Da un articolo dello scrittore e giornalista Rod Dreher, l’autore de Opzione Benedetto, che ci parla del suo colloquio avuto con Maria Wittner, un’eroina della fallita rivoluzione ungherese del 1956 contro il comunismo.

L’articolo è stato pubblicato sul blog di Rod Dreher, e la traduzione è a cura di Elisa Brighenti.

Maria Wittner (foto dal blog di Rod Dreher)

Maria Wittner (foto dal blog di Rod Dreher)

 

Ho trascorso parte del pomeriggio seduto con Maria Wittner, un’eroina della fallita rivoluzione ungherese del 1956 contro il comunismo. L’ho intervistata per il mio progetto di libro su come resistere all’imminente totalitarismo. Come ogni altra persona che ho intervistato che ha vissuto un “duro totalitarismo” (vale a dire il comunismo), la signora Wittner crede che siamo sulla buona strada per una versione nuova e molto diversa dello stesso.
“Allora, sapevi dove si trovava il tuo posto e dove si trovava il posto del nemico”, ha detto, degli anni del comunismo. “I due si opponevano. La situazione attuale è un po’ come quando un bambino ha Play-doh (materiale plastico con diversi colori modellabile, normalmente utilizzato come gioco dai bambini, ndr). All’inizio ci sono colori distinti, ma se il bambino continua a mescolarli insieme, tutto diventa un grosso grumo marrone. “
Questo è un ritornello familiare nelle mie interviste con ex dissidenti: che oggi è molto più difficile discernere le linee nemiche. Non fu questo il problema per la diciannovenne Maria Wittner quando la ribellione antisovietica scoppiò a Budapest nel 1956 (leggi la sua storia qui). Prese le armi contro i comunisti.

Ha portato schegge conficcate nella sua schiena per quasi 25 anni. Ha trascorso 11 anni in prigione per il suo ruolo nella Rivoluzione.

Maria Wittner da giovane partigiana (foto dal blog di Rod Dreher)

Maria Wittner da giovane partigiana (foto dal blog di Rod Dreher)

 

 

Ricordava così la prigione:
Ogni giorno sentivamo le persone portate all’esecuzione. C’era un’esecuzione ogni giorno o a giorni alterni , mediante impiccagione. Le persone venivano portate all’esecuzione, ognuna pronunciava il proprio nome ad alta voce e lasciava una sorta di messaggio nelle ultime parole. Alcuni  cantavano l’inno nazionale, altri elogiavano il loro paese, c’erano persone che dicevano “vendicami”. Ci furono i giorni in cui furono impiccate diverse persone, anche sette al giorno. Anche la mia amica Catherine venne condannata a morte. Trascorremmo la nostra ultima notte insieme nella cella. Ci salutammo la mattina. Le guardie la presero. L’ultima visto che ebbi di lei  fu che si raddrizzò e andò con la schiena diritta. La porta si chiuse e poi rimasi sola. Iniziai a bussare alla porta, gridando: “Riportatela indietro!” Anche se sapevo perfettamente che non sarebbe servito a nulla. Poi sono svenuta. Quando sono tornata in me, ho giurato a me stessa che non avrei taciuto mai quello che avevo visto, se avessi avuto l’opportunità di testimoniare.
Maria proseguì.
“Ho pensato molto alla paura, in quanto tale. Che cos’è la paura? Qualcuno che ha paura sarà costretto a fare le cose più cattive. Se qualcuno non ha paura di dire di no, se la tua anima è libera, non c’è niente che possano farti ”
Mi guarda forte, con i penetranti occhi grigio-blu.
“Alla fine, coloro che hanno paura finiscono sempre peggio dei coraggiosi.”
Quando vedi stronzate politicamente corrette, Maria Wittner, che è andata nel braccio della morte in una prigione comunista perché non tollerava le loro bugie, crede che dovresti alzarti e parlare. Mi ha messo il dito in faccia oggi per dirlo. Lei ha ragione. Che tosta, che donna tosta.
Questa città ha più di una donna come questa. Dio, adoro questa cosa.

 

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