Martina il Cuore e la Rosa

 

 

di Samuele Pinna



Quando ho iniziato a leggere la storia della piccola Martina Kluzer (Giovanna Pupillo Kluzer – Riccardo Caniato, Martina, il Cuore e la Rosa, Introduzione di suor Daniela Del Gaudio e Postfazione di Serafino Tognetti, Ares 2026), una bambina di sette anni morta di tumore, ho avvertito un duplice colpo allo stomaco. Il primo, umano: la sofferenza di una creatura così piccola non può lasciare indifferenti. Il secondo, spirituale: la sua fede limpida, radicale, sorprendente per l’età, obbliga a fermarsi e a interrogarsi. In un tempo in cui la spiritualità è spesso ridotta a un “fai-da-te” e il pensiero cristiano fatica a incidere persino nella vita dei battezzati, Martina si è fatta catechesi vivente, incarnando una theologia crucis che non concede vie di fuga.

La storia mi è stata consegnata dall’amico giornalista Riccardo Caniato, con cui condivido da anni una sintonia profonda, quella che nasce da uno sguardo comune sulla realtà. L’11 maggio 2026 mi aveva scritto: «Ti mando in anteprima un libro che firmo anche io, che racconta per bocca della mamma la storia della piccola Martina… Sarei felice se lo prendessi in considerazione tu». Accetto subito, ma la lettura procede lenta, come una gestazione: la vicenda è straordinaria, commovente, capace di mettere in discussione nel profondo.

Riccardo mi racconta che non c’è stato alcun progetto a tavolino. La sua attenzione verso la “santità dei bambini” nasce nel 2022, quando si imbatte nella storia di Davide Fiorillo, un bimbo calabrese morto di leucemia. Da lì un effetto domino: altre testimonianze, altre vite luminose. Bisogna specificare che quando si parla di “santità” lo si fa in senso lato, non spetta a nessuno se non alla Chiesa certificare l’eroicità di questi piccoli. Quello che s’intende è l’esemplarità di fede e di sequela a Gesù, dell’intimità con Dio e con la Madonna, che a lei si manifestava come la Maria Rosa Mistica della mariofania di Montichiari.

Ed è proprio lì, nell’estate del 2025, al Santuario delle Fontanelle, durante la mostra Piccoli splendori della gloria di Dio la mamma di Martina, Giovanna, si avvicina con discrezione all’organizzatrice per dirle: «Martina, prima di morire, mi ha fatto promettere di raccontare a tutti quanto Gesù e la Madonna ci vogliono bene». Da quel gesto nasce tutto: l’incontro con Riccardo, la revisione del testo, la pubblicazione. Il giornalista intuisce subito che non deve semplicemente occuparsi della curatela di un libro, ma che sta mettendo la penna al servizio di un testamento spirituale. Mi spiega il suo ruolo: non si è mai percepito come un ghostwriter né come un semplice curatore, ma si è sentito un testimone del testimone. Mi ha spiegato che ogni etichetta formale sarebbe stata riduttiva, mentre il suo contributo è stato soprattutto l’ascolto. Quando Giovanna gli ha consegnato il blocco dei suoi appunti – un insieme eterogeneo di ricordi, intuizioni, episodi luminosi e ferite ancora aperte – non gli ha chiesto di inventare nulla né di abbellire la storia. Gli ha domandato di darle una forma, di costruire un ordine narrativo attorno a un’esperienza che traboccava da ogni lato. Il suo intento era chiaro: evitare ogni forma di pietismo, ogni sdolcinatura, ogni rischio di trasformare la storia in un racconto falsato dalle emozioni. Ha voluto far arrivare la voce di Martina in una maniera pura. Per farlo, ha messo in gioco il proprio bagaglio: gli studi teologici su Montichiari, il lavoro sui Diari di Pierina Gilli, la conoscenza delle dinamiche spirituali legate alla devozione a Maria Rosa Mistica. Tutto ciò gli ha permesso di collocare la vicenda di Martina in un orizzonte più ampio, mostrando come ciò che è accaduto non sia un episodio isolato né una suggestione infantile o una favola consolatoria di una madre ferita da un dolore indicibile. Lo considera, piuttosto, un tassello preciso di quella che lui chiama una “rivoluzione dei piccoli”: un movimento silenzioso, sorprendente, che attraversa la Chiesa e il nostro tempo. Se Giovanna ha custodito la memoria, Riccardo ha prestato la sua penna e lo ha fatto nella convinzione che la storia di Martina non appartenga soltanto a una famiglia, ma parli a tutti: credenti e non credenti, adulti e bambini, chi soffre e chi cerca un varco di luce. Del resto, padre Serafino Tognetti, nella Postfazione, coglie il punto decisivo: la santità dei bambini come “segno dei tempi”, antidoto alla deriva contemporanea di una società sempre più ripiegata su di sé. Mentre oggi la predicazione rischia di appiattirsi sulle sole questioni sociali, questi piccoli afferrano d’istinto il mistero più “scandaloso” del Cristianesimo: il valore redentivo della croce. E a colpire – in tutta questa vicenda – è la libertà disarmante di Martina. Se all’inizio potrebbe sembrare una tragedia umana, in realtà rivela qualcosa di incredibile. Per questo decido di incontrare i genitori: intuivo che la loro testimonianza richiedesse un ascolto diretto. Parlando con loro, comprendo il tocco discreto della grazia: «Marti – mi confida la madre – fino al suo ultimo respiro ci ha voluto dire che più forte della morte è l’amore». È un messaggio che Giovanna e Claudio cercano di vivere ogni giorno, perché la loro primogenita ha trasformato la loro fede: «Avevamo ricevuto i Sacramenti perché si usava, ma non andavamo a Messa», mi confidano. Eppure, fin da piccola, Martina portava dentro un mistero che durante la malattia si è fatto più evidente: maturità insospettabile, libertà verso gli altri, capacità decisionale sorprendente.

La sua fede era semplice e radicale: chiedere tutto a Gesù e a Maria, in ogni circostanza. Durante la cura giunge addirittura a rifiutare la morfina per restare lucida e comunicare con loro, offrendo il suo dolore per gli altri bambini dell’Istituto dei Tumori, dove era in cura. Non attribuisce a nessuno il male ingiusto che subisce, ma si affida a Dio in ogni istante della sua esistenza così preziosa. Accoglie il disegno di Dio su di lei – ammalta poi miracolosamente guarita e poi di nuovo malata – con la stessa obbedienza del Cristo: «Come Gesù che nel Getsemani e sulla croce accetta la volontà del Padre – si legge nel libro –, Martina accoglie la malattia e la recidiva con un “Sì” alla Madonna, offrendo ogni dolore per la salvezza degli altri. E da quel momento dà prova di una serenità, di un coraggio, di una pace ancora maggiori che è impensabile immaginare che possa avere attinto da sé stessa» (p. 237). 

Ascoltando Giovanna e Claudio capisco che desiderano diffondere la speranza che Martina ha incarnato: «Io la sento, anche adesso – confida la madre –. È una presenza discreta, quotidiana». Il padre aggiunge: «Sarebbe egoista dire: è nostra, la teniamo per noi». Per questo la storia va condivisa nella consapevolezza che «farà il bene che è chiamata a fare».

(Samuele Pinna è un sacerdote)

GIOVANNA PUPILLO KLUZER – RICCARDO CANIATO

Martina, il Cuore e la Rosa

Introduzione di suor Daniela Del Gaudio e Postfazione di Serafino Tognetti, Milano, Ares, 2026, 263, € 18,00.

 

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