Marcia per la vita 2020

 

 

di Giorgia Brambilla

 

Quando non sei mai stato alla Marcia e ci vai per la prima volta, ti aspetti di trovare un gruppetto di persone tristi e noiose, che sono sempre “contro” qualcosa. Ma poi, quando dalla stazione Termini di Roma ti avvicini a piazza della Repubblica e cominci a vedere palloncini, a sentire musica, a contare bimbi e passeggini, ma anche suore, sacerdoti, giovani.. ti accorgi che c’è un popolo che combatte la “buona battaglia” per la vita senza compromessi e che questo popolo è ricco di una gioia contagiosa.

Eppure, la Marcia viene spesso silenziata e non solo a livello civile – le locandine non si trovano in giro e quanti di voi possono dire di averle viste in parrocchia? Probabilmente, perché chi partecipa alla Marcia prende una posizione inusuale e scomoda: rifiutare non solo l’aborto – e con esso anche tutti gli altri crimini contro la vita umana, come ad esempio l’eutanasia o la fecondazione artificiale – ma anche le leggi che permettono tali crimini, in Italia e nel mondo.

Quest’anno, a causa della pandemia, purtroppo, non è stato possibile manifestare per la vita in occasione del decimo anniversario della Marcia. Tuttavia, era importante esserci, anche se virtualmente. Ed è per questo che si è organizzato l’evento “Connessi per la vita”. Per tutta questa settimana, professionisti di varie discipline e personaggi del mondo pro life hanno dato il loro sostegno con video di stampo formativo, testimonianze, saluti, fino a ieri, quando – nell’ora in cui tradizionalmente il popolo prolife è in Marcia nelle vie del centro di Roma – si è tenuto un “Live” trasmesso dall’emittente EWTN.

Poiché quest’anno la Marcia voleva concentrarsi soprattutto sul rapporto tra aborto e legge, in questo breve contributo, proviamo a riflettere sul perché la Legge 194 appaia – anche nel contesto politico e dell’associazionismo cattolico – quasi come un’ingiustizia intoccabile.

Le legislazioni abortiste si sono affermate attraverso un passaggio graduale che ha fatto leva su due elementi: i mass media e alcuni aspetti della cultura dominante; tra questi, spicca senz’altro l’individualismo, che in Bioetica delineiamo come “modello etico liberal-radicale”, quello cioè che considera l’autodeterminazione alla base dell’etica, partendo dal non-cognitivismo, ovvero dall’inconoscibilità dei valori. In pratica: non ha importanza che un atto sia o meno moralmente giusto, ciò che conta è che il soggetto sia libero di fare ciò che egli crede sia giusto per sé, senza ledere gli altri.

Questa dovrebbe essere una posizione, anche solo per amor di logica, da combattere, svelandone l’erroneità. Eppure, nel dibattito sull’aborto, non sempre avviene questo. Anzi. Potremmo dire che siamo di fronte a tre schieramenti anziché due. C’è la bandiera di chi è a favore dell’aborto; c’è quella di chi ritiene la vita umana inviolabile e indisponibile e che per questo considera qualsiasi legge che vada contro questo principio inapprovabile (se ancora non c’è) e inaccettabile (se è già in vigore); e poi c’è chi è contro l’aborto, ma pensa che la legge non si possa (o debba) abrogare, perché “bisogna fare i conti con la realtà”, ma soprattutto con la libertà della donna.

Se non stupisce che la fetta di intellettuali pro choice difenda come “intoccabile” la legge che dal 1978 permette in Italia che una gravidanza venga deliberatamente interrotta, esaltando questa come “scelta morale”, crea confusione, se non addirittura sgomento, che coloro che si dovrebbero battere contro questa legge, moralmente e giuridicamente ingiusta, arrivino a sostenere che essa sia soltanto “imperfetta” o addirittura “mal applicata”, perdendo di vista, anch’essi, il protagonista in questione: il concepito.

Come abbiamo avuto già modo di spiegare (qui), un approccio pro life che ritenga la 194 “indiscutibile” è moralmente erroneo, così come un approccio “procedurale” che miri a contrastare l’aborto nella pratica, senza però andare alla radice dell’idea abortista – che passa anche attraverso la legge – è controproducente, oltre che motivo di confusione delle coscienze.

Con questo nessuno nega che a livello pratico ci siano tantissime persone di buona volontà che si adoperano continuamente per salvare vite umane; ma questo non può essere fatto senza affermare allo stesso tempo che la legge 194 è una legge gravemente ingiusta anche per la sua valenza educativa: «se lo Stato lo permette, non è un male, no?» – taluni pensano. Il rischio è, infatti, di abbracciare la stessa mentalità pro choice.

La 194 uccide. Se si tace su questa verità o addirittura si parla di buona legge significa assumersi una responsabilità diseducativa devastante. La 194 non è una buona legge, non è una legge da “applicare”. È una legge gravemente ingiusta. È una legge che fa sì che ci siano uomini che hanno potere di alzare o abbassare il pollice sulla vita di altri uomini che non hanno nemmeno la possibilità di difendersi.

Ed è proprio contro la cultura della scelta che il popolo della Marcia con coraggio oppone il suo laico, minoritario, politicamente scorretto “no”. Senza se e senza ma. L’aborto è l’uccisione deliberata di un essere umano in-nocente (che non nuoce) – cosa che per i cattolici è un peccato talmente grave da gridare al cospetto di Dio come l’omicidio di Abele – e nessuna legge potrà mai trasformare questo delitto in diritto.

Nostro compito è fare in modo che lo splendore della verità morale non sia offuscato nel costume e nella mentalità delle persone e della società fino alla crisi più pericolosa che può affliggere l’essere umano: «la confusione tra cosa è bene e cosa è male» (Veritatis Splendor n.94).

La società, ma anche le persone che ci stanno a fianco hanno bisogno che queste idee siano “corpo”, c’è bisogno di dare una testimonianza concreta, non basta essere d’accordo, bisogna attestarlo in maniera esplicita e manifesta. Ed è per questo che il 22 maggio 2021, a Dio piacendo, ci troveremo ancora una volta a marciare per la vita, per attestare che c’è il momento del dialogo, ma poi arriva il momento di decidersi da che parte stare, anche perché, si sa.. a Dio i tiepidi non sono molto graditi.

 

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