di Jacob Netesede
4 agosto 2025
San Giovanni Maria Vianney
Approvato il testo sul suicidio medicalmente assistito in esame, in Italia non sarà punibile chi aiuta a morire una persona maggiorenne, lucida, affetta da una patologia irreversibile, in condizioni di gravi sofferenze e inserita in cure palliative, a patto che la volontà di morire sia libera e consapevole.
Si potrà agevolare la morte di chi ha liberamente (…ma cos’è la libertà?) deciso che è il momento di morire.
Avrebbero, dunque, vinto i magistrati: una piccola porzione della società (mai soggetta al voto popolare) che sui temi sensibili porta a spasso il Parlamento e, come descritto plasticamente dalla serie di sentenze da Eluana Englaro ad oggi, dice quale debba essere la morale del nostro paese.
A sostenere questo tragico approdo, scendono in campo a vario titolo, diversi cattolici.
La Chiesa, spiegando il cuore del decalogo ovvero il “non uccidere”, afferma che “La cooperazione volontaria al suicidio è contraria alla legge morale” (CCC 2282).
Gli argomenti dei cattolici favorevoli all’approvazione del DDL che sono riuscito a leggere, sono seri e motivati, tutt’altro che da sottovalutare: l’articolo 53 del regolamento del Senato, le -appunto- sentenze della Corte Costituzionale, il pericolo di una futura -ma certa…- approvazione di altri disegni di legge… ma anche la possibile interpretazione di un passaggio di un testo di San Giovanni Paolo II, l’opportunità di salvare il salvabile, il male minore, il ridurre un male inevitabile…
Argomenti seri e validi da un certo punto di vista: nessun disprezzo, ovviamente, per i tanti che intervengono.
Si tratta di un dibattito pubblico implicitamente rivolto a coloro che ne avranno la responsabilità: i parlamentari.
Al momento la responsabilità sulla questione è condivisa tra il legislatore (art. 580 cp) e i 15 giudici della Corte costituzionale:
Dopo la legge, la responsabilità diretta sarà di coloro che l’avranno approvata (e in qualche modo, indirettamente dei cittadini che hanno votato questo parlamento).
La responsabilità di cosa?
Non di salvare il mondo: responsabilità già assunta dall’unico che poteva realmente farlo (e che potrà salvare anime sia che passi la norma, sia che non accada).
Non la responsabilità di curare fino all’ultimo istante il sofferente: quella è in capo a chi quotidianamente lavora, ad esempio, con i malati terminali (interessante la posizione della Fondazione “Sul sentiero di Cicely” Saunders, contraria al DDL…).
Non la responsabilità di scegliere al posto dei sofferenti: anche dopo l’eventuale approvazione, ogni singolo sofferente (che, ad esempio, si senta amato) potrà scegliere di non avvalersi dell’assistenza medica al suicidio -il libero arbitrio di fronte a Dio rimane.
Non la responsabilità di esprimere un’opinione tra le tante: le leggi hanno un valore culturale e morale, soprattutto per la generazione successiva, lo sanno anche i bambini (cosa è accaduto con divorzio e aborto in Italia? cosa accade in Belgio e Olanda dopo l’introduzione del suicidio assistito?…).
Forse, allora, la responsabilità di dire a nome dello Stato a che punto della gerarchia si colloca la vita.
Ogni singolo parlamentare (con le proprie competenze e la propria coscienza) votando dirà a che livello si colloca il bene vita nella scala degli argomenti.
L’idea che un governo possa cadere per la divisione conseguente ad una legge sul fine vita fa persino sorridere: ci sono grandi questioni che riguardano soldi, dazi, tasse, armamenti, finanziarie …questioni che, nella mentalità comune, sono le cose importanti di cui si deve occupare un governo, che non può certo cadere per un DDL sul fine vita.
Fa sorridere anche perché i numeri direbbero, condizionale eufemistico, di una maggioranza dei parlamentari che sostengono l’attuale governo piuttosto favorevole ad una legge sul fine vita.
Molti dei sostenitori di questo DDL ammettono che questa legge, in linea teorica, sarebbe meglio evitarla, ma che il realismo impone di approvarla.
Realismo che parrebbe opposto al desiderio della coscienza.
Ma se il desiderio, in coscienza, è limitare le morti volontarie in Italia, il votare questa norma è moralmente problematico: dopo la depenalizzazione si aprirà una soglia che verrà, anche grazie ad ulteriori prevedibili sentenze, allargata (più facile allargare che aprire, negarlo è ignorare la storia).
Qualcuno sostiene: “la depenalizzazione avverrà comunque“.
È certamente probabile ma non matematicamente certo (quante volte un imprevisto imprevedibile ha cambiato il corso della storia…).
Non siamo padroni della vita e non siamo padroni del futuro.
Il punto è: cosa afferma un cattolico schierandosi a favore?
Cosa difende un cattolico intervenendo nel dibattito pubblico schierandosi a favore?
Chi oggi si dice a favore del DDL afferma che la battaglia è già persa: un pensiero debole “in salsa cattolica” di chi ha forse smesso di dar battaglia “con le nostre mani e la Sua forza”.
Non più aperti all’imprevisto che possa cambiare le carte in tavola, firmiamo noi stessi la nostra -ormai certa- condanna.
Penso sia pacifico che la fede in Cristo possa portare la coscienza ad espressioni sconvenienti dal punto di vista politico e civile (quando Von Galen esprime un giudizio sulle leggi naziste intervenendo pubblicamente, assolve un compito di coscienza illuminata dalla fede, non pensa di vincere la battaglia parlamentare).
Questo anche perché, credendo nel miracolo, il cattolico non parla solo all’esito di un calcolo.
Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?
La maggioranza politica?
L’opposizione ben istruita sui regolamenti del Senato?
I media?
Sento rispondere: “tu aspetta il tuo Dio, intanto noi fermiamo la deriva nel Paese”.
Il realismo di San Giovanni Maria Vianney, il curato d’Ars che oggi si festeggia, tiene conto di tutti i fattori (invisibili a parroco e vescovo che lo spediscono in campagna) ed è il realismo dei Santi: se Dio non vorrà, la legge in futuro non passerà.
Se invece passerà, più che della salvezza del mondo (compito del Salvatore) mi occuperò della salvezza della mia anima (e quindi non intendo aiutare un suicida).
Se un parlamentare dichiarasse apertamente, contro le logiche di partito e contro il (presunto) realismo politico, che, sebbene disposto a molti compromessi, non intende cedere un millimetro sul tema della vita, sarebbe (forse) una voce nel deserto, ma assolverebbe ad un compito importante: dire che esiste ancora qualcuno per cui la vita in sé (non se buona, sana, vivibile… ) è un bene assoluto non disponibile.
Mettere a repentaglio una carriera politica sul tema della vita: questo è un esito possibile e affascinante.
Il termine giusto è “bello”: sarebbe un raggio della bellezza che salva il mondo vedere un uomo giocarsi il ruolo, la seggiola, lo stipendio, la futura candidatura per affermare solo questo.
Sarebbe una luce che si accende per la storia a venire.
Perché soffocarla sul nascere?
Ma se neppure di fronte alla vita dei fragili (perchè se assolvi i 4 criteri del DDL per accedere al suicidio, sei fragile) ci alziamo in piedi e rischiamo oltre ogni calcolo, quando lo faremo?
Quale argomento vale o varrà il rischio?
Se non faccio sapere ai fragili che per me, per alcuni di noi, la loro vita è così importante da giocarmi la faccia, la carriera, la maggioranza… quando lo farò?
Per cosa potrà domani valer la pena rischiare tutto?
Il vero rischio non è che in futuro sia approvata la norma, ma che oggi un fragile non prenda coscienza del fatto che la vita è un bene in sé, che oggi un fragile non si convinca che per i cattolici il calcolo politico non è superiore a quella vita che lui stesso sta rifiutando.
Che i fragili sappiano che i cattolici in nessun caso, nessun caso, ma proprio nessun caso, scarteranno quella vita.
Il rischio è che in Italia si continui a preferire Machiavelli a Mosè: (scrisse Albert Einstein, “chi può dubitare che Mosé fu una guida migliore dell’umanità di Machiavelli?”).
Mi incuriosisce allora che alcuni cardinali, vescovi e sacerdoti stiano entrando nel dibattito pubblico su questo DDL.
Su certi temi il silenzio sembra la posizione di gran parte dei cattolici, su altri invece si percepisce il bisogno di molti di intervenire.
La Fede in Cristo illumina la coscienza.
Combattete!
E poi, se inevitabile, lasciate pure che il mondo approvi le sue leggi: non sono queste che mutano la vittoria di Cristo.
Cosi Dostoevskij nei Fratelli Karamazov: “La coscienza! Che cosa è la coscienza? Sono io stesso che me la invento. Perché mai mi tortura? Per un’abitudine. Per un’universale abitudine del genere umano, vecchia di settemila anni. Liberiamocene, e saremo degli dèi!“.
Parola del demonio.
Dio solo è colui che stabilisce quando la vita inizia e quando finisce.
Occorre guardare alle anime che, per dirla con San Tommaso, sono forma di quei corpi martoriati: la salvezza delle anime deve essere al centro degli argomenti cattolici, non le lodi del mondo, dello stato, della maggioranza, dei media o degli influencer.
“Ma più che delle lodi, gioisco della verità. Infatti, se dovessi scegliere fra la lode da tutti gli uomini, essendo io pazzo e in mezzo ad ogni errore, oppure il biasimo di tutti, essendo fedele e saldo nella verità, so bene che cosa sceglierei” (Sant’Agostino, le Confessioni).
La peggiore delle ipotesi non è l’approvazione del DDL Bazoli (ben peggiore di quello in esame) ma che passi l’idea che, persino per coloro che professano la fede nel “Dio che ha vinto la morte”, sia accettabile collaborare al suicidio.
Questo soffoca la speranza: questo pugnala al cuore la fragilità, quella fragilità che cerca una compagnia piuttosto che la legittimazione della disperazione.




















il Diavolo non è per niente creativo! Tragicamente e tristemente si ripresenta al logorante modo che attuò con Giulio Andreotti.
Neanche siamo degni di implorare la pietà di Dio.
Mamma! Vergine potente contro il Male…….