Un clandestino a bordo” è il titolo di un libro di Dacia Maraini in cui raccontava della gravidanza, finita male, di un figlio non desiderato. Questa frase io la ricordo quando ero una ragazza come uno slogan di femministe che ritenevano il figlio indesiderato come appunto un “clandestino” non voluto, se non addirittura un “parassita”. Ricordi di gioventù riaffiorati alla mente leggendo questo articolo di Matt Walsh che vi propongo. L’articolo parla di “migranti” e l’ambientazione è ovviamente negli USA, ma identiche valutazioni possono essere fatte per i fenomeni che avvengono nel Mediterraneo.

                     (Annarosa Rossetto)

Migranti. Foto diffusa da Open arms.

Migranti. Foto diffusa da Open arms.



La sola differenza tra un bambino pochi momenti prima di lasciare il grembo materno e un bambino fuori dall’utero sono i documenti. Un certificato di nascita e la tessera socio-sanitaria vengono consegnati al bambino nel giro di poche settimane dalla nascita. Questa procedura burocratica è necessaria per fare del bambino un cittadino ufficiale degli Stati Uniti, ma essi non possono sul serio conferirgli uno status di persona. Lo status di persona può essergli riconosciuto dalle parole su foglio di carta ma non sono le parole a lo renderlo una persona.

Inoltre, sono stato informato in modo affidabile che le persone prive di documenti sono ancora persone e meritano tutti gli stessi diritti di quelli di noi con i documenti. Mi è stato anche detto molte volte che le persone prive di documenti hanno il diritto di attraversare le barriere e i confini alla ricerca della vita e della libertà. Planned Parenthood dice anche che chi non ha documenti “ha il diritto di vivere”. E io sono totalmente d’accordo con questa considerazione. Tutte le persone hanno il diritto di vivere. E certamente non sosterrei l’esecuzione sommaria degli immigrati sul confine meridionale. È una fortuna che nessuno abbia mai suggerito una cosa del genere.

Ma c’è, si potrebbe dire, un altro confine meridionale che è spesso protetto con mezzi violenti. I bambini privi di documenti che vorrebbero attraversare il confine del canale del parto nella speranza di una vita migliore vengono regolarmente infilzati, avvelenati, spappolati e smembrati per averlo fatto. L’omicidio di questi migranti è particolarmente eclatante perché, a differenza di quelli dell’America centrale, loro non hanno davvero altra scelta che lasciare la loro patria.

Spesso si insiste sul fatto che i migranti dal Messico e dal Guatemala sono “costretti” a migrare a causa delle condizioni nei loro paesi. Bene, i bambini privi di documenti sono davvero obbligati. Non hanno scelto di essere concepiti nel loro grembo di origine. Non scelgono quando e se nascere. Sono vittime delle circostanze.

Gli immigrati meritano una possibilità. Non è questo lo slogan? Sono “sognatori”. Sono brave persone, persone oneste, cercano solo di sopravvivere. Questa è l’idea di fondo, giusto? Lo sto dicendo nel modo giusto? Bene, lo stesso si applica altrettanto bene ai bambini.

Si sostiene che siamo tutti immigrati privi di documenti. Questo è falso, ovviamente. I nostri antenati, forse, ma non noi. E persino i nostri antenati potrebbero essere giunti in questo paese legalmente, attraverso Ellis Island. O forse risaliamo fino ai tempi dei coloni e dei pionieri, quando non c’era alcun tipo di documento, quindi nessuna distinzione tra chi li aveva e chi ne era privo. Ma è senz’altro vero che siamo stati tutti, un tempo, bambini senza documenti. Tutti noi abbiamo iniziato la nostra esistenza nel grembo materno. A tutti noi è stata concessa l’opportunità di abbandonare l’utero e farci una vita. Chi siamo noi per negare questo diritto ai bambini privi di documenti che vengono dopo di noi? È la peggiore forma di discriminazione.

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