Rilancio un articolo del prof. Leonardo Lugaresi pubblicato sul suo blog.

Coronavirus

 

La maggior parte di noi (oserei dire quasi tutti) quando la sera va a letto lo fa con la convinzione, inespressa ma radicata, di avere una sorta di diritto a risvegliarsi la mattina dopo, e soprattutto con la pratica certezza che effettivamente sarà così. Spesso andiamo a dormire pensando e programmando già quello che faremo domani (e forse è una delle ragioni della nostra insonnia).

Naturalmente non è vero. Non solo e non tanto perché qualche rara volta accade invece che qualcuno va a dormire e non si risveglia più, ma più profondamente perché il sonno stesso, a ben vedere, è un abbandonarsi, un cedere il (presunto) controllo di se stessi, una deposizione dei propri pretesi diritti. Come la morte, di cui è una dolce e benigna figura, il sonno è, nella sua intima essenza, un atto di obbedienza, anzi di consegna di sé. (Ed ecco un secondo motivo per cui noi moderni dormiamo così poco e così male). Il sonno, in questo senso, è un modo di essere profondamente religioso.

Obbedienza e consegna di sé a chi? Questa è la vera questione. Nella preghiera di compieta (dal latino completorium: ciò che dà compimento alla giornata e, per epitome, alla vita), diciamo: In manus tuas Domine commendo spiritum meum (Nelle tue mani, Signore, consegno il mio spirito), che sono le parole di Gesù moribondo in croce. Temo che il più delle volte le ripetiamo come se fosse una “cosa spirituale”, invece è letterale. Alla fine della giornata prendiamo la nostra vita e la riconsegniamo a chi ce l’ha data. Non è un prestito, che ci renda creditori, ma una restituzione, che non ci dà diritti. Al mattino, nella prima preghiera che dovremmo dire, appena svegli (io non lo faccio quasi mai e la dico molto dopo), pronunciamo questa frase sorprendente: «Ti adoro mio Dio e ti amo con tutto il cuore. Ti ringrazio di avermi creato, fatto cristiano e conservato in questa notte». Vuol dire: “Grazie per avermi dato un altro mattino (non era scontato) poi si vedrà se arrivo a sera”. Intanto «ti offro le azioni della giornata» e stasera ti restituisco di nuovo tutto.

Capisco che un discorso del genere suoni artificioso sino ai limiti dell’assurdo. O peggio, che suoni insopportabilmente devoto. Però il fatto che noi non ci siamo fatti da soli, non abbiamo deciso di venire al mondo, non siamo la causa della nostra attuale esistenza e non ne possiamo determinare in alcun modo (se non negativamente, come già facciamo e ancor più vorremmo fare) la durata, cioè il fatto che dipendiamo da altro, è un’evidenza inconfutabile.

Il problema è che noi siamo moderni. Anche noi cristiani: siamo cristiani moderni, è c’è sempre il pericolo che l’aggettivo si mangi il sostantivo. L’evidenza di cui sopra, che è di sempre e per sempre, nel mondo antico (che in certi luoghi e in certi campi è durato fino all’altro giorno) era richiamata continuamente, da mille potenti e crudeli segnali. Nel mondo moderno essa è invece continuamente occultata e spesso pare persuasivamente sfidata da tutti i fattori della vita associata. Per cui ne abbiamo perso il senso. Un sintomo inconfondibile di tale incoscienza è la chimera del «diritto alla salute», a cui crediamo un po’ tutti (sotto sotto anche quelli di noi che teoricamente ne conoscono bene l’inconsistenza), tant’è vero che lo reclamiamo imperiosamente, se non rabbiosamente, da coloro che “sono tenuti” a garantircelo: i medici, la scienza, il sistema sanitario, la politica eccetera eccetera. Temo che anche per la maggior parte dei credenti, al giorno d’oggi, nella guarigione “normale” da una malattia “Dio non c’entri”. Solo in seconda (o in ultima) istanza, quando tutto il resto ha fallito, si prova anche con Dio.

Vedo che sull’attuale epidemia da Covid-19 si fronteggiano, in sostanza, due rappresentazioni contrapposte: estremizzando e semplificando, la prima dice «è come l’influenza»; l’altra ribatte «no, è come la peste». Non mi azzardo a dire nulla in proposito sul piano medico perché non so nulla, ma sotto il profilo culturale farei questa distinzione: l’influenza è moderna, la peste è antica. Evidentemente non sto parlando in termini storici né epidemiologici: quello che voglio dire è solo che con “influenza” noi rappresentiamo qualcosa di pienamente compatibile con la modernità; con “peste” etichettiamo una cosa che ci è assolutamente estranea, e con la quale non possiamo pensare di avere alcun rapporto. Una realtà non gestibile. Ecco, in questo senso mi parrebbe che sia precisamente ciò che si sta verificando in questi giorni: è successo qualcosa che come moderni noi non siamo in grado di reggere.

La chiesache non è né antica né moderna, perché è sempre lì, nello stesso punto della storia, nel punto iniziale della salvezza, ai piedi della croce dove Cristo, a nome di tutti gli uomini, mette il suo spirito nelle mani di Dio (ecclesia ex latere Christi si diceva un tempo), sa come fare. Sa come vivere la paura senza esserne travolti, sa che «se anche vado per una valle oscura non temo alcun male perché Tu sei con me»; sa tutto quello che serve per vivere, anche ai tempi della peste.

Lo sa, se rimane al suo posto. Speriamo solo che non sia uscita.

 

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