Come integrazione all’intervista di Francesco Agnoli al sindonologo Giulio Fanti, propongo il mio resoconto di una sua conferenza tenuta a Trieste e alla quale ho assistito. Fanti ha parlato di un “effetto corona” da milioni di volt.

 

Giulio Fanti
Giulio Fanti

 

 

di Silvio Brachetta

 

Come tutto ciò che attiene ai fatti connessi direttamente o indirettamente alla Rivelazione divina, anche la Sacra Sindone ha due “storie”. Il lenzuolo venerato come sudario funebre di Gesù Cristo, cioè, ha una storia spirituale e una storia scientifico-teologica, un itinerario devozionale e un itinerario speculativo e sperimentale. Questo non può essere strano, perché il Dio che si è rivelato all’uomo è un Dio incarnato; un Dio presente nel culto e nell’anima umana, ma rintracciabile anche cercandone indizi nelle cose create.

Quanto alla storia devozionale, il volto iconico di Gesù è stato oggetto di grande venerazione già durante i primi secoli dell’era cristiana, molto tempo prima quindi della comparsa della Sindone, in epoca tardo-medievale. Quanto alla storia scientifica, essa ha origine solo in epoca moderna, dopo la prima foto scattata al sacro telo da Secondo Pia il 25 maggio 1898.

Da quella data la ricerca è proseguita ininterrottamente fino ad oggi, a livello internazionale. Un gran numero di scienziati ha investigato a fondo la reliquia, anche con l’ausilio di complessi apparecchi tecnologici. Lo studio della Sindone è divenuto addirittura una disciplina scientifica, da quando negli anni Cinquanta del XX secolo si coniò il termine “sindonologia”: si intendeva dare un fondamento tecnico e sperimentale, che potesse confermare o almeno supporre ragionevolmente l’identità tra l’uomo della Sindone e il Gesù storico.

Uno tra i più operosi sindonologi contemporanei è l’italiano Giulio Fanti, docente e associato di misure meccaniche e termiche presso il Dipartimento d’ingegneria meccanica all’Università di Padova.

Il professore è autore, tra l’altro, di alcune pubblicazioni inerenti alla sindonologia. Collabora, inoltre, con diversi gruppi di ricerca sulla Sindone ed è coordinatore dello Shroud Science Group (Gruppo di scienza sindonologica). Di seguito il resoconto di una sua conferenza del 2011 a Trieste.

Alcuni cenni storici

Dalla caduta dell’Impero romano d’Occidente e per tutto il Medioevo non ci sono riferimenti diretti alla Sindone, se non sporadiche allusioni a un sacro telo o le raccolte di antiche monete bizantine sulle quali è raffigurata l’icona cristica.

Più spesso si parla invece del Mandylion o Immagine di Edessa, un telo sul quale era impresso il volto acheropitico (non fatto da mano d’uomo) di Gesù. Venerato in originale o su riproduzioni pittoriche, del Mandylion originale si perdette improvvisamente ogni traccia dal 1204, anno della conquista di Costantinopoli per mano dei crociati.

È invece nel 1353 che appare sulla scena della storia, a Lirey in Francia, la reliquia di un ampio lenzuolo con impressa l’effige intera di un corpo umano: da subito fu ritenuta l’impronta mortuaria del Cristo. È questo il telo pervenutoci e che oggi conosciamo e veneriamo come Sacra Sindone. Non c’è una prova certa che il Mandylion e la Sindone siano la medesima reliquia, anche se questa ipotesi non può essere per nulla esclusa. Non è anzi improbabile che il sudario sia stato portato in Europa dai cavalieri templari, secondo alcuni indizi documentali.

Nel 1453 la Sindone divenne proprietà dei Savoia che, dal 1502, la custodirono presso la Sainte-Chapelle a Chambéry. Proprio qui un incendio danneggiò il telo, che fu rattoppato da alcune suore nel 1534. Su iniziativa dei Savoia, dal 1578 la reliquia è conservata stabilmente a Torino e rimase di proprietà della nobile casata fino al 1983, quando Umberto di Savoia la cedette definitivamente alla Chiesa cattolica.

Descrizione del telo e sua datazione

La Sindone è un lenzuolo di lino filato a mano e tessuto a spina di pesce, con impressa una doppia immagine corporea (frontale e dorsale) di un uomo morto in seguito a gravi ferite. Tutto fa pensare ad una morte sopraggiunta da flagellazione e crocifissione. Geometricamente, il telo è un rettangolo della superficie di 4,5 metri quadrati. Ciascun filamento del manufatto è composto da un fascio di fibrille, del diametro di 15 micrometri cadauna, colorate in giallo pallido. Ogni fibrilla è un lungo filo di cellulosa rivestito da una guaina in polisaccaridi.

Ma quando fu tessuto il telo? Quale epoca supporre circa la morte dell’uomo in esso ritratto? L’ormai celebre datazione al radiocarbonio, eseguita nel 1988 presso alcuni laboratori, ha restituito una datazione piuttosto recente: il lenzuolo non sarebbe più antico del 1260. Il prof. Fanti è assai scettico su questo risultato, per l’evidente contaminazione dei campioni, esposti a una secolare manipolazione in occasione delle ostensioni. Il contatto, cioè, con le mani degli ostensori avrebbe “ringiovanito” il tessuto.

Non sono nemmeno trascurabili le scorie di carbonio che potrebbero essersi depositate durante l’incendio di Chambéry. Più opportune sembrano invece le datazioni fondate sulla tipologia del tessuto, che fa ipotizzare un’origine sacerdotale siro-palestinese.

Caratteristiche chimiche e fisiche dell’immagine

Proprio l’immagine corporea costituisce il problema scientifico maggiore e il campo di ricerca più appassionante. Non è dovuta al sangue, anche se sono riscontrabili diverse tracce ematiche sul telo, in una decina di zone. Chimicamente il colore giallo scuro, che rende visibile la figura, è conseguenza di una disidratazione e un’ossidazione del rivestimento delle fibrille che compongono i filamenti di lino.

Il nucleo in cellulosa del filamento non è invece interessato dal fenomeno. Sono poi del tutto da escludere artifizi dovuti a pigmentazione pittorica. Ma l’enigma non concerne tanto il fenomeno di ossidazione delle fibrille, quanto la causa fisica o chimica che l’ha generato.

È da precisare che l’immagine è superficiale, nel senso che l’ossidazione interessa solo i filamenti superficiali: nello spessore del tessuto non è riscontrabile alcuna immagine. In alcune zone vi è una doppia superficialità, ovvero l’immagine è impressa contemporaneamente sulle superfici anteriore e posteriore. Vi sono però altre peculiarità interessanti, non riproducibili assieme in un singolo esperimento di laboratorio. A differenza delle fotografie, ad esempio, l’Uomo della Sindone ha caratteristiche tridimensionali, cioè nell’immagine è presente anche l’informazione relativa alla distanza tra il telo ed il corpo.

Da qui l’ipotesi che il lenzuolo non sia stato a contatto con il corpo aderendovi in ogni sua parte, ma semplicemente appoggiato sul cadavere. Sempre nel merito della fotografia, inoltre, è da rilevare che la figura sindonica appare immediatamente all’occhio umano come un negativo fotografico e, in quanto tale, difficilmente percepibile. Se invece si osserva l’immagine all’infrarosso, essa è confrontabile con un positivo fotografico o con un’icona e risulta, quindi, maggiormente percepibile.

Ipotesi sulla formazione dell’immagine

Tra le congetture proposte – formazione per contatto con la pelle o per diffusione dei gas di putrefazione – Giulio Fanti ritiene più plausibile l’ipotesi riconducibile all’«effetto corona». Si tratta di un fenomeno fisico di tipo elettrico, ottenuto dall’accostamento di due elettrodi ad alta tensione. Tra gli elettrodi si verificano scariche elettriche parziali, che producono riscaldamento e radiazione ultravioletta.

L’esperimento su oggetti di piccole dimensioni ha riprodotto una colorazione molto simile a quella dell’immagine sindonica. In effetti, tramite l’«effetto corona» si ottiene una disidratazione delle fibrille di lino, a patto che l’oggetto sia appoggiato al telo campione. Le difficoltà aumentano se l’oggetto è più grande e distante dal telo campione. In questi casi non si riesce ad ottenere alcuna immagine.

Occorrerebbe disporre di una tensione di alcuni milioni di volt, per trarre un qualche risultato. Tutto questo porta a pensare che l’Uomo della Sindone abbia impresso la propria immagine mediante una grande quantità d’energia.

Conclusioni

La Sindone non solo è l’oggetto archeologico più studiato al mondo, ma – conclude Fanti – tutti i risultati scientifici finora ottenuti concordano con i dati evangelici. Potremmo trovarci dinnanzi, addirittura, ad una «fotografia della Risurrezione».

Perché e bello pensarlo, certo, ma anche perché gli stessi esperimenti pur non provando tale affermazione nemmeno la contrastano. Questo è il punto. A parere di Giulio Fanti, l’Uomo della Sindone ci interpella e ci chiede: «Ma voi chi dite che io sia?» (Lc 9, 20).

 

 

 

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