Nella nuova competizione per le sfere di influenza fra le grandi potenze l’Europa è in gravi ambasce, rischia, in capo a pochi anni, di diventare l’oggetto di nuove spartizioni.

Un articolo di Angelo Panebianco sul Corriere della sera.

cogito ergo sum 3

La contemporaneità (non casuale) fra la riunione dei capi di Stato occidentali in occasione dell’anniversario dello sbarco in Normandia e l’incontro fra Vladimir Putin e Xi Jinping, gli uomini forti di Russia e Cina, ci trasmette un messaggio non propriamente rassicurante. Di qua, la mesta cerimonia di un Occidente che appare ormai in disarmo, minato da diffidenze e rancori, senza più il collante che, dal 1945 fino a pochi anni or sono, era rappresentato dalla leadership degli Stati Uniti. Di là, la rivendicazione di un’alleanza strategica fra due grandi potenze autoritarie che contano sul declino (relativo) degli Stati Uniti e sull’indebolimento del sistema occidentale delle alleanze per accrescere ovunque possibile le proprie sfere di influenza.

È una sorta di contrappasso. L’apertura alla Cina — allora nemica giurata dei comunisti sovietici — da parte degli Stati Uniti (voluta dal presidente Richard Nixon con la regia di Henry Kissinger) nel 1972 servì a mettere in difficoltà l’Urss. Oggi, l’alleanza fra cinesi e russi fa la stessa cosa ai danni degli Stati Uniti. Nella nuova competizione per le sfere di influenza fra le grandi potenze l’Europa è in gravi ambasce, rischia, in capo a pochi anni, di diventare (si spera, almeno, pacificamente) l’oggetto di nuove spartizioni. Dà la misura dei malanni europei la palese contraddizione in cui, senza neppure giustificarla, è caduto il presidente francese Emmanuel Macron. Macron, contro il nazionalismo di Donald Trump, si erge a difensore del «multilateralismo», ma non ha alcun problema a imporre — praticamente nelle stesse ore — una soluzione «nazionale» nella questione della trattativa Fca- Renault: il male è sempre rappresentato dal nazionalismo altrui, mai dal nostro.

Visto che è l’Europa quella che, nella nuova situazione internazionale, rischia davvero grosso, è qui che bisogna soprattutto concentrare gli sforzi per comprendere che cosa stia accadendo. Siamo troppo spesso vittime di idee grossolane. Ad esempio, facciamo molto male a credere che i cosiddetti sovranismi (o nazionalismi) siano la stessa cosa in tutti i Paesi europei. Ci sono alcuni motivi simili (la questione dei migranti) ma poi ci sono anche differenze radicali le quali dipendono dalle diverse tradizioni nazionali. Prendiamo due casi dei quali, troppo spesso, non si notano le differenze: il movimento lepenista francese e la Lega di Matteo Salvini. Le differenze sembrano poche soprattutto perché Salvini si ispirò a Marine Le Pen quando scelse di trasformare un movimento di difesa degli interessi del Nord in un movimento nazionale. Ma le differenze ci sono e dipendono dalla diversa «qualità» del nazionalismo francese e di quello italiano. In Francia il nazionalismo è una cosa seria, discende dalla tradizione francese di antica (antichissima) e forte statualità. Certo , anche lì, come ovunque, ha scavato la talpa della laicizzazione delle credenze e dei costumi. Ma «una certa idea della Francia» è ancora in grado di fare presa su molti francesi.

Ricordiamo che proprio in Francia, nel 2005, comincia la crisi (che non farà altro che approfondirsi e aggravarsi nel corso degli anni) dell’Unione europea: quando gli elettori francesi sconfissero il potente establishment europeista al gran completo nel referendum sul trattato costituzionale. L ’Armée, l’esercito francese, insieme all’alta burocrazia (amata e odiata) restano i simboli e, insieme, gli strumenti della statualità. La nazione , a sua volta, sembra in grado di fare ancora presa non solo su sprovveduti provinciali ma anche, quando si viene al dunque, su una parte almeno delle raffinate e colte élite cosmopolite. La vera divisione non sembra essere fra nazionalisti e non nazionalisti ma fra due modi diversi di intendere la migliore difesa degli interessi della nazione: chi pensa, con i governanti francesi (ultimo Macron) che quell’interesse sia meglio tutelato se la Francia rivendica il proprio ruolo di guida e motore dell’integrazione europea e chi pensa che la migliore tutela consista nel diminuire la dipendenza della politica francese dalle negoziazioni e dai compromessi con i partner europei.

È chiaro che questa seconda posizione ha acquisito sempre maggior peso dopo che l’unificazione tedesca e i successi economici della Germania hanno definitivamente squilibrato a favore di quest’ultima le sue relazioni con la Francia. È la breccia in cui si è inserito il movimento lepenista. C’è la possibilità di riconoscere qualche somiglianza fra il nazionalismo francese (in versione Macron o in versione Le Pen) e quello italiano? Direi proprio di no. Il sovranismo italiano sembra essenzialmente un’altra cosa. Più un modo per difendere una tradizione di irresponsabilità finanziaria (di cui continua a dare l’esatta misura l’entità del nostro debito pubblico) che altro. Comprare (in deficit) il consenso di una parte degli italiani: questa fu la ragione per la quale la classe politica che fece naufragio nei primi anni Novanta aveva accumulato quel debito. Questa è la ragione per la quale esso è ancora con noi. E questa è anche la ragione dell’antieuropeismo militante che il governo (in questo Lega e 5Stelle marciano uniti) esibisce. Si tratti di pensioni o di reddito di cittadinanza, la volontà di finanziare in deficit il consenso stabilisce la principale continuità fra tanti governi del passato e l’attuale.

Per questo i giallo-verdi vogliono allentare i vincoli europei. Come anche la vicenda tragicomica dei mini-bot (nella quale è inciampato persino il Partito democratico) dimostra. Anche noi, come tutti, abbiamo un interesse nazionale da difendere. Solo che, per la nostra storia, non possiamo credibilmente declinarlo alla francese. Per difenderlo dovremmo dare garanzie di responsabilità finanziaria, che è la condizione necessaria per poter far pesare i nostri punti di vista nei tavoli europei. Solo che così, a quanto pare, qui da noi non si vincono le elezioni. L’antieuropeismo all’italiana ricorda un vecchio film con Totò e Peppino: la «Banda degli onesti». Si tratta, in sostanza, di avere la libertà di andare in cantina a stampare moneta. Fin quando gli italiani continueranno a premiare questi comportamenti, non ci sarà una ripresa dello sviluppo economico. Per ciò che qui ci interessa, l’Italia (ma non da sola: per ragioni diverse hanno gravi responsabilità anche Germania e Francia) contribuirà a mantenere l’Europa in uno stato di paralisi. Fino al giorno in cui ci sarà, per tutti gli europei, un brusco risveglio. Scopriranno (scopriremo) che è scomodo e pericoloso essere piccoli, deboli e divisi mentre si è circondati da grandi predatori affamati.

 

Fonte: Corriere della sera

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