Siamo stati creati nell’imperfezione, ma la nostra vocazione è l’immortalità beata. Dio ci ha plasmati nella finitezza creaturale, ma l’eredità che ha messo da parte per noi è infinita e destinata a durare.

 

Candida Rosa dei beati secondo il pittore Giovanni di Paolo
Candida Rosa dei beati secondo il pittore Giovanni di Paolo

 

 

di Silvio Brachetta

 

Certamente l’uomo è mortale. Ed è finito – rifinito, anche, nel senso di delimitato. L’uomo occupa uno spazio parziale nella storia ed è creato nel tempo. Di contro, Dio è immortale, infinito, illimitato ed eterno. Tutto questo è vero, ma è necessaria qualche precisazione.

L’uomo è l’unione di anima e corpo, dove l’anima è una realtà spirituale. Tanto la materia quanto lo spirito sono enti, tratti all’esistenza dal nulla, da parte di Dio creatore. Non tutte le creature, però, hanno la medesima dignità, o il medesimo valore ontologico.

Le creature materiali (la carne, ad esempio) hanno un inizio e una fine, ma di quelle spirituali è segnato un destino eterno: o meglio, lo spirito fa parte di quelle realtà create che ebbero inizio, ma non avranno fine. Non si deve qui confondere lo spirito creato con lo Spirito Santo increato, che è Dio eterno.

L’anima spirituale dell’uomo e l’angelo, pur avendo un’origine nella finitezza, non conosceranno una fine, nella loro sussistenza. Non si può, tuttavia, dire che l’anima e l’angelo sono eterni, poiché l’eternità è di Dio soltanto.

La teologia, allora, usa un’altra terminologia: ciò che ha un inizio, ma non una fine, si dice eviterno. L’angelo, quindi, è eviterno, in quanto immortale. L’anima pure è immortale e, dunque, eviterna.

Quanto al corpo materiale, esso è temporaneo e mortale. Non però il corpo alla resurrezione della carne: il corpo glorioso sorgerà, difatti, incorrotto e immortale – e, per questo, unito di nuovo all’anima ed eviterno assieme ad essa.

Dei demoni e dei dannati dobbiamo dire, peraltro, che anch’essi sono eviterni, perché ciò che Dio ha chiamato (vocato) all’esistenza, non può tornare nel nulla del non-essere. In altre parole, «i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili», come dice san Paolo (Rm 11, 29). L’eviternitas appartiene sia al paradiso che all’inferno.

Le realtà prive di una fine, in teologia, si dicono anche diuturne, nel senso che la diuturnitas è sinonimo di lunga durata. Gli spiriti sono diuturni, ovvero ininterrotti e incessanti, così come la vita, che può interrompersi nel tempo e nello spazio, ma non nell’eternità.

Del Verbo stesso – del Figlio, cioè, di Gesù Cristo – san Bonaventura da Bagnoregio scrive: «Egli possiede infatti la natura corporale, quella spirituale e quella divina; la natura temporale, eviterna ed eterna» (Coll. in Hexaem., III, 13). Due in realtà sono le nature del Cristo: la divina e l’umana. L’umana però può essere scissa in corporale (carne) e spirituale (anima). Di questo scrive appunto san Bonaventura.

Il corpo – secondo il Serafico – è temporale: ha dunque un inizio e una fine. Lo spirito, nella sua eviternità, è stato creato da Dio per la salvezza eterna e per la vita assieme a Lui nel paradiso. Lo spirito è sempre persona, sia quello creato (angelo o anima), sia lo Spirito Santo, che è Persona divina, spirata eternamente dal Padre e dal Figlio.

La persona umana, immagine e somiglianza di Dio, ha la vocazione all’immortalità beata, che può confermare o rigettare, per mezzo della sua libera volontà. Ma la sua natura, evitena e diuturna, non può essere rigettata, né in questo secolo, né in quello di là da venire.

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