Chiesa irlandese diroccata

 

 

Domenica VI del Tempo Ordinario

(Anno C)

(Ger 17,5-8; Sal 1; 1 Cor 15,12.16-20; Lc 6,17.20-26)

 

di Alberto Strumia

 

– La prima lettura di questa domenica inizia con una “maledizione” che il profeta Geremia riferisce come pronunciata da Dio stesso nei confronti dell’uomo: «Maledetto l’uomo che confida nell’uomo».

Fa una certa impressione essere “maledetti” da qualcuno, e da Dio, poi… Anche se non si crede in Lui, anche solo per superstizione (non si sa mai…), una maledizione fa una pessima impressione su chi ne è fatto oggetto.

Ma non si tratta, qui, di una “cattiveria” di un dio che, avendo il potere, se la prende con chi sta sotto di lui per il gusto di tormentarlo, sapendo che non può difendersi. Questo lo fanno gli uomini gli uni contro gli altri, quando non hanno che un modo rabbioso di vivere!

Si tratta, piuttosto, qui della “constatazione” di una situazione di fatto. Se il singolo essere umano, se una società umana, se l’umanità nella sua totalità presume di vivere meglio «allontanando il suo cuore dal Signore», che ne sia consapevole o meno, si fa del male: così facendo si rende maledetta con le sue mani, perché ha perso il senso della realtà, vivendo di illusioni ideologiche che non funzionano.

E Dio, per richiamare l’errante alla verità, glielo rivela senza mezzi termini.

Così l’uomo che confida solo nell’uomo, non considerando Dio Creatore come Qualcuno di reale dal quale non si può prescindere per affrontare la vita:

= è maledetto come “soggetto”, perché l’appellativo “uomo” è “detto male” di lui come “soggetto” che esiste e agisce, non gli si addice più, perché è divenuto un essere “disumanizzato” rispetto alla sua vera natura di “creatura razionale”;

= ed è maledetto come “oggetto”, perché diviene “oggetto” del male che gli altri fanno inevitabilmente nei suoi confronti: tutto e tutti, il cosmo intero gli diviene ostile, nemico, compreso “il suo io” («non vedrà venire il bene, dimorerà in luoghi aridi nel deserto, in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere»).

Al contrario c’è la “benedizione” dell’uomo che conosce, grazie alla ragione e soprattutto alla fede nella Rivelazione, di essere creato da Dio («Benedetto l’uomo che confida nel Signore») e salvato perfino dal suo “primo errore” , quello che la Bibbia descrive fino dal libro della Genesi, “il peccato originale” (cfr., Gen 3). Un errore indotto dalla tentazione di Satana, che ha falsato la conoscenza della realtà e guidato l’essere umano ad un comportamento autodistruttivo. Anche quando tutto sembrerà essere dominato dal male prodotto da coloro che sono stati intrappolati dall’errore satanico, più o meno consapevoli della corrente che li pilota, colui che è illuminato dalla ragione e dalla fede in Cristo «non smette di produrre frutti» e questi resisteranno per l’eternità.

– Il salmo responsoriale mette in luce questa “durevolezza del bene” («le sue foglie non appassiscono»), confermando quando detto dal profeta nella prima lettura.

– La seconda lettura punta direttamente sulla fede in Cristo Risorto, come unica via di salvezza dalla “maledizione” nella quale versa l’umanità. Annacquare il cristianesimo riducendone la portata soprannaturale ad una sorta di umanitarismo socio-politico (questo significano le parole «l’uomo che confida nell’uomo»), porta inevitabilmente a perdere la fede nella Sua Risurrezione, ritenuta, ormai un’inutile appendice mitologica della quale liberarsi. Quanto pensiero filosofico-ideologico, lungo la storia dell’umanità, ha cercato di “liberare” il cristianesimo dal suo legame oggettivo con Dio in Cristo, tacciandolo per “mito religioso”, con l’intento di impossessarsi del “segreto cristiano”, per usarlo a proprio uso e consumo come un’ideologia politica da realizzare con le sole forze umane, quasi fosse una formula magica da padroneggiare.

E oggi ci siamo ancora dentro fino al collo! Siamo arrivati, ormai, alle estreme conseguenze di questo errore originario.

Dissolvere il cristianesimo in una poltiglia di pseudo-religiosità pagana, o in un qualche fanatismo combattente, o ad un’ispirazione che sostituisce la carità con l’umanitarismo sociale, non restituisce una vita giusta sulla terra, né tantomeno prospetta una vita eterna. Non solo i non credenti, ma anche gli stessi credenti, possono rischiare di impossessarsi del cristianesimo presumendo di realizzarlo con la loro bravura: ma questo è il massimo dell’orgoglio… Attenzione sembra dire: Cristo non ha realizzato un progetto solo e prima di tutto terreno («Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini»).

– Il Vangelo delle “Beatitudini” prospetta quel modo di guardare a se stessi facendosi “prestare” gli occhi da Cristo, per vedere, mediante la fede, nella profondità delle cose, quella parte che sfugge ad uno sguardo superficiale, ma che è quella per cui vale la pena affrontare il pellegrinaggio dell’esistenza. Le Beatitudini puntano tutte lo sguardo sull’eternità – il “non ancora” – e non sulla terra, nella quale, lo sguardo sull’eternità, consente comunque di vivere un “già” («già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi», Mc 10,30). Ma se si omette, come fosse qualcosa di evanescente, di puntare lo sguardo sul “non ancora” (l’eternità), anche il “già” finisce per svanire. Ogni verbo, ogni espressione delle Beatitudini è al “futuro” («sarete», «riderete», «nel Cielo») come in una promessa.

E anche la “maledizione”, già iniziata sulla terra, proseguirà nel Cielo, se ci si ostina («avrete fame», «sarete nel dolore e piangerete»). Quasi come dicesse: avete voluto fare da soli sulla terra, avete puntato tutto sul vostro orgoglio? Bene! Avete il diritto di restare eternamente in quello che avete scelto. Questo è ciò che in linguaggio cristiano si chiama “Inferno”.

Dio “prende sul serio” le sue creature razionali (Angeli e uomini) fino a questo punto!

Meglio, allora, mettersi dalla parte della realtà dei fatti, piuttosto che delle fantasie ideologiche che sognano quello che non c’è. I santi fanno così e conviene farsi accompagnare da loro nella via della “verità della vita”. E non si ha motivo di presumersi “bravi” per questo, perché si è semplicemente “ragionevoli”, e “realisti”.

La Vergine Maria che ci ha saputo precedere in questa via è la prima, tra loro, insieme al suo sposo Giuseppe, a proteggerci lungo la strada; prenderli come guide, affidandosi a loro, è “buon senso” e “saggezza”.

 

Bologna, 13 febbraio 2022

 

Alberto Strumia, sacerdote, teologo, già docente ordinario di fisica-matematica presso le università di Bologna e Bari. È direttore del sito albertostrumia.it

 

 

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