Un lettore di questo blog, che si firma con lo pseudonimo “Occhi aperti!”, mi ha inviato la traduzione dell’articolo che segue, scritto dal Vescovo Gregory John Mansour, e pubblicato su What we need to know.

 

Papà e figli

 

Negli ultimi anni si è dibattuto molto, con attenta riflessione, sulla spiritualità della donna, ma meno sulla vocazione e la missione dell’uomo. Tutto ciò, combinato ad alcune preoccupanti tendenze nella nostra cultura dirette a minare la mascolinità con il pretesto di porre rimedio ad un passato sciovinismo o ad una eccessiva dipendenza dalle strutture patriarcali, – per non parlare dell’assenza di una figura paterna in troppe case del nostro paese e la necessità di ispirare modelli maschili -, fa sì che molti giovani uomini stiano crescendo senza un efficace orientamento che li aiuti a vivere la loro identità maschile.

Spero di raggiungere soprattutto il cuore degli uomini, ma sarei lieto se questo nutrisse parimenti le donne e i giovani, perché gran parte di ciò che tratterò potrebbe essere utile a chiunque si interessi di vita spirituale.

La grandezza di Dio, il desiderio dell’uomo

Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissato, che cos’è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi? (Salmo 8)

Vediamo qui che l’uomo è stato eletto per qualcosa di speciale, anzi, di straordinario. I Padri del Concilio Vaticano II lo hanno compreso molto bene e hanno così riassunto la vocazione umana: “L’Uomo non può realizzarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé” (Gaudium et Spes 24). Se finalmente l’uomo capisse quanto è stato creato intenzionalmente e con magnificenza – e a immagine di Chi è stato creato -, allora sarebbe capace di ritrovare sé stesso più facilmente, attraverso l’amore che si dona, l’amore oblativo, a imitazione del Dio che è Amore. Si renderebbe così anche conto di quanto a volte si sia allontanato da quello stato d’elezione e dalla grandezza della sua chiamata.

Vale la pena ripetere che se l’uomo avesse veramente afferrato e creduto di essere stato creato a immagine e somiglianza di Dio e amato dal Padre Celeste, avrebbe compreso in modo molto naturale il suo ruolo di figlio fedele, di padre premuroso, di protettore e di guida della sua famiglia. Uomini che vivono nel solco di Dio, che vivono santamente, oggi sono la più grande necessità; donne e bambini ne sentono la mancanza – così pure molti uomini. Se un uomo è chiamato ad essere padre, marito o a vivere in modo altruistico il celibato; se è chiamato ad essere sacerdote in perfetta castità, ad essere monaco o religioso consacrato, in ogni caso, se è veramente un uomo di Dio, di preghiera e di integrità, sarà necessariamente un uomo “per gli altri”.

Ma come possiamo scoprire la spiritualità dell’uomo? Possiamo imparare molto riflettendo sulla testimonianza di nostro Signore proprio come “uomo per gli altri”. Gesù disse: “Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e offrire la sua vita in riscatto per molti” (Mt 20,28).

Possiamo anche imparare molto dall’enciclica profetica del Papa San Paolo VI, Humanae Vitae. Le sue intuizioni sul danno interpersonale del sesso senza impegno o senza conseguenze, – e quanto facilmente un uomo possa perdere il vero, naturale e profondo rispetto per colei che sarà la sua sposa per tutta la vita -, toccano al vivo quelle ferite che tanti, oggi, soffrono. Il vero significato della sessualità è andato perduto. Ora viene considerato soprattutto come un mezzo di piacere o di soddisfazione personale, perseguito anche a grave danno dell’altro. Il sesso per alcuni è principalmente o esclusivamente per beneficio personale, non più l’imitazione del meraviglioso dono di Sé del Creatore, fatto per un altissimo fine. Il sesso per tornaconto egoistico o per lussuria, usando della propria sposa come mezzo di gratificazione, non solo porta un uomo ad un minor impegno e cura verso sua moglie, ma anche verso il mondo che Dio ha creato per lui. Di conseguenza, può iniziare a sfruttare questo mondo, e tutto ciò che ne fa parte, per scopi auto-diretti, senza comprendere il senso più profondo del valore della vita come dono.

La vera chiamata dell’uomo

Il Papa San Paolo VI afferma che un uomo ha bisogno di imparare il valore del sacrificio per poter porre gli altri al primo posto e conformarsi ai bisogni di donne e bambini.

Questa lezione ci giunge con estrema chiarezza in un terzo passaggio della Sacra Scrittura, precisamente quello relativo alle azioni e agli insegnamenti di Gesù all’inizio dell’Ultima Cena. Dopo aver lavato i piedi dei suoi discepoli, Gesù dice: “Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi” (Gv 13,15). In questo sorprendente gesto della lavanda dei piedi, Gesù insegna a tutti noi, ma soprattutto agli uomini, una forma di primato del servizio. Ai suoi apostoli, intenzionalmente tutti uomini, chiese così di seguirlo e di fare come lui.

Cosa c’era nella mente di nostro Signore quando fece questo gesto? Gesù voleva insegnare agli uomini come riparare al peccato del primo uomo, Adamo, che dopo la caduta avrebbe “dominato” sul suo “aiuto” Eva (Gen 3,16). In questo modo faceva del servizio la sua via privilegiata. Il cammino della redenzione comporta il dominio di sé piuttosto che il dominio sugli altri, e lo scopo della padronanza di sé è quello di servire gli altri con amore oblativo.

Seguendo l’esempio di nostro Signore, mai nessun uomo – nella Chiesa, nella famiglia o nella società – può rivendicare il diritto di dominare su un altro, che sia padre, marito, celibe, prete, monaco o religioso. Tutti gli uomini sono chiamati, secondo l’insegnamento dell’Ultima Cena, al primato del servizio sulle orme del Maestro.

Inoltre, nel discorso di nostro Signore sul matrimonio e il divorzio, Gesù confutò i capi religiosi dell’epoca che giustificavano il divorzio facendo riferimento a come Mosè permise all’uomo di divorziare dalla propria moglie per qualsiasi motivo. Gesù, tuttavia, affermò che era nell’intenzione di Dio fin dall’inizio che nessuna autorità potesse separare ciò che Dio aveva unito. Questo nuovo comando divino, allora, manda in pezzi tutti i precedenti diritti di supremazia dell’uomo nel matrimonio. Gesù, va sottolineato, si riferiva proprio solo agli uomini, perché le donne, secondo la legge di Mosé, non avevano alcun diritto di ripudiare i loro mariti. In questo modo, Gesù indicava che una donna e un uomo sono, per natura e nell’intenzione del Creatore, di pari importanza e dignità.

Una chiara spiritualità maschile emerge così dal profetico richiamo del Papa San Paolo VI agli uomini, per non “dimenticare mai il rispetto dovuto a una donna” (Humanae Vitae 17), sull’esempio di Gesù che lavò i piedi ai suoi discepoli, e proibì con ogni evidenza il divorzio, in cui la propria moglie veniva vista come un oggetto da possedere o da scartare al capriccio. La sfida di Dio agli uomini, dunque, è di essere, per loro stessa natura, uomini devoti, uomini rispettosi, uomini per gli altri.

Così, noi uomini dobbiamo chiederci: con un imperativo così chiaro, forte e impegnativo postoci da Cristo stesso, sono ancora disposto ad essere suo discepolo? Posso ancora impersonare, di buon grado, quelle virtù di rispetto e di responsabilità cui mi chiama? Sono disposto a pormi dei limiti per il bene altrui? Userò la mia forza e il mio ardore per prendermi cura, proteggere e aiutare a crescere quelli che mi sono stati affidati?

Il dono di sé al prossimo

Troppo spesso passiamo attraverso la vita incerti sul perché Dio ci ha creati o su quale sia il nostro scopo. Spesso non capiamo che siamo stati creati dall’Amore per amore (vedere CCC 1604). Invece, ci definiamo o addirittura ci etichettiamo sulla base di dati esteriori o comunque non essenziali e talvolta ci degradiamo fino al punto da identificarci attraverso preferenze sessuali, orientamenti o attrazioni, ma c’è qualcosa che va ben oltre a caratterizzarci.

L’aspetto più importante dell’identità umana è ciò che risiede nella nostra anima, il desiderio di Dio, il desiderio per il bene del prossimo e nostro, in quanto prediletti di Dio. Dal momento che siamo stati creati dall’Amore per amore, la nostra spiritualità, la nostra filosofia di vita e la visione cristiana del mondo, dovrebbero essere fondate sulla ferma convinzione che Dio ci ha creati buoni, così che potessimo essere moralmente buoni. Questo dovrebbe essere l’orientamento che guida tutte le scelte della nostra vita.

Attraverso ogni nostra decisione, rafforziamo o indeboliamo la nostra relazione con Dio e con il prossimo. Per quanto riguarda la scelta di donarci attraverso il mistero del matrimonio, siamo chiamati ad essere particolarmente attenti. Secondo la Tradizione cristiana, quando un uomo ama la propria sposa, la metterà necessariamente al primo posto, davanti a se stesso, proprio come Cristo ha fatto con la Chiesa, sua Sposa. San Paolo lo ricordò a tutti gli uomini cristiani nella sua Lettera agli Efesini. “E voi, mariti, amate le vostri mogli, come anche Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola con il lavacro dell’acqua mediante la parola, e per presentare a se stesso la Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunchè di simile, ma santa e immacolata.” (Ef 5,25-27). Questo tipo di amore impegna l’uomo in una donazione oblativa e invita la sua sposa a fare altrettanto.

Secondo la concezione cattolica, il matrimonio esprime un patto – “finchè morte non ci separi” – tra gli sposi, e tra gli sposi e Dio. Il matrimonio non è un contratto, del tipo: “Lo voglio finchè tu lo vuoi”; piuttosto è un patto, che tradotto significa: “Lo voglio, sempre e comunque”. Un patto è un dono completo di sé, senza riserve o condizioni. L’alleanza sponsale è dunque unitiva per natura, per tutta la vita, esclusiva e pro-creativa, rendendo il marito e la moglie atti ad essere quel “luogo sicuro e amorevole” in cui crescere i loro figli (cfr. CCC 1601).

Un uomo di preghiera

Non possiamo parlare di una spiritualità maschile senza parlare anche della necessità che tutti preghino. Un uomo orante viene facilmente a riconoscere che lo scopo della sua vita è radicato nella chiamata universale alla santità. Questa vita di santità, tuttavia, non può essere raggiunta attraverso “capacità umane”. Piuttosto richiede che l’orgoglio sia messo da parte, sostituito da una costante e coerente apertura alla grazia.

L’incontro con Dio richiede docilità, spesso raggiunta attraverso un atteggiamento di distacco. Possiamo vedere in san Giuseppe il modello per eccellenza dell’uomo che ascolta e generosamente risponde. Santa Teresa di Lisieux ci chiede di: “decidere di scegliere ciò che io non ho scelto”. Così, ad ogni uomo è chiesto di distaccarsi dalle sue idee, dal suo punto di vista, dal suo modo di fare le cose, dal suo “giudizio”, per fare ciò che Dio chiede. Di conseguenza, le più piccole pratiche di distacco sono di grande valore perché avranno un impatto positivo sulla relazione tra i due coniugi, sui figli, sui colleghi e, soprattutto, su Dio. Pregare da vero uomo, dunque, è pregare con un cuore aperto e pertanto vulnerabile, docile allo Spirito Santo, permettendo alla grazia di Dio di entrare e plasmare quel cuore orante.

Tuttavia, non è piccola cosa, da uomini, essere al contempo vulnerabili; infatti per sua natura l’uomo è colui che protegge, che provvede e che lavora, perciò sembrerebbe quasi contraddittorio essere allo stesso tempo anche fragili. Per questo motivo, può essere difficile per gli uomini entrare più profondamente nella preghiera. E’ piuttosto arduo per un uomo ammettere che ha bisogno di aiuto e che non può fare qualcosa da solo. Ed entrare in una condizione stabile di preghiera richiede ad un uomo di fare un passo persino più lontano, per rimanere esposto e senza difese davanti a un altro uomo, cioè davanti al Dio-uomo, Gesù Cristo, e chiedergli aiuto. Forse alcuni uomini evitano di raccogliersi profondamente in preghiera perché hanno paura di ciò che potrebbero sentire. Il silenzio della voce di Dio, che spesso è una pace tanto desiderata e una risposta stessa alla preghiera, richiede un cuore senza difese e docile.

Un buon padre, marito, amico, sacerdote o consacrato ha la responsabilità non solo di rispondere alla propria chiamata alla santità, ma anche di aiutare altri ad arrivarci. La miopia in questo senso è dannosa; in qualità di colui che a tutto cerca di provvedere, come padre, marito, amico, sacerdote o consacrato, ci si aspetta che non solo prepari se stesso e coloro che ama ad affrontare ciò che incontreranno in questa vita terrena, ma anche in quell’altra vita, eterna.

Essere padre

Ci si aspetta la paternità da tutti coloro che sono uomini, sia essa meramente biologica, innata o spirituale. Per alcuni uomini, come quelli che Dio benedice con il dono di figli biologici, la paternità porterebbe con sé tutte e tre le dimensioni, biologiche, naturali e spirituali. Per altri, come un padrino, un sacerdote cattolico o un monaco religioso, la paternità si darebbe in una forma innata e spirituale. Ogni dimensione ha una sua responsabilità, permettendo all’uomo di scoprire quel tipo di specifica paternità progettata da Dio per lui.

La paternità biologica porta con sé un’eco del nome di Cristo per il suo Padre celeste, “Abbà”. (Lc 11:2). Poiché chiamiamo Dio “Padre”, la nostra identità cristiana e la nostra comunione con una paternità celeste rendono la paternità terrena ancora più importante e significativa.

La paternità naturale è un ruolo in cui l’uomo insegna con l’esempio, testimoniando che ciò che un padre insegna è possibile nella vita di ognuno. Il padre naturale ha anche la responsabilità di essere un sostegno emotivo e orientativo costante, che sa perseverare nonostante il bambino, individualmente, o la famiglia, nel suo insieme, debbano affrontare momenti di turbamento o confusione. Questo sostegno emotivo richiede molta preghiera e grazia. Per questa ragione, il padre naturale è chiamato a testimoniare una vita virtuosa, il che significa avere uno stile di vita degno di essere imitato.

Che si tratti di un padre biologico e naturale o solo di un padre naturale, entrambi i ruoli sono ordinati a un livello ancora più grande di paternità: la paternità spirituale. Questa è una paternità che ci si aspetta da tutti gli uomini di buona volontà, focalizzata sull’accompagnare i propri cari attraverso questo viaggio temporale e terreno, mantenendo gli occhi fissi sulla vita eterna. Questa paternità genera grazia per coloro di cui ci si prende cura e per tutti coloro che si incontrano, attraverso un lavoro di costante accompagnamento e di preghiera.

La misura della pienezza in Cristo

Ora possiamo avvicinarci a una più profonda comprensione della spiritualità maschile. Gesù ha scelto dodici uomini molto diversi tra loro per essere suoi apostoli; benchè fossero ben lontani dall’essere senza difetti, nostro Signore lentamente li ha plasmati e ha insegnato loro, non senza prove, ad essere perfetti, ad essere uno con Lui e suo Padre. San Paolo dice che ogni uomo è chiamato fino “a raggiungere la misura della pienezza di Cristo” (Ef 4,13). Così, nostro Signore ha predisposto gli uomini affinchè abbiano una incidenza positiva sul mondo e ha dato loro un’identità come la sua: amati dal Padre celeste e chiamati ad essere uomini di Dio, uomini per gli altri, affidando loro una missione di amore e il primato del servizio.

Essere uomo non esclude una certa tenerezza virile per gli altri, come spesso ha sottolineato Papa Francesco. Piuttosto una “spiritualità mascolina”, quando complementare a una “spiritualità femminile”, aiuta gli uomini e le donne a cooperare con Dio in modo tale da poter scorgere i più vulnerabili e bisognosi, avendo la forza di prenderci cura di loro, proteggerli ed educarli.

Seguendo il nostro castissimo Signore Gesù Cristo, anche noi possiamo portare gioia in questo mondo, nonostante le nostre piccole sofferenze e la nostra solitudine, come uomini sposati, celibi, ordinati o consacrati, e possiamo portare frutti abbondanti, come ha promesso nostro Signore Gesù: “Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10).

Vescovo Gregory John Mansour

 

Il Reverendo Gregory John Mansour è Vescovo dell’Eparchia di San Marone di Brooklyn. Il suo motto episcopale, “Non c’è amore più grande” è tratto dal Vangelo di Giovanni (Gv 15,13) ed esprime la profondità dell’amore di Dio per noi in Cristo Gesù. Questo saggio è un adattamento della lettera pastorale di Mons. Man Mansour, L’uomo di Dio è un uomo per gli altri.

 


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