gravidanza feto
Feto e gravidaza

 

 

La riduzione della persona umana a merce nel capitalismo contemporaneo e le sue analogie strutturali con il totalitarismo

 

di Fabio Vessillifero

 

Introduzione e premessa di metodo

La presente indagine intende ricostruire in modo rigoroso uno dei processi più critici della contemporaneità: la progressiva erosione della dignità della persona umana e la sua riduzione a materia fluida, manipolabile e integralmente mercificabile. Attraverso un’analisi che intreccia la bioetica, il diritto costituzionale, la gnoseologia, l’economia politica e la storia delle istituzioni, emerge una convergenza strutturale tra l’odierna logica del capitalismo predatorio e finanziario e le dinamiche dei passati regimi totalitari, con particolare riferimento al nazional-socialismo. Sebbene i fini dichiarati differiscano — il profitto e l’autonomia individuale nel primo caso, la razza e la potenza dello Stato nel secondo —, i presupposti antropologici, la strumentalizzazione del sapere scientifico-accademico, la manipolazione mediatica e la subordinazione delle istituzioni politiche rivelano una medesima matrice: la negazione della persona come diritto sussistente e la sua riduzione a mezzo o risorsa.

La dissoluzione dei confini della vita 

Il punto di avvio di questa riflessione è costituito dall’evoluzione legislativa in materia di salute riproduttiva e bioetica nelle democrazie occidentali, di cui la recente approvazione del Prioritizing Patient Access to Care Act in Massachusetts, nell’agosto del 2026, rappresenta un fatto plastico. La rimozione totale dei limiti gestazionali temporali, oltre le ventiquattro settimane e fino al termine della gravidanza, affidata al mero giudizio clinico e unita all’eliminazione dell’obbligo di ricovero ospedaliero, testimonia un mutamento epocale. La vita umana nascente cessa di possedere una tutela oggettiva definita dalla norma e viene interamente consegnata alla valutazione soggettiva e alla prestazione tecnica.

Quando i confini della vita umana e la sua stessa dignità vengono legati a parametri di funzionalità, alla presenza di patologie o alla percezione soggettiva della qualità dell’esistenza, il valore della persona passa dall’essere un dato ontologico incondizionato a una concessione condizionata.

Questa svalutazione del dato corporeo si estende in modo pervasivo a tutte le fasi dell’esistenza. Nella fase nascente e prenatale essa si manifesta attraverso la produzione di embrioni in laboratorio, la selezione eugenetica pre-impianto e pratiche come la maternità surrogata, dove la gestazione viene parcellizzata e il nascituro viene trattato secondo logiche contrattuali di fornitura e controllo qualità. Nella fase terminale e della vulnerabilità essa opera attraverso la spinta verso l’eutanasia e il suicidio assistito, presentati dai media come atti di misericordia e liberazione, ma che di fatto normalizzano la soppressione degli anziani non autosufficienti, dei disabili e dei malati cronici, sollevando le strutture pubbliche e il mercato dai costi materiali dell’assistenza e della cura a lungo termine.

Il mercato e il corpo come materia inerte

Alla base di questa deriva vi è la penetrazione di una vera e propria neo-gnosi di mercato. La tradizione gnostica si caratterizza storicamente per il disprezzo e la svalutazione della realtà oggettiva del corpo, inteso come carcere accidentale o materia inerte priva di significato metafisico, da cui l’autocoscienza o la volontà soggettiva deve affrancarsi.

Il capitalismo tecno-finanziario ha fatto propria questa visione per precise ragioni strutturali. Innanzitutto vi è l’esigenza di eliminare il dato naturale. Se il corpo possiede una natura oggettiva, una struttura biologica provvista di senso e dei limiti intrinseci — come la finitudine, la differenza sessuale, il ritmo biologico, l’inviolabilità del concepito e del morente —, tali limiti costituiscono un ostacolo insuperabile all’espansione dei consumi e della valorizzazione del capitale.

In secondo luogo, la fluidità diventa lo spazio privilegiato del profitto. Ridefinita la corporeità come materia fluida, neutra e riprogrammabile, l’identità umana stessa si trasforma in un progetto d’acquisto a ciclo continuo. Il soggetto viene persuaso che la propria verità risieda nel desiderio soggettivo, da realizzare sul mercato attraverso interventi farmacologici, chirurgici e biotecnologici. Si compie così la reificazione dell’umano, in cui il corpo viene separato dalla persona: l’uomo non è il suo corpo, ma ha un corpo. Di conseguenza, tessuti, organi, gameti, funzioni riproduttive e intere fasi gestazionali diventano merci scambiabili, appartenenti a filiere industriali ad altissima redditività.

L’abbandono del realismo 

Dal punto di vista filosofico, la condizione di possibilità di questa trasformazione risiede nell’abbandono del realismo gnoseologico. Nel realismo classico, da Aristotele fino ad Antonio Rosmini, l’intelletto umano non crea la realtà, ma la riceve e la riconosce attraverso l’adeguamento dell’intelletto alla cosa. L’essere preesiste al soggetto e ne orienta l’azione; esiste un ordine intelligibile iscritto nella creazione che pone un limite invalicabile all’arbitrio della volontà e del potere.

A questo paradigma si è preferito sostituire un percorso speculativo che, muovendo dalla svolta soggettivistica di matrice kantiana, ha trovato il suo compimento nell’idealismo hegeliano e nel successivo costruttivismo post-moderno, divenuto la filosofia (o meglio il sofismo) egemone delle università e dei centri di ricerca occidentali. Se con Kant l’uomo non conosce più la cosa in sé ma organizza la realtà attraverso le proprie forme mentali, con Hegel cade ogni barriera tra soggetto e oggetto: la realtà esterna perde la sua estraneità e viene riassorbita, insieme alla mente che la pensa, nel medesimo divenire dinamico e storico dello Spirito.

Oggi il pensiero contemporaneo ha ripreso questa visione, ma l’ha spogliata di ogni senso religioso o metafisico: le forme della nostra ragione non sono più viste come leggi universali, ma come semplici prodotti della società e dei suoi rapporti di potere. La realtà, la corporeità e la natura non sono più considerate strutture dotate di una propria essenza oggettiva, ma semplici “costrutti sociali”, narrazioni, linguaggi e convenzioni culturali modificabili nel flusso della storia.

Ciò svolge una funzione strategica fondamentale per il capitale. Se la conoscenza non coglie un essere oggettivo, e se la realtà è soltanto un processo dialettico e storico plasmabile dal soggetto, la realtà stessa può essere riscritta da chi possiede il potere economico e mediatico di imporre le nuove categorie interpretative. Il pensiero accademico, svuotato dell’ancoraggio alla verità dell’essere e ridotto a un idealismo immanentista, si pone direttamente al servizio del mercato: se non esistono essenze o limiti naturali oggettivi, ogni aspetto del reale diventa materia manipolabile, destrutturabile e, infine, mercificabile.

L’influenza del capitale sui media e la manipolazione delle masse

Il capitalismo predatorio garantisce la propria egemonia attraverso il controllo sistematico dei grandi vettori dell’informazione, dell’industria culturale e delle piattaforme digitali. La manipolazione mediatica opera un vero e proprio capovolgimento semantico, travestendo l’eliminazione dei più deboli da atto di compassione e di civiltà. L’eliminazione delle vite fragili o non performanti non viene mai presentata come un’esigenza di risparmio economico o di pulizia sociale, ma viene rivestita del linguaggio dell’emancipazione, dei nuovi diritti, dell’autodeterminazione e della misericordia.

Attraverso campagne mediatiche orchestrate, l’opinione pubblica viene gradualmente sensibilizzata sulla necessità della rimozione della vulnerabilità. La solitudine del malato o dell’anziano viene spinta fino al punto in cui il soggetto stesso arriva a percepire la propria esistenza come un fardello irragionevole per i propri cari e per la società, invocando come scelta libera ciò che è in realtà l’esito di un abbandono sistemico.

Il condizionamento della politica e la post-democrazia

In questo contesto, la classe politica e le istituzioni di governo delle nazioni occidentali si trovano in una condizione di sostanziale subordinazione rispetto alle grandi concentrazioni di capitale mercantile, industriale e finanziario. Si è realizzata quella che la sociologia definisce post-democrazia.

Il potere ricattatorio dei mercati si esplica sui governi nazionali che, dipendendo dal finanziamento del debito sovrano sui mercati internazionali e affrontando la minaccia costante di delocalizzazione da parte delle multinazionali, vedono i propri margini di decisione politica ridotti al minimo. A ciò si aggiunge la selezione della classe dirigente, poiché risulta impossibile accedere ai vertici del potere politico senza essere ritenuti affidabili o presentabili dal grande capitale finanziario, il quale controlla i finanziamenti delle campagne elettorali, i centri di ricerca e la copertura mediatica.

Il meccanismo si salda infine attraverso le porte girevoli, ossia la continuità professionale tra i vertici delle banche d’affari, dei fondi d’investimento e i ministeri o le agenzie di regolamentazione. Questo trasforma la politica in una semplice esecuzione tecnica di direttive elaborate nei santuari della finanza globale, riducendo l’alternanza elettorale a un’illusione formale priva di una reale alternativa economico-antropologica.

Un tassello fondamentale di questa dinamica si rivela nell’azione coordinata delle formazioni politiche d’avanguardia ideologica e dei grandi network della finanza speculativa globale. Movimenti e partiti storicamente legati alla matrice radicale di Marco Pannella ed Emma Bonino, tradizionali apripista e detentori delle cosiddette “innovazioni sociali” in materia di dissoluzione dei vincoli etici e bioetici, beneficiano direttamente del sostegno economico e logistico di grandi fondazioni filantropiche internazionali. Il finanziamento erogato da speculatori e gestori di fondi globali come George Soros e le sue articolazioni di rete non rappresenta un mero atto di mecenatismo, ma la convergenza strategica tra l’agenda di sradicamento culturale e le esigenze del mercato tecno-capitalista. Attraverso la copertura finanziaria accordata a battaglie presentate come conquiste di liberazione individuale, il grande capitale privato finanzia e indirizza le riforme legislative degli Stati, imponendo percorsi normativi funzionali all’ingegneria sociale e alla trasformazione della vita stessa in un bene da acquistare sul mercato.

Il confronto con il nazional-socialismo di Hitler: analogie strutturali

Il confronto tra il sistema del capitalismo predatorio e il regime nazional-socialista rivela un’analogia impressionante nei metodi e nelle strutture di pensiero, pur nella diversità delle premesse ideologiche. Mentre il totalitarismo nazista assumeva la purezza della razza e la potenza dello Stato come parametro supremo, il capitalismo predatorio vi sostituisce il profitto, l’efficienza e la prestazione di mercato. Sul piano antropologico, l’uomo inteso come proprietà biologica dello Stato cede il passo all’uomo concepito come merce, consumatore o risorsa. Il criterio di valore muta dall’utilità biologica e militare per la comunità di popolo alla produttività, alla capacità di consumo e alla capacità di non gravare sulle casse dello Stato.

I meccanismi di selezione e controllo della vita mostrano una spaventosa continuità strutturale: la sterilizzazione coatta, l’aborto eugenetico obbligatorio e l’eutanasia di Stato del regime hitleriano trovano il loro corrispettivo moderno nell’aborto libero senza limiti temporali, nell’eugenetica selettiva d’acquisto e nell’eutanasia o suicidio assistito. La giustificazione ideologica della morte di grazia e della liberazione dal peso economico per la nazione si è oggi trasformata nella retorica dell’autodeterminazione, del diritto alla dolce morte e dell’atto di misericordia.

Questa continuità si radica nelle precise tappe storiche del totalitarismo biologico tedesco. Con la Legge sulla prevenzione delle tare ereditarie del 1933 venne introdotta la sterilizzazione forzata per i portatori di presunte malattie fisiche o psichiche. Nel 1935 si giunse all’introduzione dell’aborto eugenetico obbligatorio fino al sesto mese di gravidanza, eseguito contestualmente alla sterilizzazione delle donne considerate infeconde o portatrici di tare. La legislazione applicava un doppio standard normativo, con il divieto assoluto d’aborto pena la morte per le donne ariane con feti sani, considerati proprietà dello Stato, e l’obbligo o la promozione dell’aborto per feti disabili o popolazioni non ariane. Questo percorso culminò nel 1939 con l’eutanasia infantile e il programma Aktion T4, che portarono all’eliminazione sistematica di oltre duecentomila disabili e malati mentali, definiti propagandisticamente bocche inutili da sfamare.

In entrambi i casi, la barbarie si afferma quando si compie un calcolo contabile e utilitarista sul valore della vita fragile, e quando la scienza medica e l’accademia rinunciano al Giuramento di Ippocrate e al realismo per farsi burocrazia di selezione al servizio del potere di turno, sia esso il Partito-Stato o il Mercato globale. La persona viene così espropriata della propria dignità intrinseca per diventare un mezzo gestito da un’autorità esterna.

La Persona umana come Diritto Sussistente

La diagnosi condotta porta a una conclusione d’ordine etico, giuridico e metafisico indilazionabile: la persona umana non è proprietà dello Stato né è in funzione del Mercato. Al contrario, la lezione del personalismo ontologico — che si fonda sull’oggettività dell’essere e trova in Antonio Rosmini il suo vertice di approfondimento speculativo — insegna che la persona è il diritto sussistente, ossia l’origine, il principio e il fine ultimo di qualsiasi ordinamento giuridico, politico ed economico.

Lo Stato è una struttura servente, la cui sola legittimità risiede nel riconoscere e tutelare i diritti inviolabili che la persona possiede per natura, dal concepimento al suo termine naturale (Art. 2 delle Costituzione). Il Mercato è un mero strumento economico, ordinato a garantire le risorse materiali necessarie allo sviluppo integrale dell’uomo, senza mai potersi estendere alla mercificazione della vita, del corpo o delle relazioni (Art. 41 e 43 della Costituzione). Ogni istituzione, legge positiva o prassi economica che sovverta questa gerarchia, ponendosi contro la persona in qualsiasi suo stadio di sviluppo o situazione esistenziale di fragilità, perde la propria fondazione etico-giuridica e si colloca, rigorosamente, nell’ordine della criminalità e della perversione del diritto. Ripristinare il primato del realismo gnoseologico e della dignità assoluta della persona umana rappresenta l’unica via per sottrarre l’umanità alle nuove e sofisticate forme di barbarie del ventunesimo secolo.

 


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