Madonna

 

Il dramma del Sì libero, la sconfitta dell’orgoglio ribelle e l’innesto della creazione nella Trinità.

 

di Fabio Vessillifero

 

PARTE SECONDA: LA VERGINE NELL’INNO DELL’AKATHISTOS

Se nella prima parte della riflessione abbiamo esplorato l’orizzonte latino e scolastico — contemplando la tensione della disianza dantesca alla luce della grazia preveniente, il dramma della libertà umana davanti all’etterno consiglio e la radice teologica della mediazione universale di Maria nel suo legame con il Figlio —, nella seconda parte entriamo nel cuore pulsante della spiritualità dell’Oriente cristiano per scoprirvi il medesimo fervore. Qui, il mistero della mediazione mariana si fa liturgia cosmica e canto orante. L’inno Akathistos — termine greco che significa letteralmente «non seduti», a indicare l’atteggiamento di reverente stupore con cui va cantato — rappresenta il più antico e celebre monumento mariano della Chiesa bizantina. Composto nel V secolo, questo testo non è soltanto una lirica di lode, ma un monumentale compendio dogmatico in cui la teologia dei Padri trasforma la dottrina della Mediazione in poesia sacra, celebrando la ricapitolazione della storia, il travaglio della nuova creazione e la divinizzazione dell’uomo attraverso il grembo della Vergine, dispensatrice di ogni dono (per il testo completo vedi qui):

«Ave, per cui risplende la gioia;
Ave, per cui la condanna dilegua.
Ave, salvezza di Adamo caduto;
Ave, riscatto del pianto di Eva.
Ave, altezza inaccessibile a mente umana;
Ave, abisso impenetrabile agli occhi degli angeli.
Ave, perché sei trono del Re;
Ave, perché porti Colui che tutto sostiene.
Ave, stella che sveli il Sole;
Ave, grembo del Dio che s’incarna.
Ave, per cui si rinnova il creato;
Ave, per cui l’Autore nasce bambino.»
Ave, Sposa non sposata!

Ave, Tu guida al  consiglio;
Ave, Tu prova d’asupernorcano mistero.

Ave, Tu il primo prodigio di Cristo;
Ave, compendio di sue verità.
Ave, o scala celeste che scese l’Eterno;
Ave, o ponte che porti gli uomini al cielo.
Ave, dai cori degli Angeli cantato portento;
Ave, dall’orde dei dèmoni esecrato flagello.
Ave, la Luce ineffabile hai dato;
Ave, Tu il «modo» a nessuno hai svelato.
Ave, la scienza dei dotti trascendi;
Ave, al cuor dei credenti risplendi.

 

1. Lo spazio del Mistero: la carne come scala e ponte celeste

Entrare nel cuore dell’inno Akathistos significa lasciarsi alle spalle le categorie puramente sillogistiche della Scolastica occidentale per abbracciare una teologia che non si definisce attraverso formule astratte, ma si canta e si contempla nella sua dimensione ontologica, cosmica e sacramentale. Se in Occidente la riflessione sulla mediazione mariana ha talvolta rischiato di appesantirsi in termini giuridici o morali — quasi che Maria fosse semplicemente un’intermediaria che perora la nostra causa presso un Figlio da placare —, l’orizzonte dell’Oriente cristiano ribalta questa prospettiva. Qui, Maria è Mediatrice perché è lo spazio relazionale e fisico in cui avviene l’unione dei due mondi, il divino e l’umano. La sua mediazione non è un ufficio estrinseco o una concessione formale, ma è inscritta nella sua stessa corporeità di Vergine e Madre, diventando l’ambiente vitale dentro cui si compie la salvezza.

Questo doppio movimento, discendente e ascendente, emerge fin dalle prime stanze narrative dell’inno attraverso immagini spaziali e architettoniche di rara potenza. Quando l’orante acclama Maria dicendo: «Ave, o scala celeste che scese l’Eterno; Ave, o ponte che porti gli uomini al cielo», e ancora, «Ave, o tu che congiungi opposte grandezze», sta descrivendo la struttura stessa della mediazione. Maria è la Porta del Transito: da un lato permette all’Infinito di contrarsi nel finito, offrendo al Verbo la via per farsi carne; dall’altro si offre come quel passaggio sicuro su cui l’umanità può camminare per scavalcare l’abisso della colpa e della morte, ascendendo alla divinizzazione (theosis). Non siamo di fronte a uno schermo che si frappone tra il credente e Dio, ma a uno snodo vivente in cui l’Inaccessibile si rende accessibile, dimorando in mezzo a noi.

2. Nuova Eva e sorgente sacramentale della creazione

La comprensione di questo mistero si radica nell’antica e solida analogia della ricapitolazione, formulata già nei primi secoli da sant’Ireneo di Lione, che descrive la salvezza come un’esatta e simmetrica equazione cosmica. Se l’umanità creata “maschio e femmina” era caduta a causa della disobbedienza di Adamo e della complicità attiva di Eva, la redenzione non poteva essere un rinnovamento a metà, privo della controparte femminile. Cristo, Nuovo Adamo tratto da una terra vergine, esige accanto a sé Maria come Nuova Eva, la vergine obbediente che scioglie con la sua fede il nodo stringente che la prima donna aveva stretto con la sua incredulità. Questa corrispondenza speculare restituisce alla salvezza la sua pienezza relazionale, mostrando che l’alleanza tra Dio e l’uomo si compie restaurando l’armonia originaria ferita nel giardino dell’Eden, cantando a colei che guarisce la frattura iniziale: «Ave, terra promessa da cui fluisce miele e latte; Ave, tu che riapri l’antico paradiso».

Anche la coscienza cristiana occidentale è rimasta talmente affascinata da questa perfetta simmetria da averne rintracciato l’eco persino nella struttura stessa delle parole, celebrando nel saluto dell’angelo il riscatto dell’umanità. Come ricorda il celebre inno liturgico latino Ave Maris Stella, l’annuncio rivolto a Maria capovolge letteralmente le lettere del nome di Eva (Eva/Ave), trasformando la parola che era stata l’origine del pianto e della dispersione in un grido di pace e di riconciliazione: Sumens illud Ave Gabrielis ore, Funda nos in pace, Mutans Hevae nomen (qui). L’obbedienza di una sola donna di carne diventa così la porta regale attraverso cui la luce dell’eterno entra a rischiarare le tenebre del nostro esilio terreno.

Nel cuore di questo travaglio, la morte di Cristo sulla croce si rivela come l’evento generativo per eccellenza, dove il costato squarciato del Salvatore diventa l’utero della nuova creazione. Dalla ferita aperta del Nuovo Adamo addormentato sulla croce escono il sangue e l’acqua, che la tradizione patristica legge come il liquido amniotico e la linfa vitale dei sacramenti della Chiesa, la placenta spirituale in cui l’umanità viene rigenerata alla Vita Nuova. In questo scenario di morte che si fa sorgente, Maria esercita un vero e proprio sacerdozio materno: non è una spettatrice passiva ma la custode di questa rinascita, colei che riceve l’umanità lavata da quel sangue e da quell’acqua, accompagnando il passaggio della creazione dalla schiavitù del peccato alla libertà dei figli di Dio. È a questo travaglio generativo e salvifico che risponde con gioia il grido della liturgia bizantina: «Ave, tu che sveli la vita novella; Ave, tu che guidi al porto del cielo».

3. Chiara fontana di grazia e nutrimento dei fedeli

Questa dottrina si fa ancora più esplicita quando l’inno affronta il ruolo di Maria come reale dispensatrice dei doni dello Spirito, radicando nel vissuto ecclesiale il titolo di Mediatrice di tutte le grazie. Sulle labbra del piccolo Giovanni Battista, che sussulta nel grembo di Elisabetta al solo udire il saluto verginale, la liturgia bizantina fa fiorire espressioni di un realismo sorgivo: «Ave, Tu campo che frutti ricchissime grazie; Ave, Tu mensa che porti pienezza di doni», fino a salutarla apertamente come «datrice di beni divini». È chiaro che in questa visione Maria non possiede la grazia come fonte originaria — la sorgente rimane unicamente Cristo, il “divino Cultore” —, ma ne è il campo ubertoso e la mensa preparata. Significa che nessun dono dello Spirito Santo raggiunge la terra se non passando attraverso questo Grembo sacro; lei è la «ministra di sante delizie» e la «coppa che versa letizia». La Grazia divina, per poter essere assimilata dalla nostra fragile natura, deve essere per così dire “umanizzata” e donata attraverso la sollecitudine di una Madre.

4. Faro di scienza contro l’orgoglio razionalista e ribelle

Un aspetto straordinario e di sconvolgente attualità dell’inno risiede poi nel riconoscere a Maria il ruolo di Mediatrice della vera conoscenza teologica, ponendola come baluardo contro l’orgoglio razionalista e le speculazioni dei sapienti di questo mondo. Con un’ironia tagliente e poetica, il testo afferma che davanti a lei «gli oratori brillanti come pesci son muti […] del tutto incapaci di dire il modo in cui Vergine e Madre Tu sei», poiché «la scienza dei dotti trascendi e al cuor dei credenti risplendi». Il mistero della maternità verginale e della mediazione materna si fa così scoglio invalicabile per chiunque pretenda di analizzare la fede con le sole armi di una ragione disincarnata. Chi cerca di bypassare la carne della Madre, derubricando il suo ruolo a un “rischio” o a un’esagerazione devozionale, cade inevitabilmente nella cecità dei «sottili dottori fatti stolti» e degli «autori di miti». Al contrario, Maria si rivela «faro di scienza» per i semplici, per quel Popolo di Dio (i “Pescatori”) che sa accostarsi al Mistero con l’umiltà del cuore.

È proprio in forza di questa perfezione realizzata che Maria si rivela come l’essere più odiato e temuto dalle potenze del male. Satana, che nella sua superbia intellettuale e spirituale aveva dovuto rifiutare il piano di Dio, vede in Maria il compimento perfetto del progetto primordiale sulla creazione: un’umanità trasparente, interamente divinizzata per grazia (theosis), pienamente abitata dall’Altissimo. L’odio del Tentatore per la Vergine non è generico, ma nasce dalla sua insostenibile sconfitta consumata non per mezzo di una forza gloriosa ed esteriore, ma attraverso l’umiltà e la fragilità di una sola donna di carne. Maria rappresenta lo specchio intatto che riflette la gloria che l’orgoglio ribelle ha perduto per sempre, incarnando l’altezza ineffabile di una santità che supera ogni comprensione creata: «Ave, altezza inaccessibile ai pensieri umani; Ave, abisso impenetrabile anche agli occhi degli angeli».

Questa ostilità radicale affonda le sue radici prima dell’inizio del tempo, nella prova originaria che determinò la caduta degli spiriti celesti. Molti dottori e mistici hanno ravvisato la causa della ribellione di Lucifero nella rivelazione del mistero dell’Incarnazione, nel momento in cui agli angeli fu chiesto di adorare il Verbo che si sarebbe fatto carne, assumendo una natura materiale e inferiore alla loro, e di venerare colei che ne sarebbe stata la Madre. L’orgoglio dell’angelo più splendido non tollerò di piegarsi dinanzi alla debolezza della polvere umana innalzata al di sopra dei cieli; rifiutando questo disegno di umiltà divina, egli scelse la via del proprio isolamento. Maria, accettando di farsi serva del Signore, calpesta perennemente la testa del dragone ribelle, celebrando la vittoria della carne debole e obbediente sulla superbia dello spirito disincarnato, così come acclama l’inno dell’Akathistos: «Ave, tu che abbatti i tiranni crudeli; Ave, tu che spegni le fiamme dell’errore».

5. Custode del destino del mondo e porta della Trinità

La portata di questa mediazione valica infine i confini delle anime singole per assumere una dimensione cosmica ed ecclesiale, rintracciando nella figura della Vergine il compimento delle grandi immagini dell’Esodo. L’Akathistos la saluta come «colonna di fuoco che guidi nel buio», «riparo del mondo più ampio che nube» e «mistica terra promessa». Lei è la custode del nuovo Israele nel deserto della storia, «torre possente» per la Chiesa e «vessillo splendente di grazia». La sua presenza è talmente legata all’opera del Figlio da essere definita «dai cori degli Angeli cantato portento» e «dall’orde dei dèmoni esecrato flagello».

Davanti a questa immensità, comprendiamo infine la spaventosa e reale gravità della libertà umana, che si sottrae a qualsiasi determinismo o fatalismo teologico. Se Maria avesse pronunciato un “No” alla proposta divina, quel rifiuto non sarebbe stato una parentesi facilmente sostituibile da un piano alternativo, ma avrebbe sancito la nostra fissazione definitiva e radicale alla caduta originaria, chiudendo l’ultima porta della speranza. Dire che Dio avrebbe salvato l’uomo in un altro modo svuota di valore la libertà della Vergine, riducendo la sua fede a un dettaglio accessorio. La drammaticità di quel momento rivela un Dio che accetta il rischio del rifiuto per salvaguardare la verità dell’amore. Il trionfo del suo “Sì”, cantato dalle preghiere dei Padri orientali e celebrato nella liturgia come l’Amen del cosmo, si unisce alla lode incessante che la riconosce custode del riscatto finale: «Ave, stella che sveli il Sole; Ave, inizio dei prodigi di Cristo».

Tutto questo grandioso impianto teologico si risolve e trova il suo vertice nella trepidante preghiera d’intercessione della stanza finale, la ventiquattresima, dove l’universo intero si stringe attorno alla Madre: «Grande ed inclita Madre, Genitrice del sommo fra i Santi, Santissimo Verbo, or degnati accogliere il canto! Preservaci da ogni sventura, tutti! Dal castigo che incombe Tu libera noi». In questa invocazione suprema, che risuona in perfetta consonanza con il grido di san Bernardo nel Paradiso dantesco, Maria si erge come «supplica al Giudice giusto» e «perdono per tutti i traviati». È lei che, con la sua clemenza materna, si interpone per arrestare il castigo e donare la salvezza. L’altare d’Oriente e quello d’Occidente si fondono così in un unico e armonioso accordo: Maria è la «Tenda del Verbo» e l’«Arca da Spirito aurata», l’ambiente divino e umano in cui l’umanità ferita viene lavata dall’acqua e dal sangue dei sacramenti, guarita nel corpo e nell’anima, e finalmente riaccompagnata a prendere parte alla danza d’amore eterna della Santissima Trinità. In questa concorde vittoria dei cieli si inserisce l’eco immortale dell’ultimo canto del Paradiso di Dante, dove la mente umana, percossa da un fulgore divino, vede il proprio desiderio e la propria volontà pacificamente mossi dall’amore eterno che regola il cosmo.

 


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