Tecnologia pensiero greco saggezza uomo (immagine generata con IA di ChatGPT)
(immagine generata con IA di ChatGPT)

 

 

di Daniele Trabucco

 

La seconda globalizzazione non ha soltanto contratto le distanze, accelerato i flussi e dissolto confini economici. Ha inciso più in profondità sulla figura dell’uomo, mutandone la rappresentazione politica e giuridica. Al soggetto razionale, ordinato a un bene conoscibile, tende a sostituirsi l’uomo resiliente: non colui che persevera nel bene, ma colui che sopporta l’urto, si riconfigura e continua a funzionare.

Qui si consuma la prima frattura. La fortezza classica presupponeva un fine, perché si resiste sempre per qualcosa che merita di essere custodito. La resilienza odierna separa invece la resistenza dal telos. Non domanda che cosa debba permanere, ma quanto possa essere assorbito; non quale forma l’uomo debba compiere, ma quante forme possa assumere. Così la potenza viene separata dall’atto che la misura, il divenire dall’essere che lo orienta, la libertà dal bene che la rende intelligibile.

A questa antropologia corrisponde una configurazione del potere. Lo Stato non scompare nella globalizzazione, ma muta la propria ragione pratica: da ordinatore del bene comune tende a farsi amministratore dell’incertezza e gestore della vulnerabilità. Il rischio, da accidente dell’ordine politico, diviene principio della sua autocomprensione. L’emergenza, da eccezione, tende così a farsi grammatica della normalità.

Il passaggio è decisivo perché il possibile negativo non possiede il limite proprio dell’essere reale. Ciò che è ha forma e determinazione; ciò che potrebbe accadere rimane indefinitamente estensibile. Se il governo assume come oggetto ciò che ancora non è, la prevenzione acquista una tendenza espansiva: ogni rischio rinvia a un rischio ulteriore.

Ed ecco il paradosso. Quanto più il potere promette di liberare l’uomo dalla precarietà, tanto più deve definirlo come precario. Quanto più lo protegge, tanto più deve rappresentarlo come vulnerabile. L’uomo resiliente diventa così il correlato perfetto dello Stato del rischio: infinitamente adattabile perché assunto come infinitamente esposto. Il suo trionfo coincide con il suo svuotamento, perché sopravvive a tutto solo a condizione che nulla in lui venga riconosciuto come indisponibile.

È qui che il diritto naturale classico riacquista necessità. Non come nostalgia, ma come esigenza della ragione. Aristotele e Tommaso muovono dall’essere, non dalla decisione; dalla natura, non dall’arbitrio; dal fine, non dalla mera conservazione. L’uomo è intelligibile perché possiede una forma propria, e proprio per questo il suo bene non è creato dal potere. La legge può essere giusta soltanto se è misura della ragione e rinvia a un ordine che la precede.

Senza questa anteriorità ontologica, il diritto perde il criterio con cui giudicare se stesso. Se nulla precede la volontà normativa, ciò che è giuridicamente valido tende a coincidere con ciò che è politicamente possibile. E se il bene comune viene ridotto alla sicurezza, la politica cessa di chiedersi come l’uomo debba vivere e si limita a impedirgli di morire, trasformando un bene necessario in un bene assoluto.

Il ritorno ai classici diviene allora la conclusione razionale della crisi. Se vogliamo porre un limite al potere che gestisce il rischio, dobbiamo riconoscere un bene che il rischio non definisce. Se vogliamo distinguere protezione e dominio, occorre ammettere che nell’uomo esista qualcosa che nessuna emergenza possa rendere disponibile. Se vogliamo restituire misura alla legge, dobbiamo riconoscere che il giusto non nasce dalla norma, ma che la norma è giusta nella misura in cui partecipa di un ordine razionale del bene.

Per questo il ritorno alla metafisica classica non è regressione. È il ritorno dalla dispersione dei mezzi alla gerarchia dei fini, dalla pura possibilità alla forma, dall’amministrazione dell’esistenza al suo significato. Il vero baratro non consiste nel rischio, ma nell’idea che l’uomo possa essere salvato recidendolo dal fine che lo compie.

L’uomo resiliente rischia allora di essere la figura terminale dell’uomo moderno: capace di adattarsi a tutto perché non sa più a che cosa non debba adattarsi. I classici ricordano il contrario: soltanto chi possiede una natura può avere un fine, soltanto chi ha un fine può riconoscere il bene, e soltanto chi riconosce il bene può porre un limite al potere che pretende di salvarlo. Dove questa misura scompare, la resilienza non sottrae l’uomo al baratro. Gli insegna soltanto a viverci dentro.

 


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