Gesù e gli apostoli

VI Domenica di Pasqua

(Anno B)

(At 10,25-27.34-35.44-48; Sal 97; 1Gv 4,7-10; Gv 15,9-17)

 

di Alberto Strumia

 

L’“universalità” del cristianesimo si impone come un “dato di fatto” del quale si può solo prendere atto. È qualcosa di voluto direttamente da Dio, una disposizione divina alla quale gli uomini sono tenuti ad obbedire. Il cristianesimo nasce come “cattolico” (katà olòn), cioè “universale”, rivolto alla totalità. È quanto ci documentano in maniera tangibile le letture della liturgia di questa domenica.

– Nella prima lettura di oggi troviamo la descrizione del manifestarsi della Volontà di Dio in ordine a questa universalità. Addirittura, leggiamo che lo Spirito Santo discende su dei pagani non ancora battezzati, per indicare che Dio li vuole cristiani. E Pietro non può che arrendersi di fronte ad un’evidenza: «Allora Pietro disse: “Chi può impedire che siano battezzati nell’acqua questi che hanno ricevuto, come noi, lo Spirito Santo?”. E ordinò che fossero battezzati nel nome di Gesù Cristo».

Gli Atti degli Apostoli ci dicono che Pietro aveva incominciato già ad accorgersene anche prima («In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga»), e dall’episodio accaduto nella famiglia di Cornelio riceve la conferma più clamorosa della giustezza della sua presa di coscienza.

Dobbiamo notare che Pietro non reagisce rinunciando a battezzare e ad annunciare il Vangelo di Cristo come unico Salvatore, in nome del fatto che tanto Cornelio e i suoi avevano già lo Spirito Santo. Non interpreta l’episodio come una legittimazione di un relativismo religioso che mette sullo stesso piano tutte le religioni rendendo inutile il Battesimo e la dottrina di Cristo insegnata dalla Chiesa. Al contrario, avverte subito la necessità di amministrare il Battesimo a coloro che lo Spirito Santo aveva indicato come chiamati ad essere figli di Dio appartenendo sacramentalmente alla Chiesa, per cui «ordinò che fossero battezzati nel nome di Gesù Cristo». Oggi questo è un richiamo deciso a correggere la rotta per molti che sembrano avere scelto di insegnare a fare il contrario!

– Allora il comando dell’“Amore” che troviamo nella seconda lettura e nel Vangelo vanno compresi alla luce di quanto abbiamo letto nella prima lettura. Con la parola “amare”, in senso cristiano, non si può intendere l’assecondare un sentimentalismo sdolcinato – magari anche materializzato sensualmente nelle più diverse forme e manifestazioni – ma l’attrarre tutti a Cristo, unica sorgente della pienezza dell’Amore. «In questo si è manifestato l’amore di Dio in noi: Dio ha mandato nel mondo il Suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di Lui. In questo sta l’amore». Qualcosa di meno di Cristo è insufficiente e, in una persona sincera con se stessa, non può che attivare una “nostalgia” verso ciò che ancora manca alla pienezza, la nostalgia di Cristo. E qualcosa di deviato da Lui che si proponga illusoriamente come amore, portando tristezza e amarezza, finisce per far precipitare sempre più lontano.

La pienezza dell’Amore ha la sua origine e il suo punto di arrivo (“fine”) in Cristo: «In questo si è manifestato l’amore di Dio in noi: Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di Lui» (seconda lettura).

– Il Vangelo ci dice, poi, con le parole stesse di Gesù come vivere bene per non rovinare l’amore in noi stessi e negli altri: «Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore». Il rispetto dei Comandamenti, così come Dio li ha consegnati fino dall’Antico Testamento a Mosè, è la “regola d’oro” da seguire nella vita per custodire l’amore e accrescerlo giorno dopo giorno. Il Signore stesso spiega che l’esito che ne deriva è quella “gioia” che anticipa, in questa vita terrena, quella che sarà la “beatitudine” dell’Eternità: «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena».

Tutto passa con il volare del tempo, mentre ciò che si costruisce con Cristo resiste e si accresce con il passare degli anni della nostra vita («Vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga»). Questo è ciò che chi crede in Lui è chiamato a far capire al maggior numero di persone, se vuole loro veramente il loro bene.

Non solo, ma Gesù aggiunge addirittura che in questo modo si acquisisce anche il potere di ottenere, come fanno i santi: «perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda». Dio ha delegato alla nostra libertà un frammento della Sua libertà, perché scegliendo di essere come Lui ci ha “progettato” creandoci, otteniamo di partecipare alla Sua stessa Vita, partecipando alla conoscenza che Dio ha della realtà, come Lui stesso ce l’ha rivelata («Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi»).

Maria, madre dell’Amore, che per prima ha compreso e vissuto il modo più vero dell’Amore con il suo sposo Giuseppe, avendo nella sua casa la sorgente stessa e il fine dell’Amore, guidi tutti noi nel percorso dei nostri anni custodendoci con la sua protezione.

A Bologna, per tutta la settimana che precede la prossima domenica dell’Ascensione del Signore, abbiamo la grazia della presenza dell’immagine della Beata Vergine di san Luca, in cattedrale, discesa ieri dalla sua sede presso il santuario che porta il suo nome. Ci affidiamo a Maria anche attraverso questo segno della sua protezione, come ogni anno, e particolarmente in questo tempo di prova per la Chiesa e il mondo intero.

 

Bologna, 9 maggio 2021

 

Alberto Strumia, sacerdote, teologo, già docente ordinario di fisica-matematica presso le università di Bologna e Bari. 

fonte: albertostrumia.it

 

 

 

 

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