita oggi nella più ampia comunità dell’Unione Europea cui abbiamo deciso di dar vita con gli altri popoli liberi del continente e di cui consacreremo, tra pochi giorni, con l’elezione del Parlamento Europeo, la sovranità».

Salto a piè pari l’effimera polemichetta che ne è nata, perché è esclusivamente legata alle elezioni imminenti e tra pochi giorni sarà morta e sepolta. Guardo solo alle parole di Sergio Mattarella che, in quanto pronunciate dal capo dello stato in un discorso ufficiale, debbo pensare siano state attentamente ponderate e calibrate, e che, da quidam de populo quale sono, francamente trovo anch’io piuttosto problematiche nella forma e nella sostanza. Per quanto riguarda la forma, da cittadino italiano mi disturba che egli parli dello stato che presiede come di una «collettività», usando un termine quanto mai generico, evasivo e semanticamente debolissimo. Perché non dice “il nostro stato”, “la nostra repubblica” o “la nostra nazione”? Non dice neppure “la nostra comunità nazionale”, riservando il termine «comunità» all’Unione Europea: no, parla dell’Italia come di una neutra e anonima «collettività», «inserita oggi nella più ampia comunità europea». Siamo ad un pelo da «entità», il termine che politicamente si usa per indicare qualcosa che esiste, ma non ha qualità. Mi chiedo: è solo questo, l’Italia?

La seconda cosa che, come cristiano (cioè come vero laico), non mi torna nelle parole di Mattarella è l’uso del verbo «consacrare». Il presidente dice che con le elezioni «consacreremo la sovranità dell’Unione Europea». Ora, in italiano consacrare in senso proprio significa «rendere sacro, destinare al culto di una divinità, offrire in sacrificio». Usarlo estensivamente come sinonimo di “legittimare, convalidare” è possibile, ma molto enfatico e desueto: perché mai il presidente sente il bisogno di caricare di una connotazione sacrale, da religione civile, un fatto che, in una concezione sanamente laica della politica, dovrebbe restarne esente? Che a farlo sia per giunta un cattolico, mi sorprende particolarmente e mi sembra ancor più inappropriato. Non sarebbe meglio evitare di sacralizzare la politica? E se mai qualcosa dovesse essere sacralizzato da un presidente, siamo sicuri che sia proprio l’Unione Europea? A questo proposito, faccio sommessamente (e maliziosamente) notare che l’unica volta in cui la nostra Costituzione si concede una fuggevole allusione alla pericolosa sfera della sacralità politica, lo fa, guarda un po’, all’art. 52 comma 1, là dove afferma che «la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino»! (Patria, ecco un altro termine che non è venuto in mente a Mattarella, al posto di collettività). Secondo me, i costituenti potevano risparmiarselo anche lì: bastava “dovere”. Ma posso capirli perché in fondo erano in maggioranza nati nell’Ottocento ed era quello il linguaggio del tempo.

Veniamo alla sostanza, che è: sovranità nazionale vs sovranità europea. Sento dire che oggi qualcuno, per difendere il capo dello stato dalla critica di aver espresso una posizione non rispettosa del valore della sovranità nazionale come è concepita nella nostra Costituzione, chiama in causa l’articolo 11, sostendendo che lì si trovi la legittimazione costituzionale del progressivo trasferimento della sovranità dalla Repubblica Italiana all’Unione Europea che è in atto da tempo e che molte forze politiche vorrebbero oggi incrementare, accelerare e portare a definitivo compimento. A me però, se leggo quell’articolo, sembra impossibile non vedere che dice tutt’altro.

Nella prima parte dell’unico comma di cui è composto, esso afferma che «l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Il che vuol dire: non solo «come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli» – e fin qui sarebbero giustificate praticamente tutte le guerre possibili e immaginabili, perché una guerra non viene mai presentata come strumento di offesa alla libertà di un altro popolo! – ma anche «come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali» – e questo, invece, a prenderlo sul serio, delegittima praticamente tutte le guerre possibili e immaginabili, perché ognuna di esse si presenta precisamente come l’unico strumento possibile per risolvere una controversia internazionale. Sarà un limite mio, ma su questa base la vedo veramente dura giustificare costituzionalmente la partecipazione dell’Italia alla guerra in corso tra Russia e Ucraina!

Nello spirito di questo ripudio integrale della guerra – che ovviamente si può rifiutare, ma allora occorre cambiare la Costituzione – l’articolo 11 prosegue dicendo che l’Italia «consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo». Attenzione alle parole che sono, queste sì!, pesate al milligrammo e con grande giudizio, da costituenti che sapevano fare il loro mestiere: l’Italia «consente», non “promuove” (il verbo che adopera dopo) o “riconosce” o un qualsiasi altro termine. Il significato, benché implicito, mi pare chiarissimo e incontrovertibile: si tratta di un’eccezione all’indiscusso principio generale che uno stato sovrano non cede mai a nessuno la sovranità. La Costituzione dice che l’Italia «consente» alle «limitazioni» – e non alle cessioni o ai trasferimenti! – «di sovranità necessarie» – quindi occorre che siano necessarie, non basta che siano opportune o favorevoli – «ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni». Il nesso causale tra la prima e la seconda parte del comma è fortissimo e indispensabile per una corretta comprensione del testo: è proprio e solo perché l’Italia ripudia in modo assoluto la guerra che consente perfino alle limitazioni della propria sovranità, se questo è necessario per assicurare la pace. Il senso dell’articolo 11, dunque, è per converso che l’Italia non consente a limitazioni di sovranità che non siano necessarie ad un ordinamento che assicura la pace e la giustizia fra le Nazioni. Non consente, tanto per fare un esempio, ad una limitazione di sovranità in cambio di un vantaggio economico. C’è un’altra clausola imperativa: è necessario che ciò avvenga «in condizioni di parità con gli altri Stati». Ora mi chiedo: se sul piano formale questa condizione viene rispettata, lo è altrettanto nella sostanza? Qualcuno potrebbe decentemente sostenere, per esempio, che la Germania o la Francia hanno ceduto alla UE tanta sovranità quanto noi?

L’articolo 11 conclude affermando che l’Italia «promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo». Qui sì che “promuove e favorisce” e non si limita a consentire. Viene dunque prescritto un esplicito atteggiamento di favore dell’Italia nei riguardi delle organizzazioni internazionali volte ad assicurare «la pace e la giustizia fra le Nazioni». Ma di qui si evince anche, tra l’altro, che le limitazioni di sovranità a cui il testo ha fatto cenno in precedenza, devono intendersi riferite appunto alle organizzazioni internazionali definite da quel preciso scopo statutario.

La domanda, quindi, è non solo lecita ma doverosa: le cessioni di sovranità che sono state fin qui compiute a favore dell’Unione Europea e quelle che si vorrebbero compiere in futuro, rispondono ai requisiti costituzionali? Più in generale: dove si trova, nella Costituzione della Repubblica, l’appiglio per legittimare un processo di dissoluzione e assorbimento della sovranità nazionale nella sovranità di un (peraltro inesistente) superstato europeo, come quello che si sta mettendo in atto?

Naturalmente la Costituzione non è “sacra”, non è il Vangelo, e si può cambiare. Ma, appunto, bisogna cambiarla. Possiamo tollerare che venga brandita come un idolo quando fa comodo e calpestata impunemente quando dà fastidio, a seconda delle convenienze?

Leonardo Lugaresi

 


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